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Redazione

 

La fiaccola della discordia

di Martina Manescalchi

Oggi Pechino, ieri Berlino, Città del Messico, Mosca, Los Angeles. Breve storia dei boicottaggi di cui sono state oggetto le più grandi manifestazioni sportive del Novecento  (prima parte)

 

Berlino 1936: quale razza superiore?

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Berlino: quale razza superiore?

Città del Messico 1968: arrivano le Pantere Nere

Monaco 1972: il massacro

Montreal 1976: il cerchio mancante

Mosca 1980: il vento freddo dell'est

Los Angeles 1984: la vendetta dei russi

Montreal '76 e gli anni Ottanta
Seuol 1988, mondiali di calcio e Coppa Davis

 


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I grandi eventi sportivi scandiscono il nostro tempo. Coppe, medaglie, allori. Le vittorie e le sconfitte impresse nei nostri ricordi insieme ai più importanti avvenimenti di questo secolo. Fenomeni di costume prima ancora che agonistici, finiscono per occupare nella memoria collettiva lo stesso spazio degli episodi che hanno cambiato la storia e, inevitabilmente, vanno a confluire con essi.

Al sudore degli atleti si mescolano gli umori popolari. La politica fa il suo ingresso nei campi sportivi e nelle palestre e se le celebrazioni degli antichi Giochi Olimpici avevano autorità tale da far sospendere tutte le guerre (ekecheiria), oggi diventano la cassa di risonanza delle problematiche internazionali.

I mesi appena trascorsi sono stati caratterizzati dalle polemiche intorno alle Olimpiadi di Pechino. I leader dei paesi occidentali hanno più volte manifestato le proprie perplessità sullo svolgimento dei Giochi in uno stato che ogni giorno viola i diritti umani dei gruppi religiosi. Stampa e politica hanno preso particolarmente a cuore la questione dei monaci tibetani, recentemente vittime di violente repressioni da parte del governo cinese. Così, a distanza di vent'anni dalle pacificatrici Olimpiadi di Seoul, si è tornati a parlare seriamente di boicottaggio.

Le voci più disparate hanno cominciato a rimbalzare sui giornali, dal possibilismo di Sarkozy al no secco di Barroso, fino agli acerrimi scontri verbali fra gli opinionisti di tutto il mondo, divisi sulla reale incidenza della protesta.

 Una cosa è sicura: la cornice della grande manifestazione sportiva riesce ad amplificare enormemente qualunque evento vi ruoti attorno e Pechino non rappresenta certo un'eccezione in questo senso. Nel corso degli anni più volte il terreno sportivo è stato strumentalizzato per perseguire fini politici o semplicemente per dare vigore alle proteste.

 Berlino 1936: quale razza superiore?

Le Olimpiadi di Berlino vengono a tutt'oggi ricordate come l'edizione più controversa del secolo.

Adolf Hitler, che dapprima non vede affatto di buon occhio la manifestazione, in un secondo momento si convince che i Giochi possono essere invece uno straordinario strumento di propaganda per magnificare al mondo la superiorità fisica della razza ariana e la grandezza del nazionalsocialismo. Viene così fatto edificare il monumentale Reichssportfeld, il campo sportivo del Reich, ben 25 maxi-schermi sono installati per tutta la città e viene introdotto il rituale della fiaccola portata di corsa da Olimpia dai tedofori.

Tutto questo mentre negli Stati Uniti si forma un movimento per il boicottaggio delle Olimpiadi nella Germania nazista, visto con favore dal presidente Roosevelt che più volte aveva chiesto lo spostamento della sede. Alla fine viene inviato in Germania il conservatore Avery Brundage per una perlustrazione. Brundage, che in seguito paleserà simpatie filonaziste e diventerà presidente del Comitato Olimpico Internazionale, riporta favorevoli impressioni a Roosevelt, che si convince così ad inviare i suoi atleti.

La vittoria nei 100 metri di Jesse Owens

La Spagna è l'unica nazione a boicottare i Giochi organizzando l' Olimpiade Popolare Alternativa, subito interrotta per lo scoppio della guerra civile.

Un altro tentativo di boicottaggio viene dal lottatore tedesco Werner Seelenbinder, militante comunista che alla fine decide di partecipare rifiutandosi però di rivolgere il saluto al Führer e promettendo parole infiammate in caso di vittoria. Il partito nazista  - che solo otto anni dopo lo condannerà a morte per attività sovversiva - lo appoggia in virtù delle sue straordinarie doti, convinto che porterà a casa la medaglia d'oro.

L'atleta dovrà invece accontentarsi di una quarta posizione.

Lo schiaffo morale più grosso alla Germania nazista è dato però dal leggendario atleta di colore James Cleveland "Jesse" Owens. Il ventitreenne dell'Alabama, campione nei 100 e 200 metri, nel salto in lungo e nella staffetta sale sul primo gradino del podio per ben quattro volte. Impresa che, da sola, confuta tutte le teorie sulla presunta superiorità della razza ariana.

Nonostante questo, non è vero - come scrissero molti giornali dell'epoca - che Hitler si rifiutò di salutarlo. Il plateale atto di snobismo fu invece rivolto ad altri due afroamericani: Cornelio Cooper Johnson e Dave Albritton, rispettivamente medaglia d'oro e d'argento nel salto in alto.

Al momento della premiazione il Cancelliere abbandonò lo stadio adducendo “impegni governativi”.

Martina Manescalchi martinamanescalchi@sindromedistendhal.com

5 marzo 2008

 

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola