Una
inquietante coincidenza si è abbattuta sul mondo del
cinema. Dopo
Bergman ci lascia, all’età di
95 anni, un altro regista che aveva fatto
dell’incomunicabilità la sua bandiera:
Michelangelo Antonioni, il più
bergmaniano di tutti. La voce delle
parole non dette, le immagini lente ed esaustive,
senza bisogno di commento, l’estrema raffinatezza
stilistica hanno fatto di Antonioni uno dei registi
più ricercati di tutti i tempi. L’ultimo gigante del
cinema italiano, testimone di un’epoca d’oro che non
esiste più, quando anche i film
d’essai trovavano una distribuzione nei
circuiti nazionali. Cineasta dalla mano leggerissima
che accarezza la macchina da presa facendola
scorrere su corpi e paesaggi senza fare rumore,
eppure restituendone allo spettatore tutta
l’angoscia e l’inespresso disagio. “Michelangelo è
veramente il monumento di una diversa morale delle
immagini”, scrive il regista tedesco
Wim Wenders nel suo libro
Il tempo con Antonioni, pubblicato a
seguito della collaborazione per il film a episodi
Aldilà delle nuvole nel 1995, anno
in cui l’
Academy Awards gli consegna l’
Oscar alla Carriera.
Nato a Ferrara nel
1912, Antonioni intraprende la carriera
cinematografica relativamente tardi, dopo essere
entrato in contatto con personalità come
Cesare Zavattini,
Luchino Visconti,
Roberto Rossellini. Comincia la sua
attività girando cortometraggi e documentari. La
vena documentaristica, in particolare, influenzerà
tutta la sua filmografia. I primi lungometraggi,
Cronaca di un amore,
I vinti,
La signora senza Camelie e
Le Amiche (ispirato ai racconti di
Cesare Pavese) dimostrano già
la spiccata sensibilità verso l’esistenzialismo e la
riproduzione angosciosa dei meccanismi sentimentali.
Pur incensati dalla critica unanime, non
sbancheranno mai i botteghini. Nello stesso periodo
scrive la sceneggiatura de
Lo Sceicco Bianco, progetto che poi
abbandona e che segna l’esordio alla regia di
Federico Fellini.
La maturità artistica giunge con la
tetralogia esistenziale:
L’Avventura,
La Notte,
L’eclisse (trilogia
dei sentimenti) e
Deserto Rosso. Le pellicole, tutte
interpretate dall’allora compagna
Monica Vitti, affrontano in maniera
introspettiva l’alienazione dell’uomo moderno. Pochi
dialoghi e grande qualità dal punto di vista
figurativo per un ingresso silenzioso e delicato, ma
allo stesso tempo sconvolgente nelle sue
rivelazioni, all’interno delle paure inconfessabili.
La notte gli vale, fra gli altri
riconoscimenti, l’
Orso d’oro al
Festival di Berlino 1961, mentre con
Deserto Rosso si aggiudica il
Leone d’oro come miglior film alla
Mostra del Cinema di Venezia.
Un certo successo di pubblico (Palma
d’oro al
Festival di Cannes e due nomination
all’
Oscar) verrà riscontrato con
Blow-up,
Professione:Reporter con
Jack Nicholson e
Zabriskie Point. Quest’ultimo in
particolare destò più di una polemica per il modo
personalissmo e
sui generis per l’epoca di affrontare
l’universo della contestazione e la critica al
consumismo. Innovativo anche dal punto di vista
tecnico, con
Il Mistero di Oberwald gira il
primo film realizzato su nastro magnetico e non su
pellicola. Dopo l’amara riflessione
sulla vita di coppia con
Identificazione di una donna,
interpretato da un intenso
Tomas Milian ed il
Leone d’Oro alla carriera, viene
colpito da un ictus cerebrale che gli lascia
completamente paralizzata la parte destra del corpo,
compromettendo per sempre il suo lavoro che
procederà in maniera sempre più frammentaria fino
alla morte, avvenuta ieri sera nella sua casa
romana, a 24 ore di distanza dal maestro scandinavo
con cui ha condiviso un percorso artistico fatto di
atmosfere e tematiche assimilabili.
Martina Manescalchi
martinamanescalchi@sindromedistendhal.com
31
luglio 2007
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