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Redazione

 
Naziskin e l'ignoranza, madre di tutte le intolleranze. La colpevole assenza della politica.
di Eleonora Gitto da  Pensare..Sognare..Comunicare..

Dopo i fatti di Verona, una riflessione sulle responsabilità della politica.

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Raduno neofascista a Rovereto (2006)


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naziskin.jpgNicola Tommasoli è morto. Questo è il terribile dato oggettivo che nessun dibattito potrà, purtroppo, cambiare. Una giovane vita stroncata per nulla da un manipolo di ignoranti facinorosi che per vincere le proprie debolezze, le paure, la noia, la solitudine, la consapevolezza piena del loro essere “nulla”, le frustrazioni, le insoddisfazioni, il loro essere mortificati, schiacciati, prigionieri di una società involuta e priva di cultura che inneggia all’intolleranza, alla violenza, si rifugiano nel “branco”.

E se il branco si definisce “Skin88″ (Skinhead) o più popolarmente Naziskins, termine che evoca brutalità, sangue, oppressione e morte, diventa ancora più appetibile farne parte.

La morte di Tommasoli ha acceso per l’ennesima volta i riflettori su una realtà sociale sempre più intrisa di una sottocultura fascistoide, fuori tempo e fuori luogo, intollerante nei confronti del diverso e razzista, che, soprattutto nel Nord-est del nostro Paese, trova terreno fertile.

In questi giorni si sono scatenati, al solito, molti dibattiti. Questa nostra cara Italia ama sempre dividersi sui temi.

C’è chi etichetta il drammatico episodio come una semplice “bravata” dei ragazzotti veronesi naziskin, e chi ne denuncia il profondo significato d’allarme.

Abbiamo sentito più campane ribadire che non c’è collegamento con la politica.

Addirittura il Magistrato ha detto che non c’è movente politico. Questo solo perché i “bravi ragazzi” di Verona non hanno attaccato Nicola Tommasoli perché era di colore politico diverso.

Ma veramente è possibile escludere il collegamento politico?

A Verona non è il primo episodio che si registra, ed episodi simili si sono verificati in molte altre parti, in Italia e all’estero.

naziskin2.jpg

A Verona gli habituè della violenza la “esercitano” ovunque, negli stadi come a scuola, per le strade come al bar, convinti che è in questo modo che si pratica l’idea, tanto esecrabile quanto distorta, socio-politica del nazi-fascismo, loro unica, sconfinata, inespugnabile fede.

La parola d’ordine è “eliminare il diverso“, dove diverso è tutto ciò che non è collocato nel “branco” e, quindi, a loro estraneo. E si ci sente nel “branco” se accomunati da un’idea e l’idea che più legittima il loro comportamento è quella di estrema destra. E questo è un collegamento politico.

E’ successo a Verona, una città borghese,a forte matrice razzista, la cui economia si basa sul lavoro degli immigrati. Una città dove esiste innegabilmente una cultura locale che alimenta idee di narcisismo, di autodeterminazione, di nazionalismo, di violenza come mezzo di affermazione, di voce-alta, di disprezzo per tutto l’altro. L’humus ideale per coltivare pregiudizi, discriminazioni e pericolosi fanatismi.

Una città che la Cei sceglie per il Convegno Nazionale Ecclesiale. E, forse, non a caso. 

Il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso ricordava che ‘’sia l’intervista rilasciata dal presidente della Cei Bagnasco, sia la pubblicazione degli orientamenti del Convegno Nazionale Ecclesiale di Verona, contengono le solite affermazioni, discriminatorie e omofobe, di cui è malata la gerarchia cattolica italiana. I toni si fanno sfumati, persino fintamente accoglienti – precisava Mancuso - ma la sostanza non cambia: alle persone lgbt di questo Paese non va riconosciuto alcun diritto…. Ricordiamo, inoltre, che la campagna d’odio perseguita nel corso degli ultimi anni dalle gerarchie ecclesiastiche, ha, di fatto, contribuito all’aumento esponenziale di atti di violenza e di offesa nei nostri confronti e nei confronti della diversità in generale.

Se si dà il giusto peso alle affermazioni di Mancuso, si evince la responsabilità innegabile di quanti in modo diretto o camuffato, continuano ad incitare all’intolleranza.

Si tenta  a lasciare sempre più spazio al clero che, ingerendo sempre più nelle questioni politiche e sociali, riempie il vuoto lasciato dall’assenza di regole certe atte a rimarcare il confine e i limiti delle competenze.

Lasciato libero di agire indisturbato da una politica assente o , peggio, asservita, il clero impone regole e con divieti, negazioni, richieste di moratorie, minaccia il libero arbitrio, invade la sfera privata di ognuno, nega la libertà di scelte, discrimina la diversità e relega le donne a ruoli subalterni, negandole, ancora una volta, il diritto all’autodeterminazione. In poche parole ci proietta in un passato lontano almeno un millennio.

E se questo accade il collegamento politico non si può negare

La morte di Nicola ha di nuovo richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica, sulla “questione dei Naziskins”, così come periodicamente avviene per le aggressioni razziste, per i cori antisemiti e xenofobi delle curve nere negli stadi, per le risse e le parate neonaziste nei concerti giovanili, per le dimostrazioni omofobiche ai gay-pride.

L’indignazione però, diventa sempre meno urlata. Come se ci fosse una sorta di assuefazione e di abitudine a questi reiterati fenomeni che, di fatto, finiscono per legittimare l’operato della destra nazi e naziskin. Assistiamo, per il Nord-est e non solo, ad un naturale processo legato sia allo spostamento dell’asse politico e culturale a destra, sia ad una operazione politica di settori di Alleanza Nazionale, da una parte, e della Lega Nord dall’altra.

Gli episodi di normalizzazione dei rapporti tra destra istituzionale e settori naziskin, diventano sempre più numerosi. Esiste una destra estremista politica che succhia linfa vitale non solo dagli elettori del neopopulismo, ma anche e soprattutto dalle formazioni Naziskins e/o dalle bande di Skinheads. Tutti uniti dall’idea della difesa del proprio popolo e del territorio, minacciato dalla contaminazione dello straniero; tutti uniti dalla difesa della propria regione, entro la quale si lotta contro l’idea della società multiculturale e, di conseguenza, fuori la quale si deve tenere l’immigrato.

Torna il mito della purezza e dell’omogeneità etnica.

Si riacutizza la pratica dell’omofobia, sorella di tutte le intolleranze, e si enfatizza l’esaltazione dell’uomo “macho“. Così l’ “io ce l’ho duro” di Bossi diventa il nuovo inno nazionale. Si riaccende, ove mai assopita, una cultura virilista, intollerante e profondamente ignorante.

E questo è un collegamento politico.

Nel Consiglio comunale straordinario a Verona per ricordare Nicola Tommasoli, il capogruppo di An in consiglio Ciro Machio,  durante il suo intervento ha sostenuto, minimizzando l’accaduto che “la colpa di Nicola è stata di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato”.E il Sindaco Flavio Tosi, sospendendo la seduta per le polemiche che tale affermazione ha suscitato ha detto  “qualcuno non ha capito”. E, certamente, non si riferiva  al capogruppo di AN perché ha aggiunto : “La colpa è di chi vuole a tutti i costi lo scontro politico, qualcuno che non ha capito, qualcuno irrispettoso. Qualcuno che non si accontenta di spiegare tutto come una semplice fatalità”.

Parole quelle del sindaco e del rappresentante di AN,  che nel giustificare l’azione omicida, parlano di violenza, parole che non vogliono nemmeno nascondere la mancanza di rispetto per una vita stroncata e per il dolore e la lacerazione di quanti hanno amato e continueranno ad amare Nicola.

E in queste parole non si ravvisa solo il  collegamento, ma anche la grande responsabilità politica.

E’ questa violenza dell’intolleranza, questo modo di veicolare l’esercizio del ”non rispetto” del  “prossimo tuo”,  questo maschilismo, questa profonda ignoranza e questo asservimento ai luoghi comuni che bisogna combattere

E non servono nuove leggi per sancire il diritto alla pari dignità, alla vita, alla salute, alla libertà di pensiero, alla libertà di religione, oppure il rispetto delle minoranze. Non servono, perché tutto questo è già tutto scritto nella nostra Carta Costituzionale la quale, tra l’altro, prevede la libertà di opinione, purché avvenga con forme pacifiche e non con atteggiamenti violenti. Un principio che dovrebbe impedire al fascismo in tutte le sue forme, così come ad ogni altro movimento politico totalitario, di riaffermarsi.

E forse a più sfugge che la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione recita: “È vietata la riorganizzazione (sotto qualsiasi forma, ndr), del disciolto partito fascista…”

E’ tutto già sancito, basterebbe solo avere l’intenzione seria di rispettare e chiedere, con veemenza, di applicare i principi costituzionali. Se questo non succede non è una questione semantica o sociologica, è solo una mera questione politica.

Eleonora Gitto da  Pensare..Sognare..Comunicare..

7 maggio 2008

 

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola