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Dopo la
presentazione per la stampa e due giornate di visite guidate
(le cui prenotazioni sono andate a ruba), il MAXXI ha
organizzato altri due appuntamenti per permettere al
pubblico di visitare la nuova struttura progettata da Zaha
Hadid. Si è trattato di un'occasione unica, perché è stato
possibile passeggiare per il museo appena terminato ma
ancora vuoto, prima che venga allestito per l'inaugurazione
ufficiale della prossima primavera.
All'appuntamento
fissato nel weekend il pubblico si è presentato numeroso,
sia che fosse riuscito a prenotarsi un posto o meno; così
gli spazi che attendono di assumere la loro funzione museale
sono stati percorsi e visitati da un gran numero di persone.
Ad aggirarsi per i
corridoi e le scale c'erano visitatori di ogni tipo ed età:
dai bambini che correvano e giocavano dentro e fuori il
museo, ai visitatori dall'occhio specializzato intenti a
commentare dettagli architettonici, chiedendo spiegazioni al
personale a disposizione, fino ai molti muniti di macchine
fotografiche semi professionali, divertiti dalla possibilità
di catturare ogni tipo di scorcio.
In generale, a
dominare nell'aria c'era un'atmosfera di esplorazione e di
continua scoperta.
Ognuno di noi,
infatti, era intento a curiosare, girare, perfino perdersi
tra scale, corridoi e rampe, affacciandosi in ogni apertura,
provando a spingere ogni porta di sicurezza per vedere dove
poteva portare, scoprendo terrazzi, vani di scale, ascensori
e visioni simultanee interno-esterno ad ogni svolta.
Questo invito ad
esplorare, percorrere, vivere lo spazio ha come
corrispettivo la sensazione che l'architetto stesso si sia
divertito, appunto, a “giocare” con gli elementi del
linguaggio architettonico, creando continue variazioni negli
ambienti e mettendo spesso in relazione l'interno con
l'esterno.
Gli esempi sono
molti: soffitti altissimi che si alternano a corridoi di
poco più di due metri di altezza, inserti trasparenti che
permettono di vedere l'esterno o, dal piano più alto, i
visitatori che passeggiano a piano terra e poi le scale che
si collegano, zigzagano, creano diramazioni cancellando la
percezione classica della rigida scansione dei piani
presente nelle costruzioni comuni.
Il tutto,
articolato da una gamma ristretta di materiali e colori:
cemento, acciaio e vetro, cioè grigio, nero, bianco e
trasparente.
Nessun elemento
stilistico prevale sugli altri all'interno dell'edificio:
alle curve sinuose delle gallerie interne risponde il taglio
netto e squadrato dell'elemento aggettante all'ultimo piano,
mentre le scale inseriscono una dinamiche di linee spezzate.
Proprio una volta
arrivati all'ultimo piano (senza sapere bene come ci
si è arrivati), si ha la sorpresa di affacciarsi da una
vetrata non perpendicolare al suolo ma inclinata verso
l'esterno che ci permette di sporgerci in avanti e guardare
di sotto, come se non ci fosse nulla a sostenerci.
Il risultato è uno
strano senso di vertigine ma anche un'originale esperienza
di sospensione nel vuoto.
Insomma,
nessun'altra architettura meglio di questa avrebbe potuto
prestarsi ad un'occasione del genere, in cui il museo,
invece di essere contenitore di opere, diventa opera che
espone se stessa.
In questo senso il
museo di Zaha Hadid ci sembra un'opera riuscita,
un'architettura che si fa scoprire percorrendola ed
esplorandola, come nei migliori casi di arte contemporanea.
Aspettiamo di
vedere come questo spazio verrà modificato e interagirà con
la presenza delle opere, per poter saggiare il suo valore
anche dal punto di vista della funzionalità.
Ormai manca poco:
l'appuntamento è per Maggio 2010.
Lucia Ferroni
25 novembre 2009
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