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I blog sono
sicuramente il più interessante modo n di fare informazione.
Grazie ai blog, chiunque disponga di un computer e di minime
competenze informatiche, può aprire uno spazio in Internet
dove, in qualche modo, poter fare anche informazione. La
maggior parte dei blog, strumento che comunque interessa in
Italia poco più del 10% della popolazione, sono dei semplici
diari online. I blog che si occupano di informazione sono
sicuramente minoritari ma alcuni di essi hanno assunto una
grande importanza a livello nazionale. Si parla spesso
dell’informazione fatta sui blog come di informazione
proveniente dal basso, ma ciò sembra non essere vero per i
blog di maggior successo.
L’esempio più
eclatante è quello del blog del comico genovese Beppe
Grillo, che si è affermato come una delle novità più
importanti del 2007 nel mondo della comunicazione e della
politica. Secondi alcuni studiosi, tramite il suo sito Beppe
Grillo può essere in gradi di spostare il 2%-3%
dell’elettorato. Una ricerca condotta dall’edizione online
della prestigiosa rivista “Time” ha visto il blog italiano
stravincere tra una selezione di 25 blog considerati i più
influenti al mondo. Beppe Grillo ha raccolto quasi 140mila
voti, con un giudizio medio di 9/10. Grazie al suo blog
Beppe Grillo è riuscito ad organizzare il V-day dell’8
ottobre 2007, un’iniziativa non presa sul serio dai media
nazionali
ma con la quale la politica e l’informazione hanno dovuto
sempre più confrontarsi.
Ma ciò che è
subito evidente è che l’informazione di Beppe Grillo non può
considerarsi “dal basso”, poiché prodotta da un personaggio
pubblico di grande successo che, anche se allontanato dalla
televisione da diverse anni, ben prima dell’apertura del suo
blog, poteva riempire i teatri con i suoi spettacoli comici.
Inoltre mancano alcuni degli elementi fondamentali per le
nuove forme di informazione, in particolare l’assenza di
comunicazione con gli utenti ai quali è permesso commentare
ma che non avranno mai una risposta dal tenutario del blog.
Manca poi quasi completamente il dialogo interno alla rete,
fatto di linkaggi, di ospitate di interventi esterni, ecc…
Il risultato sembra quello di un normale mezzo di
comunicazione trasferito sulla rete, tanto che sono diffuse
le voci che parlano di un’agenzia dietro la stesura degli
interventi firmati da Beppo Grillo.
Secondo la
classifica pubblicata dal “Corriere della Sera” nel luglio
2007
i dieci blog più famosi sono tutti blog legati a personaggi
celebri. Per la maggior parte si tratta di blog che
propongono (contro)informazione come nel caso, oltre che del
già citato Grillo, dei giornalisti Daniele Luttazzi e Daria
Mignardi e del Nobel Dario Fo che molto spesso propone
tematiche di forte attualità. La situazione dei siti più
visitati si presenta diversa. Prevalgono i blog che si
occupano di tecnologia e di internet, proprio perché
visitati dagli utenti forti quasi costantemente connessi
alla rete. Il blog di Beppe Grillo è in seconda posizione e
alla sesta si trova il blog di un giornalista
professionista, Luca Sofri (www.wittgenstein.it).
Il fenomeno più
interessante legato ai blog è però quello dei blog creati
veramente dal basso, che costituiscono quello che viene
definito citizen journalism, espressione spesso
tradotta in italiano con “giornalismo partecipativo”. Questo
termine ha in realtà un’accezione molto vasta. Esso indica
anche, per esempio, l’uso sempre più diffuso che i media
tradizionali fanno di materiale creato da cittadini non
giornalisti. La diffusione di alcuni strumenti elettronici,
in particolare dei telefonini dotati di fotocamere e
videocamere, fa sì che siano proprio le persone comuni ad
assicurare una copertura giornalistica agli eventi più
importanti degli ultimi anni. Quello che viene considerato
il primo caso di un exploit nell’uso di filmati e foto
realizzate da non giornalisti è l’11 settembre 2001, quando
i telegiornali di tutto il mondo mandarono in onda ore di
trasmissioni proveniente da materiale amatoriale. I siti di
alcune importanti testate hanno aperto sezioni dedicate agli
utenti, è il caso dello spazio “Have your Say” creato dalla
BBC o di CNN Exchange.
