|
Scrive
Hannah Arendt nel testo Comprensione e
politica che per combattere il totalitarismo è
sufficiente capire come esso sia la negazione più radicale
della libertà. Riportando una riflessione di
Montesquieu, tratta dall’opera L’Esprit de Lois,
ella spiega che ogni governo non ha solo una struttura
particolare, ma anche un principio specifico su cui si fonda
la sua azione. In una repubblica il principio dell’azione è
la virtù che si identifica con l’amore per l’uguaglianza, in
una monarchia è l’onore, la cui espressione è la
distinzione, in una tirannia, infine, esso corrisponde alla
paura. Paura, onore e virtù non sono soltanto moventi
psicologici, ma i criteri stessi alla luce dei quali tutta
la vita pubblica è condotta e giudicata. I principi possono
definirsi tali in quanto regolano sia le azioni dei
governati, sia quelle dei governati, cosicché in un regime
tirannico, la paura non è solo dei sudditi nei confronti del
tiranno, ma anche del tiranno nei confronti dei sudditi.
Essa ha un legame essenziale con l’angoscia provocata dalle
situazioni di completo isolamento, è la disperazione che
nasce da un senso di impotenza individuale in coloro che si
sono rifiutati di “agire di concerto”, in quanto la tirannia
si basa su un potere che nasce dall’azione corale e
sull’impotenza essenziale di tutti gli uomini una volta che
siano stati isolati gli uni dagli altri.
Scrive ancora
l’autrice, nell’opera Le origini del totalitarismo,
che l’ideologia totalitaria non mira alla
trasformazione delle condizioni esterne dell’esistenza umana
né al riassetto rivoluzionario dell’ordinamento sociale,
bensì alla trasformazione della natura umana che, così
com’è, si oppone al processo totalitario. Come spiegato in
Comprensione e politica, caratteristica fondamentale
di un governo totalitario è il terrore, che, quando
cessa di essere un mezzo per la soppressione degli avversari
politici, si rende indipendente da questo scopo e domina
supremo anche quando gli oppositori non ostacolano più il
suo cammino. Esso regna su una popolazione completamente
soggiogata, a prescindere dall’esistenza di avversari. Se la
legge è ciò che rappresenta l’essenza del governo
costituzionale o repubblicano, il terrore rappresenta allora
l’essenza del governo totalitario. In un regime di questo
tipo infatti si ricorre ad ogni mezzo per stabilizzare gli
uomini, per renderli statici, così da impedire ogni atto
spontaneo, libero o imprevisto. Il terrore non è totalitario
in quanto riduce tutte le libertà o abolisce certe libertà
essenziali, né perché riesca a sradicare l’amore per la
libertà dai cuori degli uomini. Semplicemente e
spietatamente esso spinge gli uomini gli uni contro gli
altri, distruggendo lo stesso spazio dell’azione libera, che
rappresenta di fatto la realtà della libertà. Esso deve
eliminare non soltanto la libertà in ogni senso specifico,
ma la sua stessa fonte, che è data con la nascita dell’uomo
e risiede nella sua capacità di compiere un nuovo inizio. La
disumanizzazione messa in atto dal terrore consiste,
secondo il filosofo Leo Löwenthal,
nell’integrare completamente la popolazione in collettivi
che paralizzano qualsiasi comunicazione tra gli esseri
umani, nonostante, o meglio, proprio a causa dell’enorme
apparato di comunicazione del quale sono in balia. In una
situazione di terrore il singolo è sempre solo e non è mai
solo e si intorpidisce, diventando insensibile nei confronti
degli altri ed anche di se stesso. La paura gli toglie la
capacità di reazioni emotive e conoscitive spontanee, e lo
stesso atto del pensiero scompare perché è pericoloso per la
sopravvivenza. Il terrore, afferma ancora Hannah Arendt,
è indispensabile per rendere il mondo costante e mantenerlo
tale, per dominare gli esseri umani fino a far loro perdere,
insieme alla spontaneità, l’imprevedibilità specificamente
umana del pensiero e dell’azione.

Si legge
nell’opera Le origini del totalitarismo che, prima
che i capi delle masse conquistino il potere adattando la
realtà alle loro menzogne, la loro propaganda è
contraddistinta da un estremo disprezzo per i fatti in
quanto tali, basata sulla convinzione che questi dipendano
interamente dall’uomo che può fabbricarli. Ciò che la
politica totalitaria promette, scrive Hannah Arendt,
è di liberare l’adempimento della legge dall’azione e dalla
volontà dell’uomo. L’identificazione tra uomo e legge
finisce così per cancellare il divario che potenzialmente
esiste tra legalità e giustizia. Poiché le ideologie,in
quanto tali, consistono più di opinioni che di verità, la
libertà umana di cambiare idea è un pericolo grande e
rilevante. Di conseguenza, se l’obiettivo è quello di far
rientrare l’uomo nel mondo fittizio e ideologicamente
orchestrato del totalitarismo, non è più necessaria
l’oppressione, ma il dominio totale e certo su di esso.
In questo contesto
la pericolosità del lettore è data dalla sua libertà
di accedere alla conoscenza senza mediazioni di controllo.
Dalle pagine di un libro prende vita la possibilità di
diffondere idee e stimolare diverse interpretazioni. Ma
soprattutto, dalle pagine di un libro nascono domande che
portano a mettere in discussione lo status quo. Libero,
l’uomo è potenzialmente sovversivo. Poiché un’idea
rivoluzionaria per suscitare l’azione va condivisa, il
pensiero individuale non è che il punto di partenza ed il
libro solo uno strumento in grado di favorire la nascita
dello spirito critico. Con il libro si sviluppano la
pluralità ed il confronto, perché il libro unisce, collega
generazioni, diffonde idee, mostra una realtà diversa da
quella contingente, le sottrae immutabilità. Il libro è lo
spazio per il pensiero libero ed incontrollabile dell’uomo
che, solo, si confronta con un altro uomo e trae spunti ed
insegnamenti da parole che nascono a loro volta da altri
contatti umani. Attraverso di esso avviene la maturazione
della consapevolezza dell’individualità. Gestibili sono
l’accesso alla cultura e l’azione che ne consegue, ma sfugge
al controllo il momento della lettura. Non può essere
sorvegliato l’aver luogo del rapporto, se non con
l’eliminazione dei presupposti materiali. Entra in gioco
allora l’espediente del rogo come azione definitiva e
dimostrativa, di controllo di una cultura di massa, che
consente ad un ampio strato della popolazione l’accesso
costante alla cultura, l’unico attraverso il quale si può
sviluppare lo spirito critico. Fu infatti soprattutto nel
corso dell’età moderna, precisamente a partire dal XVIII
secolo, che in Europa nacque, si sviluppò ed entrò in crisi
un sistema di controllo sulla produzione, la circolazione e
l’uso del libro, inteso come naturale complemento di una
società ben organizzata.
Ilaria Cecilia
ilaria.cecilia@libero.it
27
gennaio 2008
|