Il 4 giugno 2009
ricorre il ventennale della strage di Piazza Tienanmen,
avvenimento storico ancora oggi censurato dal governo
cinese.
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"Ero nel campus
della mia Università, quella di Beida, quando intorno alle
sei della sera arrivò la notizia che l' esercito stava
sgombrando la piazza". "Il sangue ci ribolliva, decidemmo
subito di andare sul posto, volevamo fare qualcosa, neanche
noi sapevamo cosa", racconta. "Non ho altri termini per
definire quello che è successo poi...Un massacro...Davanti a
me c' era un ragazzo che non conoscevo, era alto, indossava
una maglietta bianca...Cadde e ci stringemmo intorno a
lui...Ricordo la macchia di sangue rosso sulla sua
maglietta...Un massacro". Xiong Yan
La primavera di
Pechino del 1989. Stagione della rinascita di una
generazione con il coraggio vitale di lottare per la libertà
d'espressione e per la dea della democrazia. Teatro della
repressione sanguinaria di un regime politico talmente
tirannico e spietato da non ammettere dissidenti.
Il 15 aprile 1989
muore, per un arresto cardiaco, il politico Hu Yaobang,
popolare tra i riformisti perchè favorevole alla libertà di
parola e all'autonomia del Tibet. L'uomo, accusato di aver
compiuto “vari errori ed inesattezze “, era stato destituito
nel 1987 da Deng Xiaoping.
La protesta di
intellettuali e studenti, dapprima pacata manifestazione di
cordoglio per la scomparsa del politico, diventa una
pacifica richiesta al Partito di prendere posizione nei
confronti di Yaobang, accusando il leader Deng Xiaoping
di aver estromesso tutti quelli che non appoggiavano la sua
politica. Di qui si verificano i primi scontri tra studenti
e polizia che si intensificano il 22 aprile, giorno del
funerale di Hu Yaobang. I giovani scendono in Piazza
Tienanmen per chiedere di incontrare il primo ministro Li
Peng, e, ignorati dalla stampa e dai mass media cinesi,
decidono di proclamare uno sciopero generale nell'Università
di Pechino. Il segretario generale del partito, Zhao
Ziyang, cerca la mediazione diplomatica, ma a prevalere
è la linea dura del primo ministro Li Peng, convinto
che gli studenti siano fantocci manipolati dalle potenze
straniere. Il primo ministro ha, inoltre, l'appoggio di
Deng Xiaoping, che, pur avendo rinunciato alle cariche
più importanti, continua ad esercitare una straordinaria
influenza sulla politica cinese. Il 22 maggio, al rifiuto di
sciogliere i raduni durante la visita del premier sovietico
Gorbaciov, il governo reagisce proclamando la legge
marziale. Centinaia di migliaia di cinesi non si arrendono,
scendono in Piazza in più di trecento città, chiedendo
libertà di stampa e di parola e un possibile dialogo con i
vertici del Partito. La notte tra il 3 e il 4 giugno 1989
, l'esercito, in minima parte schieratosi in difesa dei
manifestanti, avanza dalla periferia verso Piazza Tienanmen,
sparando contro ogni oppositore.
Ancora oggi è
difficile stabilire un veritiero bilancio dei morti. La
Croce rossa parla dell'uccisione di 2600- 3000 persone
e di 30.000 feriti cui sono seguiti migliaia di
arresti, processi e esecuzioni capitali.
Secondo Amnesty
International bisogna
aggiungere altri mille decessi, ossia persone giustiziate
per ribellione, incendio di veicoli militari e ferimento o
uccisione di soldati.
Dopo la mattanza,
il governo decide di attuare un controllo molto rigido dei
mezzi di informazione e di impedire l'entrata di giornalisti
stranieri, in modo tale da non permettere la diffusione di
notizie.
A causa di questi
avvenimenti di estrema gravità, sono attuate misure
d'embargo economico e di isolamento internazionale nei
confronti della Cina.
Oggi il clima si è
placato. La Cina è stata riaccettata nella politica globale
ma gli avvenimenti di Piazza Tienanmen non smettono di
urtare la sensibilità dello Stato cinese che non fornisce
versioni ufficiali dell'accaduto e continua a censurare
tutto ciò che riguarda quella strage. La scelta politica di
soffocare ogni tentativo di chiarezza sull'accaduto è
provata dal fatto che il governo non ha mai stilato una
lista esatta delle persone uccise, sparite o imprigionate
nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 e non ha mai voluto
fornire una stima ufficiale riguardante il numero delle
vittime.
Nonostante
l'incalzante sviluppo economico e sociale degli ultimi
decenni, non si arrestano gli sforzi del governo cinese di
censurare questo importante capitolo storico, di
perseguitare i testimoni dell'eccidio e di soffocare ogni
tentativo di discussione sull'argomento. La primavera
politica del 1989 è narrata, in Cina, come “incidente
controrivoluzionario.”
Molti sono i
giornalisti arrestati per aver parlato del massacro, tra cui
Shi tao, che nel 2004,
viene condannato a dieci anni di carcere per aver mandato
un'email sull'anniversario dell'eccidio di Tienanmen.
Reporter
senza frontiere, organizzazione
internazionale con l'obiettivo di difendere la libertà di
stampa, in occasione del ventennale della strage, ha
richiesto alla Cina che siano rilasciati i blogger o
attivisti detenuti per aver partecipato o aver menzionato il
movimento del 1989, che la stampa cinese e gli utenti
internet possano parlare liberamente dell'avvenimento, che
siano reniseriti nell'ordine i giornalisti destituiti per
aver menzionato La primavera di Pechino, che le compagnie internet
statunitensi smettano di censurare i gruppi favorevoli al
movimento del 1989, che sia interrotta la repressione contro i
giornalisti e gli intellettuali che hanno partecipato alla
manifestazione.
A vent'anni dalla
pacifica protesta di Piazza Tienanmen, non è un caso che una
trentina di persone legate a tale evento storico siano
ancora in carcere.
L'afa repressiva
del clima politico cinese soffoca la libertà d'espressione e
tiene a bada le coscienze assopite. Ma si intravedono
risvegli tempestosi all'orizzonte.
Antonella Fontanella
Periodico registrato
il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore
Tommaso Martini
Direttore responsabile Edoardo
Semmola