Il Palazzo Reale di
Milano ospita una mostra dedicata alla storia artistica di Israele: “Israele.
Arte e vita”. L’esposizione si muove su un doppio binario. A fianco
delle opere dei maggiori artisti israeliani degli ultimi cento anni, si
cerca di ricostruire la storia dello Stato di Israele. E qui sta il
punto debole, sconcertante della mostra. Il tutto si riduce a dei
pannelli propagandistici che riducono la storia del Medio Oriente ad una
visione univoca, semplificando le complesse vicende storiche di questa
terra e cinquant’anni di guerra ad una manicheista celebrazione degli
eroi e condanno dei mostri palestinesi. Era difficile aspettasi qualcosa
di diverso, dato che la mostra è patrocinata tra gli altri
dall’Ambasciata di Israele in Italia, dal Ministero degli esteri
israeliano. Ma non saranno sicuramente operazioni di questo tipo ad
impedire che in Italia si assista a gravi episodi come quelli che si
sono svolti nelle strade di Roma sabato (18 novembre 2006). Non è con la
propaganda che, come recita il programma del progetto Omanut in
cui rientra la mostra, si può far conoscere un Paese come Israele.
Il percorso della mostra
si snoda a ritroso negli ultimi cento anni. Dalle opere degli artisti
contemporanei alle prime creazioni della Scuola di Arte e di Mestieri
Bezalei, nata a Gerusalemme nel 1906, più di mezzo secolo prima
della nascita dello Stato di Israele. Si assiste a un particolare
fenomeno della nascita di un’arte nazionale prima della nascita del
Paese stesso. Si tratta sostanzialmente di arte applicata, oggetti
religiosi che uniscono ecletticamente elementi occidentali con elementi
orientali, esprimendo una forte fascinazione verso l’oriente mitico
della propria origine. Solo negli anni Venti, con le prime consistenti
immigrazioni dall’Europa in Medio Oriente, gli artisti cominciano a
guardare al presente, elaborando un’arte che si avvicina alla tendenze
del primitivismo europeo. Vi è un forte legame, infatti, tra l’idea
della rinascita di una Nazione come mondo incontaminato e innocente e le
forme semplici, naturali del primitivismo.
Con la nascita dello
Stato di Israele l’arte si fa, soprattutto negli anni Cinquanta,
celebrativa. Segue le orme del realismo sovietico, l’idea cioè che
l’arte dovesse servire una causa politica e per farlo dovesse mandare
messaggi espliciti e chiari. Troviamo opere che descrivono la vita
idilliaca nei kibbutz e mitizzano il popolo israeliano. Negli
anni successivi gli artisti israeliani seguono sostanzialmente gli
sviluppi internazionali dell’arte, mostrando una particolare attenzione
verso il panorama europeo. Ciò che li contraddistingue è una forte
sensibilità verso il passato drammatico del popolo ebraico e la grande
influenza che la complessa situazione storico-politica della loro terra
ha sulle opere. Molto interessanti sono le opere realizzate negli ultimi
due decenni, umiliando le nuove tecniche dell’arte internazionale. Nel
campo della video-arte viene presentato un video di Sigalit Landau
(1969) . L’artista israeliana ci comunica un’atmosfera di sospensione,
la precarietà di una vita in una zona di guerra, attraverso l’immagine
di una grande spiale costituita da angurie che calleggiano sulle acque
del Mar Morto, all’interno della quale si trova aggrappata una donna
completamente svestita. La spirale si snoda lentamente, mentre
contemporaneamente si allarga il campo dell’inquadratura che la
riprende. Le fotografie di Adi Nes (1966) mostrano invece
soldati israeliani. Sono fotografie dalla grande bellezza estetica che
aumenta la drammaticità dei propri contenuti. Ma l’opera che sorprende
maggiormente è “Sakchet” (2001) di Mense Kadishman
(1932). L’artista realizza un tappeto che il visitatore è invitato a
calpestare. Ci si trova così sopra un cumulo di centinaia di pezzi tondi
di ferro, all’interno dei quali sono stati scavati occhi, naso e bocche.
Un’ecatombe di volti urlanti che sono un drammatico grido contro la
guerra e sembrano riunire in un’unica sofferenza i popoli del Medio
Oriente.
L’assurdità
dell’esposizione non risiede quindi nella selezione degli artisti e
nella qualità delle opere. “Israele. Arte e vita” pecca
vergognosamente per ciò che riguarda la vita. Nei numerosi
pannelli che introducono alle undici sale, sono menzionati gli attacchi
militari e terroristici subiti da Israele, il mancato riconoscimento
della risoluzione ONU che istituiva Israele nel 1948, ma non si fa alcun
cenno ai gravi errori israeliani che hanno avuto un grande peso, e
ancoro lo stanno avendo, sui tragici risvolti della situazione
mediorientale. Già la scelta di proporre il percorso cronologicamente
invertito è ideologica e viziosa, è già una manipolazione della storia.
Una mostra che si
propone di far conoscere il vero Israele. Ma che invece è intrisa
di ideologia e propaganda. Ciò che preoccupa maggiormente è la vivacità
della sezione didattica della mostra.
“Israele. Arte e vita”
non può quindi considerarsi che dannosa nel dibattito sul
conflitto arabo-israeliano che nel nostro Paese assume spesso (come
sabato) i toni forti della contestazione di piazza, dei roghi di
bandiere o di estremiste e irresponsabili dichiarazioni dei politici
(pro o contro Israele).