Arte e omosessualità. L’assessore Vittorio Sgarbi
che si fa paladino della cultura gay e della difesa del
diritto d’espressione delle minoranze sempre più
combattute nel nostro Paese? Eppure ci si ricordava il
sedicente critico in tutt’altra veste, quello dei
“culattoni raccomandati”, dell’ “oscena omosessualità”,
ecc… insomma, quel tanto che ti basta per diventar
sottosegretario ai Beni culturali e assessore alla
cultura della città considerata baluardo dell’arte
contemporanea in Italia.
La cosa puzzava già sulla carta, anzi sul comunicato
stampa, che esordiva così: La mostra, voluta
dall’Assessore alla Cultura del Comune di Milano
Vittorio Sgarbi. E l’assessore aveva aggiunto: “sarà
burrasca!”. E burrasca è stata, tanto che il
sospetto che l’assessore abbia costruito tutto ad hoc
per passare da vittima, martirizzata dal suo grande
rispetto per gli omosessuali non sembra del tutto
infondato.
Problemi, polemiche, ingerenze politiche hanno
accompagnato tutto il percorso della mostra..
Innanzitutto, come ricostruisce il co-curatore
Eugenio Viola in una lunga intervista ad
exibart, il progetto nasce da una sua collaborazione con
Alessandro Riva, direttore del PAC (Padiglione
Arte Contemporanea di Milano) e delfino di Sgarbi fino
alle vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto a inizio
estate(arrestato per pedofilia). L’interessamento di
Sgarbi per la mostra inizia dopo l’uscita di scena di
Riva. Subito i primi cambiamenti. Il titolo proposto da
Viola, “Ecce [H]omo”, non piace. Troppo
provocatorio il riferimento cristologico? Molto meglio
invece giocare subito l’arma dello scandalo e
dell’omofobia, un colorito “Vade retro” viene
considerato (e mai espressione fu più azzeccata) più
politicamente corretto. Il luogo scelto, ironia
della sorte, il Palazzo della Ragione.
Nei giorni immediatamente precedenti all’apertura,
prevista originariamente per il 3 luglio, viene imposto
dall’Assessore un divieto ai minori. La scelta
mette in evidenza le prime incrinature nel progetto
della mostra. Il dibattito si fa infuocato, si urla già
alla censura. “Arte e omosessualità” come novello
“Accattone”, primo film vietato ai minori di diciott’anni
quando ancora non esisteva una legge in materia (e ci
immaginiamo il Vittorio dopo l’annullamento della mostra
crocifisso a Palazzo Marino che come Franco Citti morto
sulla strada romana sussurra con un filo di voce “Mo’
sto bene” e si gode la sua, non potrebbe essere
diversamente, vera vittoria).
Ma il bello deve ancora venire. L’opera dello scandalo è
Miss Kitty di Paolo Schmidlin
(Milano, 1964), uno degli artisti della scuderia di
Alessandro Riva. È lui o non è lui? Certo che è lui:
è papa Benedetto XVI l’arzillo vecchietto della scultura
di Schmidlin, in versione transessuale: tanga,
reggicalze e mano sul seno. L’opera viene ritirata dopo
la giornata inaugurale, è il primo intervento del
Sindaco Letizia Moratti. E Sgarbi
ha pensato bene di assicurarsi il pezzo da novanta
acquistandolo per la propria collezione privata. Slitta
l’apertura e arrivano le ulteriori pressioni da parte di
suor Letizia, coerente con la posizione assunta in
occasione del Festival Internazionale del cinema gay e
lesbico al quale sono stati negati i finanziamenti del
comune (che arrivavano regolari da venti edizioni).
Forte della posizione di patrocinatrice della mostra la
Moratti esige la rimozione di nove opere e il
rogo del catalogo (edizione Electa, nel quale, tra gli
altri, sono ospitati interventi di Vladimir
Luxuria e Ignazio La Russa!).
L’Assessore e il curatore hanno quindi deciso, vedendo
ormai traviato il proprio progetto, di annullare la
mostra. Al secondo posto, tre le altre opere censurate dalla Moratti,
troviamo l’auto di Silvio Sircana che accosta la
macchina a lato della strada e.. “Ecce trans”: con le
fattezze di Gesù Cristo, nell’opera del collettivo
ConiglioViola.
Ma indicativo dell’avanguardia culturale del Sindaco di
Milano il fatto che alcune opere di cui ha preteso la
rimozione sono frutto di artisti operanti nella prima
metà del secolo scorso (il “San Sebastiano” di
Giovanni Taverna è del 1945 e il “David”, del
1927, di Guglielmo Janni, risale
addirittura al periodo omofono del Ventennio!). E poi
ancora: due uomini che si baciano sulla guancia (“The
Kiss”, John Kirby, 1990) non si possono
proprio vedere se sulla parete alle loro spalle c’è un
piccolo crocifisso (ma che colpa ne hanno loro se i
crocifissi segnano ormai ogni muro?). Sebastiano
Deva, artista napoletano, dichiara di sognare
l’Italia dei Dico e dei pari diritti degli omosessuali:
lo fa rappresentando un bacio omosessuale davanti a un
tricolore. Certo: un omaggio a un’Italia che non c’è.
Altro che vilipendio alla bandiera: troppa fiducia in
quei tre colori la speranza che un giorno possano essere
il vessillo di un paese civile.
La mostra sarà forse ospitata in altre città (quale
sperpero di denaro pubblico sostenere la realizzazione
della mostra fino al momento dell’inaugurazione per poi
causarne la chiusura). Subito si è proposta Napoli,
grazie all’interessamento del soprintendente Nicola
Spinosa, che ha suggerito la sede di Castel Sant’Elmo,
ma il tutto si è risolto in un nulla di fatto.
Per quanto riguarda il rilievo culturale della mostra le
opinioni sono ovviamente contrastanti. Essa era comunque
il frutto bastardo dei due visioni dell’arte diverse,
quella di Viola e quella di Sgarbi, due
gusti che difficilmente possono coesistere dando un
risultato omogeneo. “Arte e omosessualità” è stata anche
accusata di voler ancora una volta ghettizzare l’arte
gay, semplicemente individuandone una. Forse è vero che
parlare di “estetica gay” o “poetica omosessuale”, come
ha fatto Sgarbi, ha poco senso, ma l’idea curatoriale di
raccogliere opere con soggetti che si richiamano ad
esperienze omosessuali non ha in sé nulla di negativo o
dannoso e comunque si affianca ai numerosi accostamenti
di cui si nutrono le mostre di arte contemporanea. Il
valore degli artisti in mostra e delle opere è comunque,
in alcuni casi, innegabile.
Sport sgorbiano, censura, suor Letizia che mette
i brachettoni, la sinistra praticamente muta, compreso
l’On. Luxuria vittima diretta della
censura (con la buona compagnia dell’On. La
Russa). Insomma, ce n’è per tutti i gusti.
Arte degenerata, Entartete Kunst direbbe il
nostro Benedetto XVI, anzi, pardon, Entertete umanità!
Tommaso
Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
20 agosto
2007
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