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War made easy

di Tommaso Martini

Mezzo secoli di "pace" americana: retorica e propaganda dalla Corea all'Iraq. 

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War made easy” è un ottimo documentario per capire l’America e gli ultimi cinquat’anni della nostra storia. I registi Loretta Alper e Jeremy Earp ripercorrono le pagine del libro omonimo opera dell’americano Norman Solomon, analizzano “How Presidents and Pudits Keep Spinning Us to Death”, come nel Secondo dopoguerra presidenti, generali, esperi e media abbiano venduto la guerra agli americani sempre con le medesime parole e strategie. La voce di Sean Penn ci accompagna attraverso centinaia di filmati di repertorio, provenienti da fronti di guerra e dai principali notiziari e dibattiti televisivi degli ultimi cinquant’anni, lasciando spesso la parola direttamente a Norman Solomon.  Si comincia dalla Corea, e poi in Vietnam, Granada, Panama, Libia, in Iraq, in Kosovo, in Afghanistan e poi ancora in Iraq, per individuare i pattern di cinquant’anni di interventi armati americani. Il documentario si apre con il discorso del vittorioso generale Douglas MacArthur che annuncia l’epoca di pace che dovrà seguire la vittoria nella Seconda guerra mondiale. Segue la parata trionfatrice sulla Fifth Avenue. Ma le immagini di guerra che seguono, ci dimostrano che quelle erano le celebrazioni di una strange victory e che altri fantasmi erano pronti ad oscurare l’America. Le guerre degli Stati Uniti negli ultimi cinquant’anni sono state combattute sul fronte interno con l’arma della propaganda e della disinformazione. Da Lyndon B. Johnson a Gorge W. Bush tutti i presidenti americani hanno presentato le loro guerre come uno scontro tra bene e male. Nella Guerra al terrore Bush vi ha aggiunto anche una forte connotazione religiosa. In secondo luogo i presidenti americani hanno sempre cercato in qualche modo di prender le distanze dalla guerre, presentando la scelta di impugnare le armi come una decisione obbligata, per autodifesa o per risponder ad attacchi esterni. Così è stato per il Vietnam, con le falsità del presidente Johnson sul Golfo di Tonchino. Lo stesso copione si è ripetuto per l’attacco all’Iraq del 2003, con i falsi dossier dell’Amministrazione Bush sulle armi di distruzioni di massa e lo sviluppo di potenziali atomici da parte del regime di Saddam. “War made easy” monta in rapida successione decine e decine di discorsi in cui il presidente Bush, il suo vice Dick Cheney e altri membri dell’amministrazione, affermano che, senza alcuna ombra di dubbio, in Iraq erano presenti armi che costituivano una seria minaccia per gli Stati Uniti e i suoi alleati. A ciò si è aggiunta una campagna di disinformazione e di espedienti retorici, per portare l’opinione pubblica americana a considerare un tutt’uno l’Iraq di Saddam e Al Queda. Una serie di menzogne che sono riuscite ad accordare a Bush un forte appoggio nella scelta di invadere l’Iraq. Nel gennaio 2005 la Casa Bianca è stata costretta ad ammettere che in Iraq non sono stati trovati gli armamenti usati come movente per la guerra, perdendo così ogni possibile legittimazione per aver provocato una guerra attaccando un paese terzo, portando gli Stati Uniti in un conflitto senza vie di uscite e pesantissimo in termini di vite umane e sforzi economici, provocando il proliferare del terrorismo internazionale di matrice islamica. Anche i legami tra Iraq e Al Queda, sui quali ancora oggi la retorica della Casa Bianca continua a puntare, sono sempre stati dimostrati come falsi. Anzi, il regime di Saddam era considerato modello di uno stato laico lontanissimo dal modello di teocrazia per il quale Al Queda si  batte.

Infine una terza giustificazione ha da sempre supportato le guerre americane: la retorica della democrazia. Gli Stati Uniti si presentano come i portatori della democrazia e della pace laddove esiste ancora il giogo di un tiranno. Il risultato è che in ogni discorso pubblico i presidenti americani, non si sono mai stancati di riaffermare quanto essi amino la pace, ma afferma Norman Solomon, “la guerra diventa infinita, quando è usata come ragione per la pace”.

Cinquant’anni di guerre e di perseguimento dei propri interessi in tutto il mondo con le armi più spietate, non sarebbero stati possibili senza la quasi totale connivenza dei principali mezzi di informazione. Mostrandoci registrazioni di notiziari e trasmissioni dei principali network statunitensi, “War made easy” ci pone davanti alla potentissima macchina della propaganda americana. Ufficiali del Pentagono assunti come opinionisti senza alcun contraddittorio, attacchi diretti da parte di conduttori ed editorialisti a chiunque ponga qualsiasi tipo di dubbio sulla guerra, continui tentativi di sfruttare la tragedia dell’11 settembre per bilanciare le immagini provenienti dai fronti di guerra. Soprattutto le televisioni si sono appiattite a semplici mezzi di propaganda, ma anche i più importanti giornali sono stati strumenti del potere. Il risultato è una guerra presentata come un qualsiasi prodotto, di cui i notiziari sono una specie di pubblicità. Le notizie provenienti dai fronti di guerra hanno costituito una specie di tv show prodotto dal Pentagono, che si è sempre arrogato il diritto, tra i tanti, di selezionare il girato autorizzato per la trasmissione televisiva.

“War made easy”, che si era aperto sulle promesse di pace che avevano concluso la Seconda guerra mondiale, si chiude con le parole del famoso discorso di Martin Luther King “Beyond Vietnam”, pronunciato il 4 aprile 1967 nella Riverside Church di New York. “Una nazione che continua anno dopo anno a spendere di più nella difesa militare che in programmi di sostegno sociale, si sta avvicinando alla morte spirituale… In qualche modo questa pazzia deve cessare. Dobbiamo fermarla ora. Parlo da uomo che ama l’America, ai leader del nostro paese: la grande decisione su questa guerra appartiene a noi; l’iniziativa di fermarla deve essere nostra”.

“WAR MADE EASY: How Presidents & Pundits Keep Spinning Us to Death”

Scritto e diretto da Loretta Alper e Jeremy Earp
prodotto da Loretta Alper
Co-prodotto a montato da Andrew Killoy
Produttore esecutivo Jeremy Earp & Sut Jhally
Produttore associate Jason Young
Suono Peter Acker, Armadillo Media Group
Voce narrante Sean Penn
Basato sul libro di Norman Solomon

Durata: 72’

 

Tommaso Martini tommasomartini@sidromedistendhal.com 

2 aprile 2008

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola