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Redazione

 

Città del Messico 1968:
arrivano le Pantere Nere

di Martina Manescalchi

Oggi Pechino, ieri Berlino, Città del Messico, Mosca, Los Angeles. Breve storia dei boicottaggi di cui sono state oggetto le più grandi manifestazioni sportive del Novecento  (seconda parte)

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200 m piani: Tommie Smith e John Carlos si classificano primo e terzo.

 

Bob Beamon, record salto in lungo di 8,9 metri imbattuto fino al 1991.

Jim Hines, primo sui 100 m piani.

 

Le Olimpiadi del 1968 inaugurano una stagione di tensioni che investiranno l'evento per tutti i venti anni successivi.

Siamo a Città del Messico e le agitazioni del Sessantotto sono al loro culmine. Il tre ottobre, esattamente nove giorni prima che i Giochi abbiano inizio, si consuma il Massacro di Tlatelolco che vede la strage di centinaia di studenti ad opera delle forze dell'ordine nell'omonima piazza.

Da tutto il mondo piovono proteste e manifestazioni e si torna a caldeggiare l'ipotesi di boicottare le Olimpiadi. Niente però ferma il loro regolare svolgimento. E' di nuovo Avery Brundage, che in quell'anno presiede il CIO,  a battersi strenuamente perchè venga confermata Città del Messico come sede ufficiale.  Il presidente messicano Gustavo Diaz Ordaz chiede addirittura agli Stati Uniti di inviare commandi speciali antisovversivi per preservarne la sicurezza. Tutte le misure adottate non riusciranno a tenere la politica fuori dalla manifestazione. In particolare, nell'anno in cui è stato ucciso Martin Luther King, a dominare la scena saranno le Black Panthers.

Ancora una volta lo sport non la dà vinta alla storia e gli afroamericani fanno incetta di medaglie. Così gli scalini del podio diventano il luogo privilegiato per rivendicare l'Orgoglio Nero. Gli atleti neri ne approfittano per dare alle loro medaglie una forte valenza ideologica. Passerà alla storia la premiazione di Tommie Smith e John Carlos, oro e bronzo nei 200 metri piani. I due campioni si presentano con calze nere ai piedi e senza scarpe. Nel momento in cui viene innalzata la bandiera americana abbassano lo sguardo ed alzano il pugno, coperto da un guanto nero. «Siamo stufi di essere cavalli da parata alle Olimpiadi e carne da cannone in Vietnam», dichiarerà Carlos alla stampa. L'immagine fa il giro del mondo e diventa il simbolo del Black Power, ma costa ai due sportivi l'allontanamento forzato dal villaggio olimpico ed un ostracismo che durerà per tutta la loro carriera.

La contestazione degli atleti neri però non si ferma. Ralph Boston, bronzo nel salto in lungo, si toglie le scarpe durante la premiazione, mentre il primo classificato Bob Beamon si presenta scalzo e senza la tuta di rappresentanza statunitense. Lee Evans, Larry James e Ronald Freeman, campioni nei 400 metri piani, salgono sul podio con il basco nero in testa. Infine Jim Hines, medaglia d'oro nei 100 m piani, rifiuta di essere premiato da Avery Brundage.

Martina Manescalchi martinamanescalchi@sindromedistendhal.com

3 maggio 2008

 

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola