Oggi Pechino, ieri
Berlino, Città del Messico, Mosca, Los Angeles. Breve storia
dei boicottaggi di cui sono state oggetto le più grandi
manifestazioni sportive del Novecento (prima
parte)
I
grandi eventi sportivi scandiscono il nostro tempo.
Coppe, medaglie, allori. Le vittorie e le sconfitte impresse
nei nostri ricordi insieme ai più importanti avvenimenti di
questo secolo. Fenomeni di costume prima ancora che
agonistici, finiscono per occupare nella memoria collettiva
lo stesso spazio degli episodi che hanno cambiato la storia
e, inevitabilmente, vanno a confluire con essi.
Al sudore degli
atleti si mescolano gli umori popolari. La politica
fa il suo ingresso nei campi sportivi e nelle palestre e se
le celebrazioni degli antichi Giochi Olimpici avevano
autorità tale da far sospendere tutte le guerre (ekecheiria),
oggi diventano la cassa di risonanza delle problematiche
internazionali.
I mesi appena
trascorsi sono stati caratterizzati dalle polemiche intorno
alle Olimpiadi di Pechino.
I leader dei paesi
occidentali hanno più volte manifestato le proprie
perplessità sullo svolgimento dei Giochi in uno stato che
ogni giorno viola i diritti umani dei gruppi religiosi.
Stampa e politica hanno preso particolarmente a cuore la
questione dei monaci tibetani, recentemente vittime di
violente repressioni da
parte del governo cinese. Così, a distanza di vent'anni
dalle pacificatrici Olimpiadi di Seoul, si è tornati
a parlare seriamente di boicottaggio.
Le voci più
disparate hanno cominciato a rimbalzare sui giornali, dal
possibilismo di Sarkozy al no secco di
Barroso, fino agli acerrimi scontri verbali fra gli
opinionisti di tutto il mondo, divisi sulla reale incidenza
della protesta.
Una cosa è
sicura: la cornice della grande manifestazione sportiva
riesce ad amplificare enormemente qualunque evento
vi ruoti attorno e
Pechino non rappresenta certo un'eccezione in questo senso.
Nel corso degli anni più volte il terreno sportivo è stato
strumentalizzato per perseguire fini politici o
semplicemente per dare vigore alle proteste.
Berlino
1936: quale razza superiore?
Le
Olimpiadi di Berlino vengono a tutt'oggi ricordate
come l'edizione più controversa del secolo.
Adolf Hitler,
che dapprima non vede affatto di buon occhio la
manifestazione, in un secondo momento si convince che i
Giochi possono essere invece uno straordinario strumento di
propaganda per magnificare al mondo la superiorità fisica
della razza ariana e la grandezza del nazionalsocialismo.
Viene così fatto edificare il monumentale Reichssportfeld,
il campo sportivo del Reich, ben 25 maxi-schermi sono
installati per tutta la città e viene introdotto il rituale
della fiaccola portata di corsa da Olimpia dai tedofori.
Tutto questo
mentre negli Stati Uniti si forma un movimento per il
boicottaggio delle Olimpiadi nella Germania nazista, visto
con favore dal presidente Roosevelt che più
volte aveva chiesto lo spostamento della sede. Alla fine
viene inviato in Germania il conservatore Avery
Brundage per una perlustrazione. Brundage,
che in seguito paleserà simpatie filonaziste e diventerà
presidente del Comitato Olimpico Internazionale, riporta
favorevoli impressioni a Roosevelt, che si convince
così ad inviare i suoi atleti.
La vittoria nei
100 metri di Jesse Owens
La Spagna è
l'unica nazione a boicottare i Giochi organizzando l'
Olimpiade Popolare Alternativa, subito interrotta per lo
scoppio della guerra civile.
Un altro tentativo
di boicottaggio viene dal lottatore tedesco Werner
Seelenbinder, militante comunista che alla fine
decide di partecipare rifiutandosi però di rivolgere il
saluto al Führer e promettendo parole infiammate in caso di
vittoria. Il partito nazista - che solo otto anni dopo lo
condannerà a morte per attività sovversiva - lo appoggia in
virtù delle sue straordinarie doti, convinto che porterà a
casa la medaglia d'oro.
L'atleta dovrà
invece accontentarsi di una quarta posizione.
Lo schiaffo morale
più grosso alla Germania nazista è dato però dal leggendario
atleta di colore James Cleveland "Jesse" Owens.
Il ventitreenne dell'Alabama, campione nei 100 e 200 metri,
nel salto in lungo e nella staffetta sale sul primo gradino
del podio per ben quattro volte. Impresa che, da sola,
confuta tutte le teorie sulla presunta superiorità della
razza ariana.
Nonostante questo,
non è vero - come scrissero molti giornali dell'epoca - che
Hitler si rifiutò di salutarlo. Il plateale atto di
snobismo fu invece rivolto ad altri due afroamericani: Cornelio Cooper Johnson e Dave Albritton,
rispettivamente medaglia d'oro e d'argento nel salto in
alto.
Al momento della
premiazione il Cancelliere abbandonò lo stadio adducendo
“impegni governativi”.