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Le donne e la Shoah

 di Ilario D'Amato

Giovanna de Angelis presenta “Le donne e la shoah” (Avagliano). Con l'autrice ne parlano, Gabriella Gribaudi, Titti Marrone e Pierpaolo Punturello.

 

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Benedetto sii tu Signore nostro Dio, per non avermi fatto gentile..per non avermi fatto schiavo..per non avermi fatto donna.” Con questa preghiera, proveniente dalle “18 benedizioni”, gli ebrei maschi ringraziavano Dio tre volte al giorno per non averli creati pagani, per non averli creati schiavi e sopratutto per non averli creati donna.

Non si tratta certo di discriminazione di genere ma, come spiega il giovane e preparatissimo rabbino della comunità ebraica napoletana Pierpaolo Punturello, l’interpretazione corretta della preghiera sostiene che essere donna, sia in tempo di pace che di persecuzione ed in qualsiasi società, é molto più complicato e difficile che essere uomo.

Ed ancora, i rabbini sono soliti, nella lettura dell’Esodo dall’Egitto, tessere grandi lodi e conferire molti meriti all’azione della donna.

il filo conduttore del libro “Le donne e la Shoah” di Giovanna de Angelis può essere inquadrato proprio nel difficile compito di essere donna nella comunità ebraica e sopratutto nel periodo della persecuzione.

E’ necessario anzitutto capire quali erano i ruoli e le condizioni della figura femminile nella società ebraica prima della Shoah. L’autrice sapientemente distingue tra donne ebree inserite nel mondo orientale e donne ebree occidentali, analizzando la figura femminile all’interno di queste due “macrocomunità”.

Ad esempio, la donna ebrea dell’Est-Europa era il vero sostegno della famiglia, conosceva bene la lingua del paese in cui risiedeva, cosa non comune per gli uomini, stabilendo così anche un contatto tra la famiglia e la società esterna, ed inoltre deteneva anche potere economico.

Naturalmente tale “potere delle donne” diminuisce in quelle famiglie meno tradizionaliste, in quanto ci si andava ad allontanare dal  vero ideale ebraico.

In Occidente invece la situazione era diversa al punto tale da non distinguere facilmente famiglie ebraiche da quelle cristiane o protestanti. Questa comunanza o difficoltà nel distinguere nasce dalla presenza di valori comuni.

La discriminazione della donna ebrea occidentale seguiva  le linee guida della società, e a tal riguardo basti pensare alla politica demografica fascista, che etichettava la donna come madre e fattrice e la relegava sopratutto  ad una vita privata, per comprendere la sua condizione.

Solo dopo le leggi del 1938 la presenza femminile diviene attiva nelle comunità ebraiche italiane, con una maggiore partecipazione al lavoro e quindi un più rilevante sostegno economico per la famiglia.

Le prime testimonianze di donne riguardanti la persecuzione nazista si avranno in Italia tra il 1945 e il 1947, poi seguirà un trentennio di assoluto silenzio fino agli anni ottanta. L’origine di questa lunga interruzione sulla memoria della Shoah e’ legata, secondo Giovanna de Angelis, alla maternità. Le donne non volevano caricare eccessivamente con un peso così gravoso i loro figli, un peso, dei ricordi, che molti, come Primo Levi, non cancelleranno mai dalla loro vita.

Nella moderna e amplissima produzione di studi sulla Shoah, le donne oggi sono quasi invisibili. Nel suo libro l’autrice, riempiendo un vuoto storiografico, ha indagato sulle ragioni della sorprendente capacità di resistenza che le donne dimostrarono all’interno dei ghetti e dei campi di concentramento.

Potremmo dunque affermare con ragione, che Giovanna de Angelis non ha voluto di certo, con i racconti strazianti contenuti nel testo da lei prodotto, stillare una classificazione del dolore, ma una specificazione di questo nell’universo femminile.

Ilario D'Amato ilariodamato@sindromedistendhal.com

27 gennaio 2008

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola