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“Benedetto
sii tu Signore nostro Dio, per non avermi fatto gentile..per
non avermi fatto schiavo..per non avermi fatto donna.”
Con questa preghiera, proveniente dalle “18 benedizioni”,
gli ebrei maschi ringraziavano Dio tre volte al giorno per
non averli creati pagani, per non averli creati schiavi e
sopratutto per non averli creati donna.
Non si tratta certo di discriminazione di genere ma, come
spiega il giovane e preparatissimo rabbino della comunità
ebraica napoletana Pierpaolo Punturello,
l’interpretazione corretta della preghiera sostiene che
essere donna, sia in tempo di pace che di persecuzione ed in
qualsiasi società, é molto più complicato e difficile che
essere uomo.
Ed ancora, i rabbini sono soliti, nella lettura dell’Esodo
dall’Egitto, tessere grandi lodi e conferire molti meriti
all’azione della donna.
il filo conduttore del libro “Le donne e la Shoah” di
Giovanna de Angelis può essere inquadrato proprio
nel difficile compito di essere donna nella comunità ebraica
e sopratutto nel periodo della persecuzione.
E’ necessario anzitutto capire quali erano i ruoli e le
condizioni della figura femminile nella società ebraica
prima della Shoah. L’autrice sapientemente distingue
tra donne ebree inserite nel mondo orientale e donne ebree
occidentali, analizzando la figura femminile all’interno di
queste due “macrocomunità”.
Ad esempio, la donna ebrea dell’Est-Europa era il vero
sostegno della famiglia, conosceva bene la lingua del paese
in cui risiedeva, cosa non comune per gli uomini, stabilendo
così anche un contatto tra la famiglia e la società esterna,
ed inoltre deteneva anche potere economico.
Naturalmente tale “potere delle donne” diminuisce in quelle
famiglie meno tradizionaliste, in quanto ci si andava ad
allontanare dal vero ideale ebraico.
In Occidente invece la situazione era diversa al punto tale
da non distinguere facilmente famiglie ebraiche da quelle
cristiane o protestanti. Questa comunanza o difficoltà nel
distinguere nasce dalla presenza di valori comuni.
La discriminazione della donna ebrea occidentale seguiva le
linee guida della società, e a tal riguardo basti pensare
alla politica demografica fascista, che etichettava la donna
come madre e fattrice e la relegava sopratutto ad una vita
privata, per comprendere la sua condizione.
Solo dopo le leggi del 1938 la presenza femminile diviene
attiva nelle comunità ebraiche italiane, con una maggiore
partecipazione al lavoro e quindi un più rilevante sostegno
economico per la famiglia.
Le prime testimonianze di donne riguardanti la persecuzione
nazista si avranno in Italia tra il 1945 e il 1947, poi
seguirà un trentennio di assoluto silenzio fino agli anni
ottanta. L’origine di questa lunga interruzione sulla
memoria della Shoah e’ legata, secondo Giovanna de
Angelis, alla maternità. Le donne non volevano caricare
eccessivamente con un peso così gravoso i loro figli, un
peso, dei ricordi, che molti, come Primo Levi,
non cancelleranno mai dalla loro vita.
Nella moderna e amplissima produzione di studi sulla
Shoah, le donne oggi sono quasi invisibili. Nel suo
libro l’autrice, riempiendo un vuoto storiografico, ha
indagato sulle ragioni della sorprendente capacità di
resistenza che le donne dimostrarono all’interno dei ghetti
e dei campi di concentramento.
Potremmo dunque affermare con ragione, che Giovanna de
Angelis non ha voluto di certo, con i racconti
strazianti contenuti nel testo da lei prodotto, stillare una
classificazione del dolore, ma una specificazione di questo
nell’universo femminile.
Ilario
D'Amato
ilariodamato@sindromedistendhal.com
27
gennaio 2008
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