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Un
enorme parallepipedo sospeso, sulle sue pareti brilleranno i
nomi dei duemila ebrei romani che furono deportati nei campi
di concentramento nazisti. Un enorme monolito nero, un peso
sospeso nelle nostre coscienze che per troppo tempo non
hanno voluto fare i conti con la storia. È questa l’idea di
fondo del progetto per il Museo della Shoah di Roma,
a cui hanno lavorato gli architetti Luca Zevi
e Giorgio Tamburini.
L’area scelta è quella di Villa Torlonia, sulla via
Nomentana. UN luogo particolarmente significativo per la
storia e la cultura ebraica. Nel parco si trova una delle
cinque necropoli ebraiche, un complesso di catacombe
risalenti al terzo e quarto secolo, testimonianza della
presenza a Roma della più antica comunità ebraica d’Europa.
Ma Villa Torlonia è stata anche la residenza del Duce,
proprio di colui che emanò le leggi razziali. Ma la via
d’accesso al Museo è pensata per ricordare i Giusti,
coloro che si opposero a fascismo e nazismo e riuscirono a
salvare la vita a numerosi ebrei. L’ingresso condurrà in uno
spazio le cui pareti saranno costituite da filo spinato. Il
museo punta al coinvolgimento viscerale del visitatore, a
colpire le sue emozioni, sul modello del Museo
dell’Olocausto di Washington, nel ripercorrere il percorso
che ha portato dai pogrom di inizio Novecento alla Soluzione
finale. Una scelta che potrebbe rivelare dei lati
controproducenti. Il Premio Nobel Elie Wiesel,
internato nel campo di Buchenwal, ha speso la propria vita
scrivendo della sua esperienza nei campi di concentramento.
Nella pagine di “La notte”, “Credere e non credere”, Wiesel
ha sempre cercato di non commuovere il lettore, di suscitare
semplicemente un sentimento di pietà. Ha invece cercato di
risvegliare un razionale senso di giustizia, importante arma
per combattere l’insensibilità e l’insofferenza che furono
le condizioni fondamentali per l’Olocausto. Perché, come ha
spesso ricordato Wiesel, “l’indifferenza per il male è
essa stessa male”.

Proprio ad un altro grande testimone dell’Olocausto,
Primo Levi è dedicata la prima sala dell’esposizione
permanente. Un percorso storico studiato da Umberto
Gentiloni e Marcello Pezzetti.
Importante la sezione con contenuti multimediali, studiata
per trovare collocazione in un volume a torre. Il materiale
che vi confluirà sarà in gran parte proveniente dalla
Shoah Foundation di Steven Spielberg.

Il Museo cercherà di ripercorrere con attenzione le vicende
degli ebrei italiani, troppo spesso minimizzate e
dimenticate. Proprio per queste ragioni è stata scelta per
l’apertura la data del 16 ottobre, anniversario della
deportazione nel 1943 degli ebrei romani nei campi di
concentramento tedeschi. Inizialmente il progetto doveva
concludersi per il 2008. Ma i lavori non sono ancora
iniziati e si parla del 2010. Sono stati forti gli
impedimenti di tipo finanziario. Il comune ha stanziato
inizialmente 6 milioni di euro che si sono rivelati
insufficienti, ha così deciso di anticipare fondi derivanti
dagli oneri delle concessioni. E poi problemi di ordine
urbanistico. I proprietari dell’area (3mila metri quadrati
all’interno del parco della villa), avevano una licenza per
costruire condomini su quel terreno. Hanno accettato a
cederlo al comune solo dopo l’assicurazione di una permuta
della licenza in un’altra area della città (2005). Gli
abitanti della zona hanno cercato di opporsi alla
cementificazione del parco sia davanti alla prospettiva
della costruzione di condomini sia davanti al progetto per
il Museo, cercando di proteggere l’area verde di 14 ettari,
uno dei grandi polmoni di Roma. Non sono poche, infine, le
opposizioni di carattere ideologico. In molti blog di
associazioni di estrema destra si denuncia l’affronto
dell’Amministrazione nella scelta dell’ex abitazione di
Mussolini come sede del Museo.
Il
Museo di Villa Torlonia conserverà ed esporrà materiale
relativo anche all’Olocausto di rom, disabili, omosessuali,
come ha sottolineato il portavoce della comunità ebraica
romana Riccardo Pacifici:
non si racconterà solo la storia degli ebrei. Ricorderà
tutti coloro che sono stati perseguitati dal nazifascismo: i
rom, gi omosessuali, gli oppositori politici».
L’approvazione in Consiglio comunale, nel 2005, è avvenuta
con il voto favorevole di tutti i consiglieri. Fabio
Sabbatani Schiuma, consigliere di Alleanza Nazionale, ha
dichiarato di aver votato a favore per l’assicurazione che
nel Museo troveranno spazio anche testimonianze delle Foibe.
Il progetto di un museo dedicato alla Shoah nel nostro
Paese, aveva visto l’iniziale contrapposizione di due
proposte. Da una parte Roma, dall’altra Ferrara, prima città
a progettare un museo di questo tipo (il progetto era anche
già stato approvato da una legge). Il contenzioso si è
concluso con la scelta di realizzare a Ferrara il Museo
Nazionale dell’ebraismo che aprirà i battenti nell’ex
carcere di via Pingipane nel 2011. Il Ministro
Francesco Rutelli ha dichiarato che Ferrara
''diventerà il cuore di un museo unico in Italia, un
museo che raccogliera', per l'impegno esplicito della
associazione delle comunita' ebraiche italiane, i migliori
significati e le migliori testimonianze legate alla cultura
ebraica in Italia, oltre venti secoli di storia''.
Il Presidente della Fondazione Museo della Shoah è un nome
eccellente, il Premio Nobel Elie Wiesel che con la
sua fondazione, con sede a New York, da anni si batte per la
memoria della Shoah e contro ogni genocidio e persecuzione
nel mondo contemporaneo.
Tommaso
Martini
tommasomatini@sindromedistendhal.com
27 gennaio
2008 |