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Campana della pace?

di Tommaso Martini

21 maggio 2006: Raduno reduci RSI davanti alla Campana della pace di Rovereto.

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Il raduno di reduci della Repubblica sociale italiana,  domenica scorsa a Rovereto (21 maggio 2006), davanti alla Campana dei Caduti è un fatto grave e triste. Triste per lo spirito che ha mosso i partecipanti, per le iniziative che vi si sono opposte, per il trattamento che tutto ciò ha ricevuto dai giornali, per la percezione che ne ha avuto la popolazione e per il comportamento delle istituzioni.

Ricordare i morti tra le fila della Rsi davanti ad un monumento simbolo della pace, della pacificazione, monito contro la guerra e tributo a “tutti i caduti di tutte le guerre” è, nelle intenzioni, un gesto nobile di riappacificazione e superamento di odi e vecchi rancori. Questo (forse) nelle intenzioni. Ma i fatti hanno dimostrato ben altro.

Sul Colle di Miravalle non si è assistito solo ad un’apologia del fascismo ma, in molti casi, a una vera e propria apologia dell’odio. Il reggente Alberto Robol, nel suo discorso di domenica, ha affermato che la Campana deve suonare per tutti: “per tutti i puri di cuore”. Ma forse non è puro di cuore chi mostra striscioni con scritto “Difendi il tuo simile ... distruggi il resto”, chi mostra croci celtiche e fasci littori tatuati sul propri corpo. Certo, non è “puro di cuore”(per usare questo linguaggio tra il catechistico e il volemossebene) chi protesta contro questo raduno implorando un nuovo piazzale Loreto (“I fascisti non vanno cibati ma appesi”) o  imbratta i muri con scritte “una, cento, mille foibe”. Ed è stata questa l’unica resistenza che la città è riuscita ad opporre. Un tentativo, perfettamente riuscito, di dimostrare che, quanto a senso storico e morale, non si è da meno dei "fascisti" che commemorano i loro “sporchi morti”. 

Il risultato: tutto fa pensare che il prossimo anno la Città della Pace, accoglierà nuovamente questo raduno. Le istituzioni si sono mostrate quasi entusiaste per il modo pacifico in cui si è svolto il tutto. Non hanno colto la violenza degli slogan, o peggio ancora delle dichiarazioni fatte ai giornali o nei discorsi dai partecipanti. Per il sindaco, Guglielmo Valduga, la città non ha subito alcun danno se si escludono le scritte anarchiche e il danneggiamento (davvero fuori luogo e incomprensibile) di alcune lapidi sulla strada degli artiglieri. La città non ha subito alcun danno? Quello che è successo ha contribuito a negare la sua (ipotetica e auto-attribuita) vocazione alla pace. È stata violata quella che dovrebbe essere la natura di Rovereto (o si vorrebbe che fosse, o comunque si dice che sia). “E meno male che sul colle non s’è fatta apologia del fascismo”, dichiara il Sindaco. Dal palco un consigliere comunale di un paese limitrofo (Federico Secchi, An), dopo aver denunciato la disinformazione sulla storia d’Italia, ha ben pensato di farne un rapido e attento sunto. Ha sottolineato che i repubblichini sono morti  per “valori nobili”, schierandosi “dalla parte giusta, in difesa dell’Italia e dei suoi ideali”. Affermazioni da far gelare il sangue nelle vene. Ma non è, a quanto sembra, apologia del fascismo. “I valori e gli ideali che ci vengono trasmessi dalle persone che partecipano a questa commemorazione vogliamo portarli avanti con dignità ed onore” afferma fiero Paolo Motta, coordinatore regionale della Fiamma Tricolore. Aggiungendo (non è apologia del fascismo): “Salvo tutto perché quella fu l’epoca in cui si toccò il punto più alto dell’unità nazionale e il nostro stato arrivò sul tutto del mondo”. La lezione di storia che questi gentili signori hanno voluto offrirci la conclude sempre Motta “La stessa guerra fu necessaria per fermare il comunismo”. Ma come? La seconda guerra mondiale? 

Alla luce di queste dichiarazioni, tra chi grida dal palco che “gli eredi di Badoglio rideranno ancora per poco”, chi riscrive la storia (ma anche tra chi desidera nuove foibe e nuovi piazzali Loreto), forse bisognerebbe liquidare il tutto come una goffa gita in montagna di qualche decina di esaltati. E invece si è pronti a creare un appuntamento fisso. A rendere il 21 maggio il giorno in cui Rovereto deve rinunciare alla sua dignità e alla sua (così pare) vocazione, per diventare il palcoscenico di apologie del fascismo, amarcord agghiaccianti.

E' sicuramente giusto reclamare rispetto verso i caduti tra le fila della Repubblica Sociale. E' razionalmente comprensibile che chi era cresciuto nella scuola fascista, immerso nell’atmosfera e nella propaganda fascista, nell’esaltazione del Duce e dei dis-valori che propugnava, posto davanti al bivio dell’8 settembre, abbia scelto di proseguire sulla strada che rispondeva alla forma mentis impressa da un ventennio di dittatura . Ma non si può parlare di scelta fatta per “non tradire valori forti di onore, lealtà, senso del dovere e della giustizia”. Non si può farlo, almeno, in contesti ufficiali, col beneplacito delle istituzioni.

Bisogna inoltre ricordare, che dei 600.000 soldati italiani fatti prigionieri dai nazisti dopo l’8 settembre e deportati in Germania, un numero bassissimo, poco più di uno su cento, aderì alla Repubblica Sociale. Lo storico Vittorio Giuntella (testimone di quei giorni), ricorda di come molto spesso questa scelta fosse alternativa al rimanere nei campi di prigionia tedeschi. Combattere al fianco di Mussolini per non restare a patire la fame e il freddo oltralpe. Valori? Onore? Giustizia? Lealtà? Legittimo (anche se forse non onorevole)  istinto di conservazione, voglia di vivere, di sopravvivere.  

E soprattutto come possono essere esaltati e nominati difensori della Patria questi poveri ragazzi, completamente sotto controllo straniero. Difensori d'Italia da chi la stava liberando da vent’anni di dittatura, americani o partigiani connazionali.

Parole dolorose sono state pronunciate domenica 21 maggio davanti alla Campana della Pace. L’unica speranza è che ciò non si ripeta negli anni futuri.

 

Tommaso Martini tommasomartini@sidromedistendhal.com 

25 maggio 2006

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola