( 19 novembre '06)


"Israele. Arte e vita"
Mostra di propaganda a Milano

  

 

 

Il Palazzo Reale di Milano ospita una mostra dedicata alla storia artistica di Israele: “Israele. Arte e vita”. L’esposizione si muove su un doppio binario. A fianco delle opere dei maggiori artisti israeliani degli ultimi cento anni, si cerca di ricostruire la storia dello Stato di Israele. E qui sta il punto debole, sconcertante della mostra. Il tutto si riduce a dei pannelli propagandistici che riducono la storia del Medio Oriente ad una visione univoca, semplificando le complesse vicende storiche di questa terra e cinquant’anni di guerra ad una manicheista celebrazione degli eroi e condanno dei mostri palestinesi. Era difficile aspettasi qualcosa di diverso, dato che la mostra è patrocinata tra gli altri dall’Ambasciata di Israele in Italia, dal Ministero degli esteri israeliano. Ma non saranno sicuramente operazioni di questo tipo ad impedire che in Italia si assista a gravi episodi come quelli che si sono svolti nelle strade di Roma sabato (18 novembre 2006). Non è con la propaganda che, come recita il programma del progetto Omanut in cui rientra la mostra, si può far conoscere un Paese come Israele.

Il percorso della mostra si snoda a ritroso negli ultimi cento anni. Dalle opere degli artisti contemporanei alle prime creazioni della Scuola di Arte e di Mestieri Bezalei, nata a Gerusalemme nel 1906, più di mezzo secolo prima della nascita dello Stato di Israele. Si assiste a un particolare fenomeno della nascita di un’arte nazionale prima della nascita del Paese stesso. Si tratta sostanzialmente di arte applicata, oggetti religiosi che uniscono ecletticamente elementi occidentali con elementi orientali, esprimendo una forte fascinazione verso l’oriente mitico della propria origine. Solo negli anni Venti, con le prime consistenti immigrazioni dall’Europa in Medio Oriente, gli artisti cominciano a guardare al presente, elaborando un’arte che si avvicina alla tendenze del primitivismo europeo. Vi è un forte legame, infatti, tra l’idea della rinascita di una Nazione come mondo incontaminato e innocente e le forme semplici, naturali del primitivismo.

Con la nascita dello Stato di Israele l’arte si fa, soprattutto negli anni Cinquanta, celebrativa. Segue le orme del realismo sovietico, l’idea cioè che l’arte dovesse servire una causa politica e per farlo dovesse mandare messaggi espliciti e chiari. Troviamo opere che descrivono la vita idilliaca nei kibbutz e mitizzano il popolo israeliano. Negli anni successivi gli artisti israeliani seguono sostanzialmente gli sviluppi internazionali dell’arte, mostrando una particolare attenzione verso il panorama europeo. Ciò che li contraddistingue è una forte sensibilità verso il passato drammatico del popolo ebraico e la grande influenza che la complessa situazione storico-politica della loro terra ha sulle opere. Molto interessanti sono le opere realizzate negli ultimi due decenni, umiliando le nuove tecniche dell’arte internazionale. Nel campo della video-arte viene presentato un video di Sigalit Landau (1969) . L’artista israeliana ci comunica un’atmosfera di sospensione, la precarietà di una vita in una zona di guerra, attraverso l’immagine di una grande spiale costituita da angurie che calleggiano sulle acque del Mar Morto, all’interno della quale si trova aggrappata una donna completamente svestita. La spirale si snoda lentamente, mentre contemporaneamente si allarga il campo dell’inquadratura che  la riprende. Le fotografie di Adi Nes (1966) mostrano invece soldati israeliani. Sono fotografie dalla grande bellezza estetica che aumenta la drammaticità dei propri contenuti. Ma l’opera che sorprende maggiormente è “Sakchet” (2001) di Mense Kadishman (1932). L’artista realizza un tappeto che il visitatore è invitato a calpestare. Ci si trova così sopra un cumulo di centinaia di pezzi tondi di ferro, all’interno dei quali sono stati scavati occhi, naso e bocche. Un’ecatombe di volti urlanti che sono un drammatico grido contro la guerra e sembrano riunire in un’unica sofferenza i popoli del Medio Oriente.  

L’assurdità dell’esposizione non risiede quindi nella selezione degli artisti e nella qualità delle opere. “Israele. Arte e vita” pecca vergognosamente per ciò che riguarda la vita. Nei numerosi pannelli che introducono alle undici sale, sono menzionati gli attacchi militari e terroristici subiti da Israele, il mancato riconoscimento della risoluzione ONU che istituiva Israele nel 1948, ma non si fa alcun cenno ai gravi errori israeliani che hanno avuto un grande peso, e ancoro lo stanno avendo, sui tragici risvolti della situazione mediorientale. Già la scelta di proporre il percorso cronologicamente invertito è ideologica e viziosa, è già una manipolazione della storia.

Una mostra che si propone di far conoscere il vero Israele. Ma che invece è intrisa di ideologia e propaganda. Ciò che preoccupa maggiormente è la vivacità della sezione didattica della mostra.

“Israele. Arte e vita” non può quindi considerarsi che dannosa nel dibattito sul conflitto arabo-israeliano che nel nostro Paese assume spesso (come sabato) i toni forti della contestazione di piazza, dei roghi di bandiere o di estremiste e irresponsabili dichiarazioni dei politici (pro o contro Israele).