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«Nella P2
erano tutte persone serie, l'unico a non esserlo stato è
Maurizio Costanzo, che poi si è pentito»
(Licio Gelli)
Corre
l’anno 1978.
Milano - Angelo detto
Angelone, giovane rampollo della dinastia Rizzoli, è
all’apice della sua (breve) carriera dopo l’acquisizione del
Corriere della Sera. Sposato al tempo con l’attrice
Eleonora Giorgi, è di fatto uno degli uomini più invidiati
ed apparentemente più potenti d’Italia. Tessera n. 532.
Bruno Tassan Din è
l’amministratore delegato eminenza grigia del Gruppo
Rizzoli - Corriere della Sera. È lui a tenere le briglie dei
rapporti con la dirigenza del Banco Ambrosiano del cui cda
Rizzoli è membro da circa due anni. Tessera n. 534.
Franco Di Bella è subentrato
da una anno alla direzione del Corriere, sostituendo
il dimissionario Piero Ottone . Tessera n. 655.
Il vero
potere risiede nelle mani dei detentori dei mass-media,
sosteneva Licio Gelli. Alla fine degli
anni Settanta lo scopo era stato praticamente raggiunto,
riassunto nella triade di cui sopra. In breve, Gelli e i
suoi vedono nel giovane imprenditore di casa Rizzoli una
facile preda da manovrare per saziare la voracità
massmediatica della Loggia. Poco più che trentenne,
Angelone ha infatti ereditato il colosso editoriale dal
padre Andrea, ritiratosi a vita privata. L’allegra brigata
Gelli&Co. – composta nello specifico da Umberto Ortolani
(tessera n. 494) e Roberto Calvi (tessera n. 519) – nel 1974
spinge il Rizzoli all’acquisizione del Corriere della
Sera. A sostenere economicamente l’impresa penserà il
presidente di Montedison Eugenio Cefis. A foraggiarla nel
lungo periodo, il Banco Ambrosiano allora diretto dallo
stesso Calvi che un anno dopo ne assumerà la presidenza.
Stando così le cose, le sorti di Angelone sono in
mano alla Loggia che gli impone di espandere il dominio
editoriale. Non ostanti i debiti contratti, fra il ’77 e il
‘79 il Gruppo Rizzoli acquista infatti anche La Gazzetta
dello Sport, Il Piccolo, L’Alto Adige,
Il Giornale di Sicilia, finanzia L’Adige, diventa
il maggior azionario di Tv, Sorrisi e Canzoni ed
entra nella proprietà de Il Lavoro.
Il resto è storia.
Nella massonica scalata alla
conquista dei mezzi di comunicazione rientra però anche
un’altra strampalata iniziativa editoriale di cui si è un
po’ persa la memoria: quella del quotidiano L’Occhio.
Corre l’anno 1978, dicevamo.
A
questo punto la P2 ritiene di aver bisogno di un quotidiano
tutto suo. Fatto su misura per essere votato alla causa.
Deve essere un quotidiano popolare, a grande tiratura. Deve
rag-giungere proprio tutti e fare opinione. Ispirato ai
tabloid inglesi, sarà un genere di quotidiano come ancora in
Italia non ne esistono (né più esisteranno).
Un’operazione
ambiziosa, in somma, a dirigere la quale viene convocato
niente meno che il tesserato P2 n. 1819: Maurizio Costanzo.
Direttore de La Domenica del Corriere ed anchorman
dalla carriera in ascesa, con i salotti televisivi di sua
invenzione il telegiornalista rampante spopola in Rai e
nelle case degli italiani.
Il nuovo progetto viene
commissionato a Costanzo nell’autunno 1978 per partire
ufficialmente un anno dopo, dopo un breve rodaggio nella
zona di Pavia. Il tabloid strillone, identico nella grafica
al più noto Daily Mirror porta un nome che definire
evocativo sarebbe un eufemismo: L’Occhio. E, per
fugare ulteriormente ogni dubbio di paternità, per la
campagna promozionale venne scelto un logo inequivocabile
corrispo-ndente ad un occhio racchiuso dentro un triangolo.
I fratelli, del
resto, non badano a spese. Pare in fatti che fra il
lancio e le prime settimane di pubblicazione L’Occhio
sia costato la bellezza di dieci miliardi. Ad affiancare
Costanzo, oltre ad una redazione composta da 111 giornalisti
(fra i quali non mancano figli di politici, dirigenti Rai e
notabili vari), Alberto Tagliati e Pier Augusto Macchi in
qualità di vicedirettori, la caporedattrice Isabella Bossi
Fedrigotti e Marino Bartoletti come responsabile delle
pagine
sportive.
L’Occhio fa la sua
prima uscita in edicola il 10 ottobre 1979 stampato in tre
edizioni (Nazionale, Milano e Lombardia, Roma e Lazio). Il
prezzo è di duecento lire, cento in meno rispetto agli altri
quotidiani, la tiratura di seicentomila copie.
Il risultato sono 32 pagine
di titoli strillati a caratteri cubitali, così come le
dimensioni delle foto sempre ad impatto. E tra un
finto scoop, una storia strappalacrime ed un gossip, il
Direttore si lancia in appassionati articoli ispirati
direttamente al Piano di rinascita democratica. Con le sue
false denunce con cui spara nel mucchio imprecisato dei
potenti, Costanzo riesce nel duplice compito di non
infastidire realmente nessuno e, allo stesso tempo,
incarnare le generiche opinioni del popolino che dibatte di
politica e ingiustizie varie al mercato del pesce.
Praticamente il target del suo giornale. Demagogo e
populista fino all’inverosimile, non manca di onorare i suoi
fratelli. Incensa i libercoli di Roberto Gervaso
(tessera n. 622), le doti danzerecce della figlia di Gustavo
Selva (tessera n. 1814) e quelle imprenditoriali
dell’immarcescibile Silvio Berlusconi (tessera n. 625). Le
pagine sportive de L’Occhio grondano elogi rivolti al
futuro premier quando, nel dicembre 1980, manda in onda
sulle frequenze della sua Canale 5 il torneo calcistico
Mundialito, minando dalle fondamenta il monopolio della
rete pubblica. «L’attacco del piduista Berlusconi al
monopolio della Tv di Stato avvenne nel dicembre 1980. Dopo
aver assicurato a Canale 5, mediante una misteriosa
transazione in Svizzera, i diritti esclusivi del torneo
calcistico Mundialito organizzato dalla giunta
militare che insanguinava l’Uruguay (a Montevideo, Licio
Gelli era di casa), la Loggia P2 scatenò in Italia
un’offensiva propagandistica tesa a consentire alla Tv
privata berlusconiana la teletrasmissione nazionale degli
incontri calcistici, benché la legge in vigore vietasse tale
possibilità. La manovra trovò il decisivo sostegno di tutta
la stampa controllata dai piduisti (in prima fila: Il
Giornale Nuovo, Il Corriere della Sera, La
Gazzetta dello Sport, e naturalmente L’Occhio)»
(Riccardo Bocca, Maurizio Costanzo Shock, Kaos
Edizioni, Milano 1996 p. 99).
Così, fra un’intervista a
Licio Gelli (Corriere della Sera, 5 ottobre 1980) e
la direzione del telegiornale Contatto della neonata
tv di Rizzoli Prima Rete Indipendente, Costanzo va
avanti per la sua strada, non ostante L’Occhio, con
160.000 copie vendute ogni giorno, si stia rivelando sempre
di più un fallimento. Ma l’importante è andare avanti con
gli insegnamenti del Gran Maestro. Non per niente, su questo
punto Costanzo è il primo della classe. E sui brevi articoli
del suo giornale va giù duro attaccando continuamente il
sistema dei partiti, il Parlamento, lo Stato in generale.
Fino a spingersi troppo in là.
L’occasione
di gridare al golpe si presenta il 12 dicembre 1980 con il
rapimento, rivendicato dalle Brigate Rosse, del magistrato Giovanni D’Urso. Il 4 gennaio 1981 le Br annunciano con un
comunicato la condanna a morte del magistrato. Morte
fortemente auspicata dalla Loggia, che avrebbe così avuto il
pretesto per la svolta autoritaria. Ed ecco l’editoriale
scritto in merito dal direttore che auspica palesemente il
colpo di stato: « è
guerra. Siamo in guerra. Tanto vale prenderne atto e
agire di conseguenza. Il codice di guerra va rimesso in
vigore…Rendiamoci conto che abbiamo il nemico in casa; è
perciò necessario rinunciare temporaneamente ad alcune
garanzie costituzionali per snidarlo e neutralizzarlo. È un
prezzo altissimo, addirittura mostruoso, ma va pagato (1)».
È troppo anche per gli stomaci forti degli organismi
sindacali de L’Occhio che, minacciando il blocco del
giornale, costringono Costanzo ad edulcorare non poco lo
zelante editoriale. Che uscirà in queste nuove vesti: «
D’Urso è stato condannato a morte. Che ora la “sentenza”
venga o meno eseguita, nulla toglie al nuovo oltraggio che
lo Stato di diritto deve subire dal partito armato. Questa
ennesima dichiarazione di guerra da parte delle Brigate
rosse non può essere ignorata o sottovalutata. Siamo in
guerra: tanto vale prenderne atto e agire di conseguenza,
per consentire alle forze impegnate contro i brigatisti la
massima libertà di azione. Rendiamoci conto che abbiamo il
nemico in casa; è perciò il caso di rinunciare a un eccesso
di garantismo per snidarlo e neutralizzarlo. È una linea da
seguire subito per allontanare la Repubblica dal
disfacimento, mai vicino come in questo momento».
Inutile dire che le nuove
vesti non convincono affatto i fratelli. A marzo
Costanzo viene esonerato dal suo incarico e sostituito dal
suo vice Pier Augusto Macchi. Giusto due mesi prima che la
lista degli affiliati venga scoperta e la bufera si abbatta
sulla Loggia. L’Occhio scivola sotto le 100.000 copie
e chiude i battenti il 15 dicembre dello stesso anno.
Se l’impresa fosse andata a
buon fine quest’anno festeggeremmo il trentennio del
primo giornale controllato direttamente dalla P2. Ma così
non è stato.
O forse sì.
Martina Manescalchi
13 giugno 2009
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