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Il lodo Alfano garantisce l’immunità
alle quattro alte cariche dello stato, finché restano al
loro posto (o cambiano poltrona).
Qualsiasi
delitto dovessero commettere, non sarebbero
perseguibili fino alla fine della legislatura. Sono compresi
anche i delitti comuni e quelli svincolati dall’attività
politica, oltre a quelli per cui c’è un processo in corso
già da prima del loro mandato.
In poche parole non si potrebbe procedere nemmeno nel caso
strangolassero la moglie, molestassero la
segretaria o, più verosimilmente, corrompessero un testimone
perché possa mentire sotto giuramento in tribunale facendo
assolvere un colpevole.
Non si tratta però di un’idea nuova. Qualcosa di molto
simile era già stato tentato nel 2004, col
lodo Schifani,
bocciato dalla Consulta perché incostituzionale. Ma quali
erano le differenze con l’attuale lodo Alfano?
Quasi nessuna, tranne che per il numero delle alte cariche
coinvolte e per l’irrinunciabilità della sospensione.
Nel lodo Schifani
le alte
cariche erano cinque: oltre ai presidenti di
camera e senato, il presidente del consiglio e della
Repubblica, avevano inserito anche il
presidente
della Corte Costituzionale. Peccato che alla
fine è stata quella stessa Corte a bocciare il lodo Schifani
decretandolo incostituzionale.
La questione dell’irrinunciabilità invece è davvero curiosa:
se un’alta carica dello stato avesse rinunciato alla
sospensione (cioè all’immunità), avrebbe dovuto rinunciare
anche alla propria carica. Cioè, per farsi processare subito
avrebbe dovuto dimettersi.
Nel
lodo Alfano invece il presidente della
Consulta sparisce dalla cerchia degli impunibili e prendono
vita i fantastici quattro, supereroi in difesa dei cittadini
e della stabilità dello Stato.
Viene sistemata anche la questione dell’irrinunciabilità,
considerata forse alla base dell’incostituzionalità del
precedente lodo:
se l’alta
carica lo desidera, può rinunciare alla
sospensione e farsi processare senza interrompere il proprio
mandato. Cosa che senza ombra di dubbio farà Berlusconi. Lo
ha detto lui stesso e, a meno di qualche smentita…
Invece in tv e sui giornali se ne sono dette di tutti
colori. Alcune affermazioni si sono rilevate del tutto
inesatte. Per esempio il fatto che trattandosi solo di una
sospensione,
la vittima
non verrà danneggiata affatto; basterà che
aspetti e potrà avere giustizia in seguito. È una
cosa non vera,
dal momento che la stessa corte costituzionale, per il lodo
Schifani del 2004 aveva ritenuto “che
una stasi del processo per un tempo indefinito vulnerasse il
diritto di azione e di difesa e che la possibilità di
reiterare sospensioni ledesse il bene costituzionale
dell’efficienza del processo”.
Il principio della ragionevole durata del processo (art.
111, secondo comma) sancito dalla costituzione, andrebbe a
farsi benedire e la vittima aspetterebbe una giustizia che
non arriva, mentre il reo continuerebbe ad amministrare il
paese.
Forse non bisogna essere proprio dei giuristi per capire che
questo lodo stride vivacemente con
l’articolo 3
della Costituzione: “Tutti
i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti
alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali
e sociali…”.
Le
alte cariche dello stato non saranno uguali
davanti alla legge proprio in virtù della propria condizione
sociale.
Nel contempo
le vittime
collegate ai loro reati non sarebbero per nulla uguali alle
altre vittime, perché la loro possibilità di avere giustizia
verrebbe rimandata di anni. Il che, vista l’attuale durata
dei processi in generale, non è proprio una bella cosa.
Qualcuno invece ha detto che anche in molte altre democrazie
è prevista l’immunità per le alte cariche o per il premier.
Anche questo è falso.
La sospensione dei processi vale solo per
tre capi di
Stato:
Grecia,
Israele e Portogallo. Attenzione: Capi di
Stato, non presidenti del Consiglio, che invece non hanno
alcuna protezione particolare in nessuna delle democrazie
occidentali.
Ovviamente per i reati funzionali, legati cioè alla carica
rivestita, la protezione - in Italia come altrove - c’è
dall’inizio della democrazia. È per i delitti comuni che non
c’è nulla, perché probabilmente nel lontano
1947
i costituenti pensavano che l’interessato, beccato a
corrompere un giudice, si sarebbe dimesso immediatamente,
coperto di vergogna. Come avrebbero potuto immaginare che da
lì a cinquanta anni, l’unico rossore nella faccia dei
politici sarebbe stato solo quello del trucco televisivo?
Oggi, se
il premier,
nel corso della legislatura, lasciasse il governo assumendo
un’altra carica tra le 4 intoccabili, per esempio quella di
presidente della Repubblica, si conserverebbe “immune” per
altri
sette anni.
Si dirà: ma con tutte le ombre dei processi in corso e delle
prescrizioni, come farà mai a fare questo salto? Mai mettere
limiti alla provvidenza.
Cuffaro
si è dimesso da presidente della regione Sicilia perché
condannato per favoreggiamento ad alcuni mafiosi ed
è stato
eletto addirittura al Senato (come non
ricordare i manifesti elettorali dell’Udc: “Premiare
chi merita”).
In tutta Italia si stanno però
raccogliendo
le firme per indire il
referendum
abrogativo del lodo Alfano. A promuovere la
raccolta sono i partiti dell’opposizione con in testa
l’Italia dei valori, tranne il Pd, anche se molti suoi
esponenti hanno firmato ugualmente, indipendentemente
dall’appartenenza politica: “Firmo come una persona
qualsiasi che non condivide il lodo Alfano – ha affermato
Parisi del Pd - a prescindere dalle scelte
del mio partito”.
Tra i
cittadini
invece la partecipazione è indifferenziata, dall’estrema
sinistra all’estrema destra.
Egidio Morici
1 novembre
2008
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