|
Nicola
Tommasoli è morto. Questo è il terribile dato oggettivo che
nessun dibattito potrà, purtroppo, cambiare.
Una giovane vita stroncata per nulla da un manipolo di
ignoranti facinorosi che per vincere le
proprie debolezze, le paure, la noia, la solitudine, la
consapevolezza piena del loro essere “nulla”, le
frustrazioni, le insoddisfazioni, il loro essere
mortificati, schiacciati, prigionieri di una società
involuta e priva di cultura che inneggia all’intolleranza,
alla violenza,
si
rifugiano nel “branco”.
E se il branco si
definisce
“Skin88″ (Skinhead) o più popolarmente
Naziskins, termine che evoca brutalità,
sangue, oppressione e morte, diventa ancora più appetibile
farne parte.
La morte di
Tommasoli ha acceso per l’ennesima volta i
riflettori su
una realtà sociale sempre più intrisa di una sottocultura
fascistoide,
fuori tempo e fuori luogo, intollerante nei confronti del
diverso e razzista, che, soprattutto nel Nord-est del nostro
Paese, trova terreno fertile.
In questi giorni
si sono scatenati, al solito, molti dibattiti. Questa nostra
cara Italia ama sempre dividersi sui temi.
C’è chi etichetta
il drammatico episodio come una semplice
“bravata” dei ragazzotti veronesi naziskin,
e chi ne denuncia il profondo significato d’allarme.
Abbiamo
sentito più campane ribadire che non c’è collegamento con la
politica.
Addirittura il
Magistrato ha detto che non c’è movente politico. Questo
solo perché i “bravi
ragazzi” di Verona non hanno attaccato Nicola
Tommasoli perché era di colore politico diverso.
Ma
veramente è possibile escludere il collegamento politico?
A Verona non è il
primo episodio che si registra, ed episodi simili si sono
verificati in molte altre parti, in Italia e all’estero.

A Verona gli
habituè della violenza la
“esercitano” ovunque, negli stadi come a
scuola, per le strade come al bar, convinti che
è in questo modo che si pratica l’idea,
tanto esecrabile quanto distorta,
socio-politica del nazi-fascismo,
loro unica, sconfinata, inespugnabile fede.
La parola d’ordine
è “eliminare
il diverso“, dove diverso è tutto ciò che
non è collocato nel “branco” e, quindi, a loro estraneo. E
si ci sente nel “branco” se accomunati da un’idea e l’idea
che più legittima il loro comportamento è quella di estrema
destra.
E
questo è un collegamento politico.
E’ successo a
Verona, una città borghese,a forte matrice razzista, la cui
economia si basa sul lavoro degli immigrati. Una città dove
esiste innegabilmente una cultura locale che alimenta idee
di narcisismo, di autodeterminazione, di nazionalismo, di
violenza come mezzo di affermazione, di voce-alta, di
disprezzo per tutto l’altro. L’humus
ideale per coltivare pregiudizi,
discriminazioni e pericolosi fanatismi.
Una città che la
Cei sceglie per il
Convegno Nazionale Ecclesiale. E, forse, non
a caso.
Il presidente di
Arcigay Aurelio Mancuso ricordava che
‘’sia l’intervista rilasciata dal presidente della Cei
Bagnasco, sia la pubblicazione degli orientamenti del
Convegno Nazionale Ecclesiale di Verona, contengono
le
solite affermazioni, discriminatorie e omofobe,
di cui è malata la gerarchia cattolica italiana. I toni si
fanno sfumati, persino fintamente accoglienti –
precisava Mancuso
-
ma la sostanza non cambia: alle persone lgbt di questo Paese
non va riconosciuto alcun diritto….
Ricordiamo, inoltre, che la campagna d’odio perseguita nel
corso degli ultimi anni dalle gerarchie ecclesiastiche, ha,
di fatto, contribuito all’aumento esponenziale di atti di
violenza e di offesa nei nostri confronti e nei confronti
della diversità in generale“.
Se si dà il giusto
peso alle affermazioni di Mancuso, si evince la
responsabilità innegabile di quanti in modo diretto o
camuffato, continuano ad incitare all’intolleranza.
Si tenta a
lasciare sempre più spazio al clero che, ingerendo sempre
più nelle questioni politiche e sociali, riempie il vuoto lasciato dall’assenza di
regole certe atte a rimarcare il confine e i limiti delle
competenze.
Lasciato
libero di agire indisturbato da una politica assente o ,
peggio, asservita, il clero impone
regole e con divieti, negazioni, richieste di moratorie,
minaccia il libero arbitrio, invade la sfera privata di
ognuno, nega la libertà di scelte, discrimina la diversità
e relega le donne a ruoli subalterni, negandole, ancora una
volta, il diritto all’autodeterminazione. In poche parole ci
proietta in un passato lontano almeno un millennio.
E se questo
accade il collegamento politico non si può negare.
La morte di Nicola
ha di nuovo richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica,
sulla “questione dei Naziskins”, così come periodicamente
avviene per le aggressioni razziste, per i cori antisemiti e
xenofobi delle
curve nere negli stadi, per le risse e le
parate neonaziste nei concerti giovanili, per le
dimostrazioni omofobiche ai gay-pride.
L’indignazione però, diventa sempre meno urlata. Come se ci fosse
una sorta di assuefazione e di abitudine a questi reiterati
fenomeni che, di fatto,
finiscono per legittimare l’operato della destra nazi e
naziskin. Assistiamo, per il Nord-est e non
solo, ad un naturale processo legato sia allo spostamento
dell’asse politico e culturale a destra, sia ad una
operazione politica di settori di Alleanza Nazionale, da una
parte, e della Lega Nord dall’altra.
Gli episodi di
normalizzazione dei rapporti tra destra istituzionale e
settori naziskin, diventano sempre più numerosi. Esiste una
destra estremista politica che
succhia linfa vitale non solo dagli elettori
del neopopulismo, ma anche e soprattutto dalle formazioni
Naziskins e/o dalle bande di Skinheads. Tutti uniti
dall’idea della difesa del proprio popolo e del territorio,
minacciato dalla contaminazione dello straniero; tutti uniti
dalla difesa della propria regione, entro la quale si lotta
contro l’idea della società multiculturale e, di
conseguenza, fuori la quale si deve tenere l’immigrato.
Torna il
mito della purezza e dell’omogeneità etnica.
Si
riacutizza la pratica dell’omofobia, sorella di tutte le
intolleranze, e si enfatizza l’esaltazione dell’uomo “macho“.
Così l’
“io ce l’ho duro” di
Bossi diventa il nuovo inno nazionale.
Si
riaccende, ove mai assopita, una cultura virilista,
intollerante e profondamente ignorante.
E questo è
un collegamento politico.
Nel Consiglio
comunale straordinario a Verona per ricordare Nicola
Tommasoli,
il capogruppo di An in consiglio Ciro Machio,
durante il suo intervento ha sostenuto, minimizzando
l’accaduto che “la
colpa di Nicola è stata di trovarsi nel posto sbagliato al
momento sbagliato”.E
il Sindaco Flavio Tosi, sospendendo la
seduta per le polemiche che tale affermazione ha suscitato
ha detto “qualcuno
non ha capito”. E, certamente, non si
riferiva al capogruppo di AN perché ha aggiunto : “La
colpa è di chi vuole a tutti i costi lo scontro politico,
qualcuno che non ha capito, qualcuno irrispettoso. Qualcuno
che non si accontenta di spiegare tutto come una semplice
fatalità”.
Parole
quelle del sindaco e del rappresentante di AN, che nel
giustificare l’azione omicida,
parlano di violenza, parole che non vogliono nemmeno
nascondere la mancanza di rispetto per una vita stroncata e
per il dolore e la lacerazione di quanti hanno amato e
continueranno ad amare Nicola.
E in queste
parole non si ravvisa solo il collegamento, ma anche la
grande responsabilità politica.
E’ questa violenza
dell’intolleranza, questo modo di veicolare l’esercizio
del ”non
rispetto” del “prossimo tuo”, questo
maschilismo, questa profonda ignoranza e questo asservimento
ai luoghi comuni che bisogna combattere
E non servono
nuove leggi per sancire il diritto alla pari dignità, alla
vita, alla salute, alla libertà di pensiero, alla libertà di
religione, oppure il rispetto delle minoranze. Non servono,
perché tutto questo è già tutto scritto nella nostra
Carta Costituzionale la quale, tra l’altro,
prevede la libertà di opinione, purché avvenga con forme
pacifiche e non con atteggiamenti violenti.
Un principio che dovrebbe impedire al fascismo in tutte le
sue forme, così come ad ogni altro movimento politico
totalitario, di riaffermarsi.
E forse a più
sfugge che la
XII disposizione transitoria e finale della Costituzione
recita:
“È
vietata la riorganizzazione (sotto
qualsiasi forma,
ndr),
del disciolto partito fascista…”
E’ tutto
già sancito, basterebbe solo avere l’intenzione seria
di
rispettare e
chiedere, con veemenza, di
applicare i principi costituzionali.
Se
questo non succede
non è una questione semantica o sociologica,
è
solo una mera questione politica.
Eleonora Gitto da
Pensare..Sognare..Comunicare..
7 maggio 2008
|