Arte

Mostre in corso

Televisione

Musica

Film

Sindrome di Alzheimer

Teatro

Libri

Links

Redazione

Lettere dall'anti-inferno

 di Alice Scarpetti

 

Nelle testimonianze di due studentesse francesi, le ansie e l’orrore dei mesi che precedono l’arrivo a Auschwitz.

 

 Iscriviti alla newsletter


iscriviti cancellati


My status

Locations of visitors to this page

 

 

 

 

Le lettere di Louise Jacobson scritte durante gli anni dell’occupazione nazista della Francia, sono state raccolte dalla sorella e rese pubbliche solo alla fine degli anni Ottanta, nel libro “Dal liceo a Auschwitz” (L’Unità, 1996). Nadia e Gilbert Kulaski, sorella e cognato di Louise, avevano inconsapevolmente cercato di allontanare i tristi ricordi degli anni della guerra: “senza rendercene conto abbiamo cercato di tenere nascosto quel periodo, di far ritorno alla vita, di condurre, io e mio marito reduce dalla prigionia, un’esistenza normale”. Tuttavia, a distanza di più di quarant’anni, Nadia non ha potuto restare indifferente  a coloro che “hanno osato negare la realtà dei crimini commessi”. Ha deciso perciò di riordinare le lettere e pubblicarle tramite l’associazione I figli e le figlie degli Ebrei deportati dalla Francia.

Louise era nata nel 1924. Al momento dell’arresto era in attesa di iniziare l’ultimo anno di un liceo parigino. È l’ultimo giorno di agosto del 1942. Poliziotti francesi irrompono nella sua abitazione poiché la madre era stata accusata di essere comunista. In una cantina vengono ritrovate delle pubblicazioni illegali. Proprio durante questa perquisizione Louise rientra in casa. Sul suo vestito non si trova cucito il segno distintivo per gli ebrei. Una vicina conferma che spesso aveva visto uscire la ragazza senza la stella gialla.

L’esistenza di Louise, che nonostante la guerra scorreva senza grandi preoccupazioni, viene sconvolta. Di prigione in prigione in meno di sei mesi giungerà ad Auschwitz.

Arrestata viene portata a Fresnes, il carcere poco lontano da Parigi in cui i nazisti imprigionavano oppositori e resistenti. Viene subito separata dalla madre della quale potrà avere qualche notizia solo molto tempo dopo. Da questo carcere inizia la corrispondenza con il padre, i fratelli e le sorelle, le amiche. Nelle lettere ai famigliari mostra serenità e speranza. È fiduciosa verso il processo che si deve svolgere nei suoi confronti e della madre. Descrive il luogo di prigionia caricandolo di elementi che lo possono far apparire meno ostico. Riesce a spedire numerosissime lettere scritte su carta razionata e difficilissima da trovare. Lamenta la mancanza di veloci risposte da parte delle sorelle e apprezza moltissimo le visite bisettimanali del padre. Solo nelle lettere alle amiche riversa tutta la sua preoccupazione e la sua angoscia.

Nell’ottobre del 1942 viene trasferita a Drancy, campo di raccolta per ebrei francesi in partenza per Auschwitz. Nel campo un gruppo di adulti si adopera per rendere più sopportabile la prigionia dei ragazzi e dei bambini. Louise può frequentare una scuola e seguire conferenze.

Ho una notizia triste, caro papà. Dopo la zia, tocca a me partire. Ma non fa niente. Io sono su di morale, come tutti qui del resto. Non devi amareggiarti, papà. [...] In questo momento posso immaginare la tua espressione caro papà e vorrei che tu avessi tanto coraggio quanto ne ho io[...]”. Sono le parole dell’ultima lettera di Louise, ricevuta il 16 febbraio 1943.

Il libro prosegue con la testimonianza di Sarah Lichtsztejn, alunna dello stesso liceo di Luise. Sarah viene arrestata insieme alla madre, fuggita anni prima dai pogrom russi, durante la retata del Velodromo d’Inverno il 16 luglio 1942. Madre e figlia riescono a fuggire. Vivono per due anni in semilibertà. Vengono però denunciate e deportate ad Auschwitz: “Dato che detesto gli Ebrei, la informo che in questo stabile abitano due ebree russe” riesce a leggere Maria Lichtsztejn, madre di Sarah, sul foglio che le presentano al momento dell’arresto. Nell’appartamento affianco abitava un’altra ebrea la quale sapeva che Sarah e Maria erano state denunciate ma non lo aveva riferito.  Riusciranno a salvarsi tutte e due. Le pagine di Maria che raccontano il duro viaggio verso Auschwitz sono strazianti. Lo sorpresa e lo smarrimento per ciò che sta avvenendo è inesprimibile: “Ma come è possibile?Una nazione così civile, dotata di qualità morali, come può scendere tanto in basso, raggiungere una simile barbarie?

Il vagone che le trasporta vero Auschwitz è un inferno. Dopodiché inizia la prassi consueta per i deportati.  All’arrivo nel campo non vengono indirizzate verso le camera a gas. Sembrano godere di buona salute e possono essere usate per dei lavori. Insieme alle altre persone selezionate devono spogliarsi e abbandonare tutto, sul loro braccio viene inciso un numero. Sono obbligate a conoscere ciò che avveniva in quel luogo: “Per un pezzo ci è stato impossibile ammettere una verità tanto triste, anche se ogni notte il fuoco che ardeva nei camini investiva dei suoi bagliori tutto il campo”.

Alice Scarpetti

27 gennaio 2008

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola