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Il raduno di
reduci della
Repubblica sociale italiana,
domenica
scorsa a Rovereto (21 maggio 2006), davanti alla Campana dei Caduti è un fatto
grave e triste. Triste per lo spirito che ha mosso i partecipanti, per le
iniziative che vi si sono opposte, per il trattamento che tutto ciò ha
ricevuto dai giornali, per la percezione che ne ha avuto la popolazione e
per il comportamento delle istituzioni.
Ricordare i morti tra le
fila della Rsi davanti ad un monumento simbolo della pace, della
pacificazione, monito contro la guerra e tributo a “tutti i caduti di
tutte le guerre” è, nelle intenzioni, un gesto nobile di
riappacificazione e superamento di odi e vecchi rancori. Questo (forse)
nelle intenzioni. Ma i fatti hanno dimostrato ben altro.
Sul Colle di Miravalle non
si è assistito solo ad un’apologia del fascismo ma, in molti casi, a
una vera e propria apologia dell’odio. Il reggente Alberto Robol, nel
suo discorso di domenica, ha affermato che la Campana deve suonare per
tutti: “per tutti i puri di cuore”. Ma forse non è puro di cuore chi
mostra striscioni con scritto “Difendi il tuo simile ... distruggi il
resto”, chi mostra croci celtiche e fasci littori tatuati sul propri
corpo. Certo, non è “puro di cuore”(per usare questo linguaggio tra
il catechistico e il volemossebene) chi protesta contro questo raduno
implorando un nuovo piazzale Loreto (“I fascisti non vanno cibati ma
appesi”) o imbratta i muri
con scritte “una, cento, mille foibe”. Ed è stata questa l’unica
resistenza che la città è riuscita ad opporre. Un tentativo,
perfettamente riuscito, di dimostrare che, quanto a senso storico e
morale, non si è da meno dei "fascisti" che commemorano i loro
“sporchi morti”.
Il risultato: tutto fa
pensare che il prossimo anno
la Città
della Pace, accoglierà nuovamente questo raduno. Le istituzioni si sono
mostrate quasi entusiaste per il modo pacifico in cui si è svolto il
tutto. Non hanno colto la violenza degli slogan, o peggio ancora delle
dichiarazioni fatte ai giornali o nei discorsi dai partecipanti. Per il
sindaco, Guglielmo Valduga, la città non ha subito alcun danno se si
escludono le scritte anarchiche e il danneggiamento (davvero fuori luogo e
incomprensibile) di alcune lapidi sulla strada degli artiglieri. La città
non ha subito alcun danno? Quello che è successo ha contribuito a negare
la sua (ipotetica e auto-attribuita) vocazione alla pace.
È stata violata quella che dovrebbe essere
la natura di Rovereto (o si vorrebbe che fosse, o comunque si dice che
sia). “E meno male che sul colle non s’è fatta apologia del
fascismo”, dichiara il Sindaco. Dal palco un consigliere comunale di un
paese limitrofo (Federico Secchi, An), dopo aver denunciato la
disinformazione sulla storia d’Italia, ha ben pensato di farne un rapido
e attento sunto. Ha sottolineato che i repubblichini sono morti
per
“valori nobili”, schierandosi “dalla parte giusta, in difesa
dell’Italia e dei suoi ideali”. Affermazioni da far gelare il sangue
nelle vene. Ma non è, a quanto sembra, apologia del fascismo. “I valori
e gli ideali che ci vengono trasmessi dalle persone che partecipano a
questa commemorazione vogliamo portarli avanti con dignità ed onore”
afferma fiero Paolo Motta, coordinatore regionale della Fiamma Tricolore.
Aggiungendo (non è apologia del fascismo): “Salvo tutto perché quella
fu l’epoca in cui si toccò il punto più alto dell’unità nazionale e
il nostro stato arrivò sul tutto del mondo”. La lezione di storia che
questi gentili signori hanno voluto offrirci la conclude sempre Motta
“La stessa guerra fu necessaria per fermare il comunismo”. Ma come? La
seconda guerra mondiale?
Alla luce di queste
dichiarazioni, tra chi grida dal palco che “gli eredi di Badoglio rideranno ancora per poco”, chi riscrive la storia (ma anche tra chi
desidera nuove foibe e nuovi piazzali Loreto), forse bisognerebbe
liquidare il tutto come una goffa gita in montagna di qualche decina di
esaltati. E invece si è pronti a creare un appuntamento fisso. A rendere
il 21 maggio il giorno in cui Rovereto deve rinunciare alla sua dignità e
alla sua (così pare) vocazione, per diventare il palcoscenico di apologie
del fascismo, amarcord agghiaccianti.
E' sicuramente
giusto reclamare rispetto verso i caduti tra le fila della
Repubblica Sociale. E' razionalmente comprensibile che chi era
cresciuto nella scuola fascista, immerso nell’atmosfera e nella
propaganda fascista, nell’esaltazione del Duce e dei dis-valori che
propugnava, posto davanti al bivio dell’8 settembre, abbia scelto di
proseguire sulla strada che rispondeva alla forma mentis impressa da un
ventennio di dittatura . Ma non si può parlare di scelta fatta
per “non tradire valori forti di onore, lealtà, senso del dovere e
della giustizia”. Non si può farlo, almeno, in contesti ufficiali, col
beneplacito delle istituzioni.
Bisogna inoltre ricordare,
che dei 600.000 soldati italiani fatti prigionieri dai nazisti dopo l’8
settembre e deportati in Germania, un numero bassissimo, poco più di uno
su cento, aderì alla Repubblica Sociale. Lo storico Vittorio Giuntella
(testimone di quei giorni), ricorda di come molto spesso questa scelta
fosse alternativa al rimanere nei campi di prigionia tedeschi. Combattere
al fianco di Mussolini per non restare a patire la fame e il freddo
oltralpe. Valori? Onore? Giustizia? Lealtà? Legittimo (anche se forse non
onorevole) istinto di conservazione,
voglia di vivere, di sopravvivere.
E soprattutto come possono
essere esaltati e nominati difensori della Patria questi poveri ragazzi,
completamente sotto controllo straniero. Difensori d'Italia da chi la
stava liberando da vent’anni di dittatura, americani o partigiani
connazionali.
Parole dolorose sono state
pronunciate domenica 21 maggio davanti alla Campana della Pace. L’unica
speranza è che ciò non si ripeta negli anni futuri.
Tommaso Martini
tommasomartini@sidromedistendhal.com
25 maggio
2006
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