Addio Michelangelo
di Martina Manescalchi

 

Ingmar Bergman parla di Antonioni in un'intervista del 2002

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Redazione

 

Una inquietante coincidenza si è abbattuta sul mondo del cinema. Dopo Bergman ci lascia, all’età di 95 anni, un altro regista che aveva fatto dell’incomunicabilità la sua bandiera: Michelangelo Antonioni, il più bergmaniano di tutti. La voce delle parole non dette, le immagini lente ed esaustive, senza bisogno di commento, l’estrema raffinatezza stilistica hanno fatto di Antonioni uno dei registi più ricercati di tutti i tempi. L’ultimo gigante del cinema italiano, testimone di un’epoca d’oro che non esiste più, quando anche i film d’essai trovavano una distribuzione nei circuiti nazionali. Cineasta dalla mano leggerissima che accarezza la macchina da presa facendola scorrere su corpi e paesaggi senza fare rumore, eppure restituendone allo spettatore tutta l’angoscia e l’inespresso disagio. “Michelangelo è veramente il monumento di una diversa morale delle immagini”, scrive il regista tedesco Wim Wenders nel suo libro Il tempo con Antonioni, pubblicato a seguito della collaborazione per il film a episodi Aldilà delle nuvole nel 1995, anno in cui l’ Academy Awards gli consegna l’ Oscar alla Carriera.

Nato a Ferrara nel 1912, Antonioni intraprende la carriera cinematografica relativamente tardi, dopo essere entrato in contatto con personalità come Cesare Zavattini, Luchino Visconti, Roberto Rossellini. Comincia la sua attività girando cortometraggi e documentari. La vena documentaristica, in particolare, influenzerà tutta la sua filmografia. I primi lungometraggi, Cronaca di un amore, I vinti, La signora senza Camelie e Le Amiche (ispirato ai racconti di Cesare Pavese) dimostrano già la spiccata sensibilità verso l’esistenzialismo e la riproduzione angosciosa dei meccanismi sentimentali. Pur incensati dalla critica unanime, non sbancheranno mai i botteghini. Nello stesso periodo scrive la sceneggiatura de Lo Sceicco Bianco, progetto che poi abbandona e che segna l’esordio alla regia di Federico Fellini. La maturità artistica giunge con la tetralogia esistenziale: L’Avventura, La Notte, L’eclisse (trilogia dei sentimenti) e Deserto Rosso. Le pellicole, tutte interpretate dall’allora compagna Monica Vitti, affrontano in maniera introspettiva l’alienazione dell’uomo moderno. Pochi dialoghi e grande qualità dal punto di vista figurativo per un ingresso silenzioso e delicato, ma allo stesso tempo sconvolgente nelle sue rivelazioni, all’interno delle paure inconfessabili. La notte gli vale, fra gli altri riconoscimenti, l’ Orso d’oro al Festival di Berlino 1961, mentre con Deserto Rosso si aggiudica il Leone d’oro come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia. Un certo successo di pubblico (Palma d’oro al Festival di Cannes e due nomination all’ Oscar) verrà riscontrato con Blow-up, Professione:Reporter con Jack Nicholson e Zabriskie Point. Quest’ultimo in particolare destò più di una polemica per il modo personalissmo e sui generis per l’epoca di affrontare l’universo della contestazione e la critica al consumismo. Innovativo anche dal punto di vista tecnico, con Il Mistero di Oberwald gira il primo film realizzato su nastro magnetico e non su pellicola. Dopo l’amara riflessione sulla vita di coppia con Identificazione di una donna, interpretato da un intenso Tomas Milian ed il Leone d’Oro alla carriera, viene colpito da un ictus cerebrale che gli lascia completamente paralizzata la parte destra del corpo, compromettendo per sempre il suo lavoro che procederà in maniera sempre più frammentaria fino alla morte, avvenuta ieri sera nella sua casa romana, a 24 ore di distanza dal maestro scandinavo con cui ha condiviso un percorso artistico fatto di atmosfere e tematiche assimilabili.

Martina Manescalchi martinamanescalchi@sindromedistendhal.com

31 luglio 2007

 

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