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Internet e informazione

di Tommaso Martini

I blog e l'informazione: da Beppe Grillo al citizen journalism.

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I blog sono sicuramente il più interessante modo n di fare informazione. Grazie ai blog, chiunque disponga di un computer e di minime competenze informatiche, può aprire uno spazio in Internet dove, in qualche modo, poter fare anche informazione. La maggior parte dei blog, strumento che comunque interessa in Italia poco più del 10% della popolazione, sono dei semplici diari online. I blog che si occupano di informazione sono sicuramente minoritari ma alcuni di essi hanno assunto una grande importanza a livello nazionale. Si parla spesso dell’informazione fatta sui blog come di informazione proveniente dal basso, ma ciò sembra non essere vero per i blog di maggior successo.

L’esempio più eclatante è quello del blog del comico genovese Beppe Grillo, che si è affermato come una delle novità più importanti del 2007 nel mondo della comunicazione e della politica. Secondi alcuni studiosi, tramite il suo sito Beppe Grillo può essere in gradi di spostare il 2%-3% dell’elettorato. Una ricerca condotta dall’edizione online della prestigiosa rivista “Time” ha visto il blog italiano stravincere tra una selezione di 25 blog considerati i più influenti al mondo. Beppe Grillo ha raccolto quasi 140mila voti, con un giudizio medio di 9/10. Grazie al suo blog Beppe Grillo è riuscito ad organizzare il V-day dell’8 ottobre 2007, un’iniziativa non presa sul serio dai media nazionali[1] ma con la quale la politica e l’informazione hanno dovuto sempre più confrontarsi.

Ma ciò che è subito evidente è che l’informazione di Beppe Grillo non può considerarsi “dal basso”, poiché prodotta da un personaggio pubblico di grande successo che, anche se allontanato dalla televisione da diverse anni, ben prima dell’apertura del suo blog, poteva riempire i teatri con i suoi spettacoli comici. Inoltre mancano alcuni degli elementi fondamentali per le nuove forme di informazione, in particolare l’assenza di comunicazione con gli utenti ai quali è permesso commentare ma che non avranno mai una risposta dal tenutario del blog. Manca poi quasi completamente il dialogo interno alla rete, fatto di linkaggi, di ospitate di interventi esterni, ecc… Il risultato sembra quello di un normale mezzo di comunicazione trasferito sulla rete, tanto che sono diffuse le voci che parlano di un’agenzia dietro la stesura degli interventi firmati da Beppo Grillo.

Secondo la classifica pubblicata dal “Corriere della Sera” nel luglio 2007[2] i dieci blog più famosi sono tutti blog legati a personaggi celebri. Per la maggior parte si tratta di blog che propongono (contro)informazione come nel caso, oltre che del già citato Grillo, dei giornalisti Daniele Luttazzi e Daria Mignardi e del Nobel Dario Fo che molto spesso propone tematiche di forte attualità. La situazione dei siti più visitati si presenta diversa. Prevalgono i blog che si occupano di tecnologia e di internet, proprio perché visitati dagli utenti forti quasi costantemente connessi alla rete. Il blog di Beppe Grillo è in seconda posizione e alla sesta si trova il blog di un giornalista professionista, Luca Sofri (www.wittgenstein.it).

Il fenomeno più interessante legato ai blog è però quello dei blog creati veramente dal basso, che costituiscono quello che viene definito citizen journalism, espressione spesso tradotta in italiano con “giornalismo partecipativo”. Questo termine ha in realtà un’accezione molto vasta. Esso indica anche, per esempio, l’uso sempre più diffuso che i media tradizionali fanno di materiale creato da cittadini non giornalisti. La diffusione di alcuni strumenti elettronici, in particolare dei telefonini dotati di fotocamere e videocamere, fa sì che siano proprio le persone comuni ad assicurare una copertura giornalistica agli eventi più importanti degli ultimi anni. Quello che viene considerato il primo caso di un exploit nell’uso di filmati e foto realizzate da non giornalisti è l’11 settembre 2001, quando i telegiornali di tutto il mondo mandarono in onda ore di trasmissioni proveniente da materiale amatoriale. I siti di alcune importanti testate hanno aperto sezioni dedicate agli utenti, è il caso dello spazio “Have your Say” creato dalla BBC o di CNN Exchange.

Altra espressione del giornalismo partecipativo è rappresentata da grandi siti web che permettono agli utenti di generare i contenuti. L’esempio più importante è probabilmente OhmyNews, sito di informazione sudcoreano in cui il 70% dei contenuti sono prodotti da 35mila utenti non professionisti. È anche grazie a questo sito che, secondo alcuni analisti, è stata possibile la vittoria nelle elezioni del 2006 sul candidato conservatore. Altro esempio è backfence.com, negli Stati Uniti, che si occupa soprattutto di notizie locali ma che ha un enorme successo in diverse aree del Paese. Altro importante esempio è Wikinews, che appartiene alla famiglia di Wikipedia e ripropone la stessa logica di funzionamento dell’enciclopedia. In Italia è il suo corrispondente è Wikinotizie, che si affianca ad altre operazione di questo tipo, come fainotizia.it o youreporter.it.

Un caso a parte sono i canali televisivi che vengono costruiti completamente grazie a contenuti user-generated. L’esempio più importante, anche se la sua esperienza è completamente nuova in Italia, è quella di CurrentTv.

E infine il citizen journalism che si sviluppa in decine di migliaia di blog, dove si intrecciano complesse relazione di scambio tra utenti che esprimono le proprie idee, danno visibilità a fatti, e commentano ed esprimono la loro opinione in forma di commenti in altri blog. Una rete fittissima che apre una serie di problematiche molto serie per il futuro dei media. Se si confermasse il trend attuale si potrebbe arrivare in futuro a una situazione in cui tutti possederebbero . un blog, ognuno dei quali avrebbe un editore e un lettore, che coinciderebbero nella stessa persona. In questo panorama potrebbe essere molto semplice per alcune grandi lobby emergere su questo mare indistinto e assumere un controllo incontrastato sui pochi canali di informazione veramente influenti rimasti.

Un altro grande problema è quello del rapporto tra giornalismo professionista e blogger. Come ha affermato Giovanni di Lorenzo, direttore del quotidiano tedesco “Die Stern”, durante un dibattito sui media nel corso del Festival della Filosofia di Roma nell’aprile 2008, i blog sono una minaccia al giornalismo di qualità, che è un giornalismo che costa. Di Lorenzo ha denunciato il “mito della capacità di opinione dei blogger”, l’idea secondo la quale l’informazione proveniente dal basso è per forza più genuina e giusta rispetto a quella del giornalismo istituzionalizzato. Sulla stessa linea la preoccupazione di Massimo Mucchetti, vicedirettore del “Corriere della Sera”, in un dibattito su media e democrazia nell’ambito del Festival dell’economia di Trento. Mucchetti ha affermato che «i blog non sostituiscono i media come fabbriche dell’informazione» proprio perché non offrono «informazione in modo professionale» a causa della mancanza di risorse. Su questo punto Mucchetti sottolinea come al momento attuale ci si trovi in una fase di profonda trasformazione e definizione di qualcosa di nuovo, poiché: «Internet non è ancora un pensiero imprenditoriale compiuto […] i margini tradizionali si stanno asciugando e non ne sono ancora giunti di nuovi». Nel corso dello stesso incontro, l’americano John Lloyd, editorialista del “Financial Times” e autore del libro “What Media Are Doing To Our Politics” (Robinson Book, 2004), ha invece sottolineato come non si può rivolgere un’accusa generalizzata alla blogsfera  di mancanza di professionalità, proprio per la presenza al suo interno di buona informazione, potenzialmente accessibile a tutti. La critica di mancanza di professionalità giunge soprattutto dal mondo del giornalismo, che sembra essere fortemente impaurito dal citizen journalism. Quello che è importante osservare è che un richiamo all’etica deontologica e alla professionalità nei confronti della blogsfera suona quasi ironico a fronte di un giornalismo che, soprattutto in Italia, ha dimostrato di muoversi in modo ben poco rispettoso dei principi di questa professione. Ad esempio, sempre nell’incontro sulla metamorfosi dei media tenutosi durante il Festival della Filosofia, il direttore del Tg1 Gianni Riotta rivolgeva ai blog l’accusa di poter essere i responsabili dell’«esaurirsi della cultura basata sul dibattito». È una posizione difficile da mantenere, soprattutto se si dirige il primo telegiornale italiano secondo una logica che pone la vera informazione e l’obbligo di essere un servizio pubblico in secondo piano. La potenzialità di Internet di ravvivare il dibattito pubblico è conclamata da più parti. Sicuramente è più forte rispetto alla televisione e alla stessa carta stampata. Invitato al Festival dell’economia di Trento il blogger ed esperto di comunicazione e media Giuseppe Granirei ha definito Internet come uno «spazio pubblico come mai conosciuto prima». Egli ha messo in evidenza alcuni casi in cui è stato Internet a metter al centro dell’attenzione mediatica e politica alcune importanti questioni come, ad esempio, il bullismo o lo stesso fenomeno dell’ “antipolitica”. Un altro esempio è l’importanza dei video pubblicati su Youtube realizzati durante il G8 di Genova per conoscere la verità sulle violenza della polizia nel luglio 2002.

