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Nei
cinque anni di Governo di centro-destra, possono
essere individuati tre interventi principali per
quanto riguarda i Beni culturali. Innanzitutto il
Codice Urbani, a cui si sono affiancati numerosi
altri interventi legislativi, spesso in
contraddizione con le direttive del Codice (vedi il
numero dedicato agli Stati Uniti), in secondo luogo
il riordino del Ministero dei Beni e delle Attività
culturali –Mibac - (2004), infine i drastici tagli
alle risorse destinate alla cultura (1). Riforme di
cui sono state appezzati alcuni elementi di novità
ma anche messi in luce i lati contraddittori e
controproducenti per il settore. Il risultato, alla
prova dei fatti, è un Ministero esausto, come scrive
Roberto Cecchi sulle pagine de “Il
Giornale dell’arte”, carente di risorse umane,
confuso nella giungla di indistricabili divisioni di
ruoli tra Stato e Regioni, patologicamente privo di
risorse. A peggiorare la situazione si sono
aggiunti i condoni, che hanno contribuito
all’inesorabile deturpamento del paesaggio, il
fallimento di iniziative come la Patrimonio S.p.a,
ecc…
Su questo
scenario le linee programmatiche del Governo
Prodi, espresse nel programma elettorale, ponevano
delle mete utopistiche e, ad oggi, molto lontane
dall’esser realizzate.
Innanzitutto in campagna elettorale erano state
fatte promesse più che rosee sulle risorse. Nel
Programma si parla di investire l’1% del PIL in
cultura, ma l’ultima Finanziaria, come vedremo, ha
dimostrato una preoccupante continuità con i tagli
che negli ultimi anni hanno messo in ginocchio
musei, istituzioni, teatri, biblioteche, cinema. Si
parla anche della necessità di svecchiare il
Ministero, sia dal punto di vista delle risorse
umane e professionali, sia da un punto di vista
gestionale e dei rapporto con i privati. Si afferma
inoltre la necessità di chiarire meglio la
distinzione di compiti tra Stato e Regione e il loro
mutuo operare per la tutela e la gestione dei beni
culturali. Innanzitutto superando l’incomprensibile
dicotomia tutela-gestione (2). Ma nel piano di
governo frutto dell’incontro di inizio anno a
Caserta, si confondono le carte e si legge:
"estendere le funzioni di tutela ai governi
territoriali lasciando allo Stato le funzioni di
alta garanzia generale". Su questo punto si rileva
per tanto una confusione che ha lasciato perplessi
molti autorevoli osservatori (3).
Il primo
atto importante del Governo Prodi in campo culturale
è stata la nomina del Ministro. La scelta di
una personalità politica forte, nella duplice veste
di segretario di uno dei principali partiti della
maggioranza e di vice-premier, è stata salutata come
una prima manifestazione di impegno nei confronti
della cultura. Inoltre, nel riordino degli assetti
ministeriali, lo sport è stato scorporato dalle
competenze del Ministero dei Beni culturali.
Francesco Rutelli, che avrebbe espressamente
richiesto per sé questo Ministero, viene considerato
dai più la persona adatta per ricoprire questo
ruolo. Gli anni da primo cittadino della capitale
(1993-2000) sono stati una palestra importante anche
per quanto riguarda il patrimonio culturale. Due
mandati segnati dai numerosi scontri con l’allora
soprintendente Adriano La Regina, che
però hanno insegnato l’importanza del dialogo e del
confronto tra amministrazioni e istituzioni di
tutela del patrimonio artistico-culturale. I momenti
più importanti di questo confronto, che ha comunque
spesso assunto toni molto forti, sono stati il
dibattito per il parcheggio del Granicolo, il
sottopasso per Castel Sant’Angelo, il Museo dell’Ara
Pacis, la Metro C. Importante inoltre l’esperienza
del Giubileo, Rutelli infatti, dovrà
occuparsi anche del turismo, proprio per il suo
duplice ruolo di governo. Nella sua persona sono
inglobate le competenze in materia trasferite dal
Ministero dello sviluppo economico alla Presidenza
del Consiglio, e la competenza sulle strutture
amministrative del settore turistico, passate al
Mibac. E Rutelli ha affermato che la
strategia che utilizzerà per coniugare turismo e
beni culturali, sarà di porre il primo al servizio
dei secondi.
Il 15
giugno 2006, Francesco Rutelli ha esposto le
linee guida del suo dicastero. Ha
innanzitutto criticato l’impostazione economicistica
dei beni culturali, richiamando l’importanza di
ispirarsi all’Art. 9 della nostra Costituzione:
la Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio
storico e artistico della nazione. Ha poi
riaffermato la necessità di trovare fondi privati
tramite nuove forme di sostegno e lamentato il
problema delle risorse umane del Ministero, definito
un “gerontocomio”.
Sottolineava poi la necessità di restaurare il
Ministero da tutti i punti di vista: amministrativo,
finanziario, gestionale, professionale. Il Ministero
dovrebbe tornare ad essere tecnico-scientifico ed in
questo senso è importante la ricostituzione del
Consiglio superiore dei beni culturali (agosto
2006), a capo del quale è stato nominato
Salvatore Settis. Si tratta di un organo
consultivo istituito nel lontano 1907. Durante il
Governo Berlusconi fu praticamente svuotato di ogni
funzione, tanto che Giuseppe Chiarante,
allora presidente, si dimise nel 2002, in forte
polemica con il Ministro Urbani. Il
Consiglio si è insediato soltanto nei primi mesi
del 2007.
A
distanza di un anno, cosa è stato effettivamente
realizzato? Il governo di centro-sinistra ha
confermato con i fatti la volontà di caratterizzarsi
e distinguersi nel campo dei beni culturali rispetto
alla legislatura che lo ha preceduto?
Un primo
spinoso problema che il neo-Ministro ha dovuto
affrontare riguarda il concorso per i nuovi
Soprintendenti. Un concorso bandito in febbraio
che, già a causa dei criteri di ammissione alle
prove scritte e, soprattutto, dopo l’esclusione di
riconosciute personalità dagli esami orali, è stato
sommerso da ricorsi. La scelta di nominare
Vittoria Garibaldi alla Direzione generale
per i Beni culturali dell’Umbria, dopo la sua
esclusione dal concorso, per molti ha significato un
disconoscimento da parte del nuovo Ministro delle
modalità e dei risultati del concorso. Il decreto
legge 262 del 2006, collegato alla Finanziaria,
ristabilisce i termini per un nuovo concorso per 40
posti di dirigenti del Ministero, cercando di
superare le problematiche emerse nel concorso per i
Soprintendenti.
Va invece
riconosciuto il coraggio e l’insistenza con i quali
Rutelli in prima persona ha affrontato due
buchi neri storici dell’operato dei precedenti
ministri: la Galleria d’arte antica di Palazzo
Barberini a Roma e l’annosa questione della
presenza, in importanti musei stranieri, di opere
illegalmente fuoriuscite dall’Italia negli ultimi
decenni.
Palazzo
Barberini è stato
acquistato dallo Stato italiano al termine della
Seconda guerra mondiale, destinato a divenire la
sede delle collezioni che costituiscono la Galleria
d’Arte Antica. Capolavori assoluti, opere di
Caravaggio, Raffaello, Correggio, nel palazzo che
fu la residenza di una delle famiglie più importanti
della Roma papalina. Un voto in Parlamento nel 1949
sfrattò il Circolo ufficiali che si trovava nel
Palazzo, relegandolo nello spazio della palazzina.
Ma per quasi sessant’anni i visitatori hanno dovuto
ammirare le opere ammassate in poche stanze,
accompagnati, come ricordano in molti, dal profumo
di fritto, dalla musica e dagli schiamazzi delle
feste di matrimonio, battesimi, eccetera degli
ufficiali e delle loro famiglie. Solo da dicembre
2006 la Galleria è stata finalmente aperta al
pubblico nella sua interezza, dopo una querelle che
ha conosciuto momenti paradossali. Un ottimo
esempio, secondo Salvatore Settis, della
considerazione residuale di cui gode il patrimonio
culturale agli occhi della politica. L’apertura di
Palazzo Barberini, quindi, è stato visto come atto
dimostrativo di una cesura col passato (4).
Altra
azione coraggiosa è stata la richiesta al direttore
del Getty Museum di restituire più di
cinquanta opere archeologiche esposte nelle sue
sale, chiaramente giunte in America grazie al
mercato nero. A fine novembre, Michael Brand,
il direttore dell’importante istituzione privata
americana, ha risposto con una lettera e un
intervento sul “New York Times”, negando la
restituzione al nostro Paese della metà delle opere
richieste dal Ministro. Soprattutto di alcuni pezzi
importantissime come la “Venere” di Morgantina e
“L’atleta vittorioso” di Fano, attribuito a Lisippo.
Rutelli si è barricato sulla linea della
fermezza. Ha convocato una conferenza stampa in cui
ha denunciato sul piano morale il fatto che un museo
esponga opere rubate. Richieste simili sono state
poi indirizzate al Met (Metropolitan Musuem of Art
di New York) e a importanti musei di Boston,
Princeton, Cleveland, oltre che a collezionisti
privati.
Molto
criticata invece la Finanziaria 2007. È
stato sottolineato un generale atteggiamento di
rinvio delle decisioni importanti e delle promesse
elettorali in campo culturale. La Finanziaria si
concentra soprattutto sul cinema e lo spettacolo dal
vivo e sul turismo. Sono stati destinati al FUS
(Fondo Unico dello spettacolo) 27 milioni di euro in
più rispetto al 2006. In particolar modo si va in
soccorso dello spettacolo dal vivo, fortemente
penalizzato dai tagli al FUS attuati dal Governo
Berlusconi.
Si
convogliano sul nuovo dipartimento del turismo
risorse sottratte, per un totale di quasi 1 milione
di euro, a tagli negli altri dipartimenti. Anche il
Ministero per i Beni e le Attività culturali deve,
inoltre, ridurre le proprie spese di almeno il 15%
entro il 2008, una meta dolorosa, trattandosi di uno
dei Ministeri più in difficoltà e che, soprattutto,
più è stato penalizzato dal Governo Berlusconi.
Si
conferma la destinazione, tramite la società
Arcus, del 5% delle risorse destinate alle
grandi opere, ai beni culturali.
Sorpresa
invece per quanto riguarda il MAXXI, il nuovo
Museo delle Arti del XXI secolo che sta sorgendo a
Roma, il cui cantiere era stato messo a rischio dai
continui tagli degli ultimi anni. La Finanziaria ha
aggiunto uno stanziamento di 50milioni di euro ai 23
previsti dal piano per il triennio 2006-08. Potrà
essere così portato a termine il progetto
dell’anglo-iraniana Zaha Hadid, già
per la fine del 2008, secondo le rosee previsioni
del Ministro Rutelli.
Risale
invece al dibattito più attuale la riforma
dell’Amministrazione dei Beni culturali. Vengono
aboliti i Dipartimenti istituiti da Ministro
Urbani, sostituiti con una struttura che
dovrebbe essere più snella composta da un Segretario
generale (con attività di coordinamento
tecnico-amministrativo) e dieci Direzioni Generali.
Ma nella sostanza le cose non sembrano cambiare.
Unica novità una Direzione dedicata al paesaggio.
Rutelli ha affermato che la tutela dell’ambiente
sarà uno dei principali punti di impegno del suo
Ministero, ma molti dubbi sono stati sollevati sulla
sua reale utilità e funzione della nuova Direzione.
Molto
resta ancora da fare, quindi, per raggiungere l’1%
del PIL per il patrimonio culturale e per
differenziarsi nettamente dall’operato del governo
precedente e soprattutto per rendere più efficiente
un Ministero che si perde nelle maglie della
burocrazia e della politica.
Tommaso
Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
15 maggio
2007
(1)
cfr.
Sciullo G., “I chiari di luna del Governo Berlusconi”,
in “Il Giornale delle leggi dell’arte”, supp. A “Il
Giornale dell’arte” n. 253, aprile 2006
(2)
anche per
questo aspetto cfr. “Lezioni americane” nel numero
de LaLente dedicato agli Sati Uniti.
(3)
Cfr.
Ciliento B., “Il programma della sinistra e i beni
culturali”, 15/01/2007 in patrimoniosos.it
(4)
Nella
scorsa legislatura, all’interessamento del sindaco
Veltroni per liberare il Palazzo dall’occupazione
degli ufficiali, si oppose fermamente il Ministro
della Difesa Martino.
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