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All’incrocio
tra via Chiana e via Tagliamento si trova uno dei
pochi bar tabacchi aperti di domenica nel quartiere Trieste
di Roma. Per questo, accecati dal bisogno fisico di
nicotina/caffeina, capita di passare nella zona senza fare
caso agli edifici che ci stanno intorno, al clima surreale
nel quale siamo immersi. Eppure basta alzare lo sguardo per
confondersi tra torri simil-medievali, stemmi barocchi,
decorazioni dal sapore retrò. La suggestiva area è situata
alle porte del centro, ad impreziosire una delle zone più
eleganti della Capitale e, allo stesso tempo, ad
interromperne l’ordinarietà del regolamento edilizio.
Diciassette villini e ventisei palazzine tra via Tagliamento
e piazza Buenos Aires vanno a costituire il Quartiere
Coppedè, dal nome dell’architetto-scultore fiorentino Gino
Coppedè che, scelto dai finanzieri Cerruti della società
«Edilizia Moderna», lo realizzò tra il 1913 ed il 1921. La
lunga interruzione dei lavori durante la I Guerra Mondiale e
la morte dell’architetto nel 1927 non permisero la portata a
compimento del progetto originario, che prevedeva la
costruzione di un vero e proprio quartiere e che, rimasto
dunque incompiuto, si presenta come un piccolo angolo
suggestivo che richiama con la sua varietà di stili più di
un’epoca storica.
Il
Quartiere si apre trionfalmente con il maestoso e a tratti
cupo arco d’ingresso che unisce due palazzi e dove
simbologie ed elementi propri di Rinascimento, Gotico e
Barocco si fondono insieme e danno vita ad una sorta di
sospensione temporale. A mettere ulteriormente in
discussione il senso del tempo e della realtà, un enorme
lampadario in ferro battuto posto proprio sotto l’arco. Due
torri riccamente decorate a fregi, statue e balaustre
sormontano l’arco. Sopra la torre di destra si ammira
un’edicola sacra che ospita un’immagine non riconducibile
all’iconografia cristiana classica: una Madonna con Bambino
il quale non si rivolge alla Madre bensì ad un ideale
passante, come una sorta di benvenuto. Proseguendo lungo via
Brenta si arriva al fulcro del quartiere: Piazza Mincio.
Proprio nel centro della piazza, nel 1924, era stata
installata la Fontana delle Rane – nota l’immagine che vede
i Beatles farvi il bagno vestiti dopo il concerto tenuto
nella vicina discoteca Piper – posizionata in maniera tale
che da essa si potessero ammirare il suddetto lampadario ed
il Villino delle Fate, altro elemento caratteristico del
complesso edilizio. Le vasche della fontana sono popolate,
appunto, da rane: quattro nella conca inferiore, che versano
l’acqua nelle conchiglie sorrette dalle quattro coppie di
figure, ed altre otto che, sul bordo della conca superiore,
sembrano star per saltare verso lo zampillo centrale. In
questa atmosfera di fanciullesca fantasia ricca di
reminescenze classiche, l’artista non dimentica il personale
tributo alla città che lo ospita e all’arte che l’ha resa
grande. Così l’ape sul bordo della vasca non è che un
richiamo affettuoso e riconoscente alla Fontana delle Api
del Bernini.
Tra le altre costruzioni più
famose spiccano il già citato Villino delle Fate e
l’Ambasciata Russa.

Il Villino delle Fate,
fiabesca costruzione delimitata da una raffinatissima
cancellatura in legno e ferro battuto, mostra uno spazio
architettonico ritmato da loggiati irregolari, scalinate,
archi e tettoie. Le pareti presentano numerose e
diversificate decorazioni i cui soggetti spaziano tra campi
di fiori ed immagini urbane, tra storie tipicamente
medievali e figure geometriche. Promiscui anche i materiali
usati per la costruzione del paramento esterno: laterizio,
marmo, vetro, terracotta, travertino. La vegetazione
circostante fatta di cespugli, palme ed alberi ad alto
fusto, insieme ai colonnati e ai capitelli, crea dei
suggestivi effetti luce-ombra che contribuiscono a conferire
al luogo un’atmosfera decisamente surreale.
L’ambasciata russa, pregevole
villino turrito con ampio loggiato, ha in sé elementi
neoclassici, medievali e cristiani accostati con apparente
incongruità. Il fregio è decorato con immagini tipiche della
Grecia antica mentre il tetto è sorretto, a mo’ di grondaia,
da grosse statue raffiguranti animali. In un angolo della
torre è posta invece un’edicola sacra, talmente in alto da
non essere quasi visibile.
L’estro creativo dell’artista
lascia ampie tracce in tutta la zona, con il suo pastiche di
stili ed il suo Liberty improprio. Improprio perchè si
ispira sì alla Natura imitandone le figure con il chiaro
scopo di abbellire e nobilitare le abitazioni ma, allo
stesso tempo, mette insieme in maniera ridondante i tratti
più peculiari delle varie epoche artistiche. Comunque, pur
ricondotto sotto la più vasta terminologia di Neoeclettismo,
lo stile di Coppedè non ha in realtà precedenti né, finora,
successori.
La magia neogotica evocata
dagli edifici ed il notturno aspetto spettrale hanno
ispirato più di una pellicola. Ricostruito fedelmente nella
scenografia di “Cabiria” (Pastrone, 1914), il quartiere
Coppedè ha decisamente ammaliato il regista horror Dario
Argento che lo renderà la location di due tra i suoi più
famosi lungometraggi: “Inferno” e “L’uccello dalle piume di
cristallo”.
Ad infittire l’inquietudine ed
il mistero intorno al luogo, lo strano suicidio
dell’architetto, che muore a soli cinquant’anni lasciando
molti lavori incompiuti e in odore di quel satanismo che,
per qualche scuola di pensiero, è diventato la chiave di
lettura di molti dei suoi eccentrici lavori.
Martina
Manescalchi
5 dicembre 2008
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