Altra espressione
del giornalismo partecipativo è rappresentata da grandi siti
web che permettono agli utenti di generare i contenuti.
L’esempio più importante è probabilmente OhmyNews, sito di
informazione sudcoreano in cui il 70% dei contenuti sono
prodotti da 35mila utenti non professionisti. È anche grazie
a questo sito che, secondo alcuni analisti, è stata
possibile la vittoria nelle elezioni del 2006 sul candidato
conservatore. Altro esempio è backfence.com, negli Stati
Uniti, che si occupa soprattutto di notizie locali ma che ha
un enorme successo in diverse aree del Paese. Altro
importante esempio è Wikinews, che appartiene alla famiglia
di Wikipedia e ripropone la stessa logica di funzionamento
dell’enciclopedia. In Italia è il suo corrispondente è
Wikinotizie, che si affianca ad altre operazione di questo
tipo, come fainotizia.it o youreporter.it.
Un caso a parte
sono i canali televisivi che vengono costruiti completamente
grazie a contenuti user-generated. L’esempio più
importante, anche se la sua esperienza è completamente nuova
in Italia, è quella di CurrentTv.
E infine il
citizen journalism che si sviluppa in decine di migliaia
di blog, dove si intrecciano complesse relazione di scambio
tra utenti che esprimono le proprie idee, danno visibilità a
fatti, e commentano ed esprimono la loro opinione in forma
di commenti in altri blog. Una rete fittissima che apre una
serie di problematiche molto serie per il futuro dei media.
Se si confermasse il trend attuale si potrebbe arrivare in
futuro a una situazione in cui tutti possederebbero . un
blog, ognuno dei quali avrebbe un editore e un lettore, che
coinciderebbero nella stessa persona. In questo panorama
potrebbe essere molto semplice per alcune grandi lobby
emergere su questo mare indistinto e assumere un controllo
incontrastato sui pochi canali di informazione veramente
influenti rimasti.
Un altro grande
problema è quello del rapporto tra giornalismo
professionista e blogger. Come ha affermato Giovanni
di Lorenzo, direttore del quotidiano tedesco “Die Stern”,
durante un dibattito sui media nel corso del Festival della
Filosofia di Roma nell’aprile 2008, i blog sono una minaccia
al giornalismo di qualità, che è un giornalismo che costa.
Di Lorenzo ha denunciato il “mito della capacità di opinione
dei blogger”, l’idea secondo la quale l’informazione
proveniente dal basso è per forza più genuina e giusta
rispetto a quella del giornalismo istituzionalizzato. Sulla
stessa linea la preoccupazione di Massimo Mucchetti,
vicedirettore del “Corriere della Sera”, in un dibattito su
media e democrazia nell’ambito del Festival dell’economia di
Trento. Mucchetti ha affermato che «i blog non sostituiscono
i media come fabbriche dell’informazione» proprio perché non
offrono «informazione in modo professionale» a causa della
mancanza di risorse. Su questo punto Mucchetti sottolinea
come al momento attuale ci si trovi in una fase di profonda
trasformazione e definizione di qualcosa di nuovo, poiché:
«Internet non è ancora un pensiero imprenditoriale compiuto
[…] i margini tradizionali si stanno asciugando e non ne
sono ancora giunti di nuovi». Nel corso dello stesso
incontro, l’americano John Lloyd, editorialista del
“Financial Times” e autore del libro “What Media Are Doing
To Our Politics” (Robinson Book, 2004), ha invece
sottolineato come non si può rivolgere un’accusa
generalizzata alla blogsfera di mancanza di
professionalità, proprio per la presenza al suo interno di
buona informazione, potenzialmente accessibile a tutti. La
critica di mancanza di professionalità giunge soprattutto
dal mondo del giornalismo, che sembra essere fortemente
impaurito dal citizen journalism. Quello che è
importante osservare è che un richiamo all’etica
deontologica e alla professionalità nei confronti della
blogsfera suona quasi ironico a fronte di un giornalismo
che, soprattutto in Italia, ha dimostrato di muoversi in
modo ben poco rispettoso dei principi di questa professione.
Ad esempio, sempre nell’incontro sulla metamorfosi dei media
tenutosi durante il Festival della Filosofia, il direttore
del Tg1 Gianni Riotta rivolgeva ai blog l’accusa di poter
essere i responsabili dell’«esaurirsi della cultura basata
sul dibattito». È una posizione difficile da mantenere,
soprattutto se si dirige il primo telegiornale italiano
secondo una logica che pone la vera informazione e l’obbligo
di essere un servizio pubblico in secondo piano. La
potenzialità di Internet di ravvivare il dibattito pubblico
è conclamata da più parti. Sicuramente è più forte rispetto
alla televisione e alla stessa carta stampata. Invitato al
Festival dell’economia di Trento il blogger ed esperto di
comunicazione e media Giuseppe Granirei ha definito Internet
come uno «spazio pubblico come mai conosciuto prima». Egli
ha messo in evidenza alcuni casi in cui è stato Internet a
metter al centro dell’attenzione mediatica e politica alcune
importanti questioni come, ad esempio, il bullismo o lo
stesso fenomeno dell’ “antipolitica”. Un altro esempio è
l’importanza dei video pubblicati su Youtube realizzati
durante il G8 di Genova per conoscere la verità sulle
violenza della polizia nel luglio 2002.
Una forte critica
a Internet è il fatto che nei blog si esprimono soprattutto
opinioni e non si raccontano fatti, quello che dovrebbe
essere il vero compito dell’informazione. Tuttavia, visto
che in realtà sembra che nessuno media si occupa più di
limitarsi a raccontare fatti, anche perché impossibile, i
blog offrono un indiscutibile privilegio: nella loro
quantità potrebbe risiedere la qualità. Navigando in decine
o centinaia di blog si troverebbero idee talmente divergenti
da poter accendere un dibattito veramente in grado di creare
una sfera pubblica critica. Secondo Daniele Pitteri, docente
di Sociologia della comunicazione politica alla Luiss,
intervenuto nel dibattito “La democrazia è nella rete?” al
Festival dell’economia, «il vero succo della democrazia è la
discussione, il dibattito» e, prosegue, in questo campo
Internet sta partecipando e parteciperà sempre più, anche se
guardare ad Internet e alla democrazia oggi è molto
difficile, poiché il primo non si è ancora definito fino in
fondo, mentre la democrazia rappresentativa sta conoscendo
un momento di forte trasformazione.
In quest’ottica
quindi il giornalismo partecipativo potrebbe essere
l’alternativa a un giornalismo professionista che sta sempre
più perdendo se stesso. Se oggi però è più facile rendere
pubblica la propria opinione, si rischia di perdere altre
capacità: «siamo tutti capaci di dire, non siamo più capaci
di capire, non siamo più capaci di leggere, di guardare».
Internet risulta
inoltre un ambiente in cui possono svilupparsi fenomeni,
come è il caso di Grillo, di forte demagogia e populismo.
Internet, secondo Michele Polo, «riflette troppo spesso il
sentimento sopraccitato», si fa portatore di malumori ed
emozioni del momento.
Secondo Stefano Rodotà è fondamentale «evitare che le nuove
tecnologie si consolidino come la forma del populismo del
nostro tempo, con un continuo scivolamento verso la
democrazia plebiscitaria».
Tommaso
Martini
10 febbraio
2009
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