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Seoul 1988: la
pacificazione
A
seguito delle burrascose edizioni precedenti, questa volta
il CIO si premunisce affinché nessuno voltasse le spalle ai
Giochi e minaccia l'esclusione del blocco sovietico e di
quello statunitense in caso di nuovi boicottaggi. I malumori
questa volta vengono dall'interno. La Corea del Nord
pretende infatti che le venga assegnata l'organizzazione
della metà delle gare. La Corea del Sud risponde con
l'offerta - seccamente respinta - di far correre la maratona
sulla frontiera che separa i due stati. La Corea del Nord
non prende parte ai Giochi, seguita da Cuba, Albania,
Nicaragua, Etiopia e Seychelles.
Le Olimpiadi di
Seoul saranno però ricordate, più che per i boicottaggi e le
minacce di attentati, per essere state travolte dallo
scandalo del doping.
No,
io non ci vado!
Il
fenomeno del boicottaggio non si circoscrive ai soli Giochi
Olimpici. Defezioni eccellenti per motivi politici si sono
registrate anche nel corso di altre manifestazioni
sportive. Vale la pena citare il Pelè bianco
Joahan Cruyff, che si rifiutò di partecipare ai
Mondiali di Calcio del 1978 in Argentina con la Nazionale
olandese per protestare contro la dittatura militare di
Videla. L'ex campione ha però recentemente sconfessato
questa tesi, dichiarando di non aver partecipato in seguito
a minacce e ad un tentativo di sequestro. In Argentina non
andrà nemmeno il suo collega tedesco Paul Breitner,
militante maoista. Dopo la discussa sconfitta in finale
contro la Nazionale argentina, la squadra di Cruyff
si rifiuta di rivolgere il saluto al dittatore Jorge Videla.
Pochi mesi prima
dei Mondiali il capitano dell'Argentina Jorge el lobo
Carrascosa si ritira in silenzio dalla Nazionale. Ha
soltanto ventinove anni e di lui non si sentirà quasi più
parlare.
A trent'anni di
distanza, molte le testimonianze illustri che denunciano le
truffe volte a favorire la vittoria della squadra di casa
che la dittatura ha utilizzato come propaganda politica per
darsi lustro agli occhi del mondo. Le Madres dei
desaparecidos si riunirono a Plaza De Mayo per
sensibilizzare la stampa sportiva giunta dall'estero,
chiedendo esplicitamente ai giornalisti di raccontare le
storie dei loro figli scomparsi, delle torture, di tutto ciò
che stava accadendo in quell'angolo di mondo. La stampa ed
il mondo sportivo si resero complici di un colpevole
silenzio sulla grave violazione dei diritti umani in atto e
di quel Mondiale non restò che l'immagine del capitano
Mario Kempes che alza al cielo la Coppa della
vergogna.
Sempre in
Sudamerica due anni prima si era consumata un'altra discussa
vittoria. Corre l'anno 1976 e la squadra italiana vince la
sua prima ed unica Coppa Davis della storia. Il team
è composto da Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Tonino
Zugarelli e Paolo Bertolucci, con Nicola Pietrangeli come
capitano e Mario Belardinelli nella veste di direttore
tecnico. La finale è da disputarsi contro il Cile. La
squadra è mediocre ed arriva in finale solo perchè tutti si
sono rifiutati di sfidarla per protesta contro il regime
di Pinochet. Tutti tranne l'Italia. Il governo italiano
vorrebbe unirsi al boicottaggio, ma il CONI - dietro la
forte insistenza di Pietrangeli - decide per la
partecipazione. Così il team italiano parte alla volta di
Santiago del Cile sotto scorta e porta a casa uno dei trofei
meno onorevoli della nostra storia sportiva.
Martina
Manescalchi
martinamanescalchi@sindromedistendhal.com
2 agosto 2008
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