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“War
made easy” è un ottimo documentario per capire l’America
e gli ultimi cinquat’anni della nostra storia. I registi
Loretta Alper e Jeremy Earp
ripercorrono le pagine del libro omonimo opera
dell’americano Norman Solomon, analizzano “How
Presidents and Pudits Keep Spinning Us to Death”, come
nel Secondo dopoguerra presidenti, generali, esperi e media
abbiano venduto la guerra agli americani sempre con le
medesime parole e strategie. La voce di Sean Penn
ci accompagna attraverso centinaia di filmati di repertorio,
provenienti da fronti di guerra e dai principali notiziari e
dibattiti televisivi degli ultimi cinquant’anni, lasciando
spesso la parola direttamente a Norman Solomon. Si
comincia dalla Corea, e poi in Vietnam, Granada, Panama,
Libia, in Iraq, in Kosovo, in Afghanistan e poi ancora in
Iraq, per individuare i pattern di cinquant’anni di
interventi armati americani. Il documentario si apre con il
discorso del vittorioso generale Douglas MacArthur
che annuncia l’epoca di pace che dovrà seguire la vittoria
nella Seconda guerra mondiale. Segue la parata trionfatrice
sulla Fifth Avenue. Ma le immagini di guerra che seguono, ci
dimostrano che quelle erano le celebrazioni di una
strange victory e che altri fantasmi erano pronti ad
oscurare l’America. Le guerre degli Stati Uniti negli ultimi
cinquant’anni sono state combattute sul fronte interno con
l’arma della propaganda e della disinformazione. Da
Lyndon B. Johnson
a
Gorge W. Bush
tutti i presidenti americani hanno presentato le loro guerre
come uno scontro tra bene e male. Nella Guerra al terrore
Bush vi ha aggiunto anche una forte
connotazione religiosa. In secondo luogo i presidenti
americani hanno sempre cercato in qualche modo di prender le
distanze dalla guerre, presentando la scelta di impugnare le
armi come una decisione obbligata, per autodifesa o per
risponder ad attacchi esterni. Così è stato per il Vietnam,
con le falsità del presidente Johnson sul Golfo di
Tonchino. Lo stesso copione si è ripetuto per l’attacco
all’Iraq del 2003, con i falsi dossier dell’Amministrazione
Bush sulle
armi di distruzioni di massa
e lo sviluppo di potenziali atomici da parte del regime di
Saddam.
“War made easy” monta in rapida successione decine e
decine di discorsi in cui il presidente Bush, il suo
vice
Dick Cheney
e altri membri dell’amministrazione, affermano che, senza
alcuna ombra di dubbio, in Iraq erano presenti armi che
costituivano una seria minaccia per gli Stati Uniti e i suoi
alleati. A ciò si è aggiunta una campagna di disinformazione
e di espedienti retorici, per portare l’opinione pubblica
americana a considerare un tutt’uno l’Iraq di Saddam
e Al Queda. Una serie di menzogne che sono riuscite ad
accordare a Bush un forte appoggio nella scelta di
invadere l’Iraq. Nel gennaio 2005 la Casa Bianca è stata
costretta ad ammettere che in Iraq non sono stati trovati
gli armamenti usati come movente per la guerra, perdendo
così ogni possibile legittimazione per aver provocato una
guerra attaccando un paese terzo, portando gli Stati Uniti
in un conflitto senza vie di uscite e pesantissimo in
termini di vite umane e sforzi economici, provocando il
proliferare del terrorismo internazionale di matrice
islamica. Anche i legami tra Iraq e Al Queda, sui quali
ancora oggi la retorica della Casa Bianca continua a
puntare, sono sempre stati dimostrati come falsi. Anzi, il
regime di Saddam era considerato modello di uno stato laico
lontanissimo dal modello di teocrazia per il quale Al Queda
si batte.

Infine una terza giustificazione ha da sempre supportato le
guerre americane: la
retorica della democrazia.
Gli Stati Uniti si presentano come i portatori della
democrazia e della pace laddove esiste ancora il giogo di un
tiranno. Il risultato è che in ogni discorso pubblico i
presidenti americani, non si sono mai stancati di
riaffermare quanto essi amino la pace, ma afferma Norman
Solomon, “la guerra diventa infinita, quando è usata
come ragione per la pace”.
Cinquant’anni
di guerre e di perseguimento dei propri interessi in tutto
il mondo con le armi più spietate, non sarebbero stati
possibili senza la quasi totale connivenza dei principali
mezzi di informazione. Mostrandoci registrazioni di
notiziari e trasmissioni dei principali network
statunitensi, “War made easy” ci pone davanti alla
potentissima macchina della propaganda americana. Ufficiali
del Pentagono assunti come opinionisti senza alcun
contraddittorio, attacchi diretti da parte di conduttori ed
editorialisti a chiunque ponga qualsiasi tipo di dubbio
sulla guerra, continui tentativi di sfruttare la tragedia
dell’11 settembre per bilanciare le immagini provenienti dai
fronti di guerra. Soprattutto le televisioni si sono
appiattite a semplici mezzi di propaganda, ma anche i più
importanti giornali sono stati strumenti del potere. Il
risultato è una guerra presentata come un qualsiasi
prodotto, di cui i notiziari sono una specie di pubblicità.
Le notizie provenienti dai fronti di guerra hanno costituito
una specie di tv show prodotto dal Pentagono, che si è sempre
arrogato il diritto, tra i tanti, di selezionare il girato
autorizzato per la trasmissione televisiva.
“War made easy”, che si era aperto sulle promesse di pace che
avevano concluso la Seconda guerra mondiale, si chiude con
le parole del famoso discorso di Martin Luther King “Beyond
Vietnam”, pronunciato il 4 aprile 1967 nella Riverside
Church di New York. “Una nazione che continua anno dopo anno
a spendere di più nella difesa militare che in programmi di
sostegno sociale, si sta avvicinando alla morte
spirituale… In qualche modo questa pazzia deve cessare.
Dobbiamo fermarla ora. Parlo da uomo che ama l’America, ai
leader del nostro paese: la grande decisione su questa
guerra appartiene a noi; l’iniziativa di fermarla deve
essere nostra”.
“WAR MADE EASY:
How Presidents & Pundits Keep Spinning Us to Death”
Scritto e diretto da Loretta Alper e Jeremy Earp
prodotto da Loretta Alper
Co-prodotto a montato da Andrew Killoy
Produttore esecutivo Jeremy Earp & Sut Jhally
Produttore associate Jason Young
Suono Peter Acker, Armadillo Media Group
Voce narrante Sean Penn
Basato sul libro di Norman Solomon
Durata: 72’
Tommaso Martini
tommasomartini@sidromedistendhal.com
2 aprile 2008
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