Una forte critica a Internet è il fatto che nei blog si esprimono soprattutto opinioni e non si raccontano fatti, quello che dovrebbe essere il vero compito dell’informazione. Tuttavia, visto che in realtà sembra che nessuno media si occupa più di limitarsi a raccontare fatti, anche perché impossibile, i blog offrono un indiscutibile privilegio: nella loro quantità potrebbe risiedere la qualità. Navigando in decine o centinaia di blog si troverebbero idee talmente divergenti da poter accendere un dibattito veramente in grado di creare una sfera pubblica critica. Secondo Daniele Pitteri, docente di Sociologia della comunicazione politica alla Luiss, intervenuto nel dibattito “La democrazia è nella rete?” al Festival dell’economia, «il vero succo della democrazia è la discussione, il dibattito» e, prosegue, in questo campo Internet sta partecipando e parteciperà sempre più, anche se guardare ad Internet e alla democrazia oggi è molto difficile, poiché il primo non si è ancora definito fino in fondo, mentre la democrazia rappresentativa sta conoscendo un momento di forte trasformazione.

In quest’ottica quindi il giornalismo partecipativo potrebbe essere l’alternativa a un giornalismo professionista che sta sempre più perdendo se stesso. Se oggi però è più facile rendere pubblica la propria opinione, si rischia di perdere altre capacità: «siamo tutti capaci di dire, non siamo più capaci di capire, non siamo più capaci di leggere, di guardare»[3].

Internet risulta inoltre un ambiente in cui possono svilupparsi fenomeni, come è il caso di Grillo, di forte demagogia e populismo. Internet, secondo Michele Polo, «riflette troppo spesso il sentimento sopraccitato», si fa portatore di malumori ed emozioni del momento[4]. Secondo Stefano Rodotà è fondamentale «evitare che le nuove tecnologie si consolidino come la forma del populismo del nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la democrazia plebiscitaria»[5].

Tommaso Martini

10 febbraio 2009
 


[1] È particolarmente famosa la vicenda del Tg1 che sottovalutando l’evento decise di non mandare nemmeno una sua truppe a Bologna l’8 ottobre del 2007, salvo poi dover acquistare tutti i filmati con i quali realizzare gli obbligati servizi sull’evento, quando ormai era impossibile censurarlo.

[2] La classifica probabilmente ha subito grandi cambiamenti nel corso dell’ultimo anno, e presumibilmente con un ulteriore incremento dei siti legati all’informazione, in seguito al dilagare della cosiddetta “antipolitica” e alla lunga campagna elettorale.

[3] Questa riflessione della poetessa Patrizia Valduga è stata ricordata da Daniele Pitteri nel corso dell’incontro “La democrazia è nella rete?” al Festival dell’economia di Trento.

[4] Michele Polo, nel suo intervento al Festival dell’economia nel dibattito “Media e democrazia”, Trento, 31 maggio 2008.

[5] Stefano Rodotà, I sette peccati capitali di Internet (e le sue virtù), “repubblica.it”, 6 marzo 2007.

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola