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Sotto
la bianca luce del sole, che rivela la vita iridata e la
miseria di una delle tante baraccopoli indiane ai margini di
Bombay, si dipana il melodramma bollywoodiano firmato dallo
scozzese Danny Boyle. Tre i protagonisti,
bambini già adulti alle prese con le asperità
dell'esistenza, tre le modalità, tratteggiate con sguardo
compassionevole, attraverso le quali ogni personaggio
reagisce alle circostanze date e forgia la propria
personalità. Salim ( Madhur Mittal), il
"duro", decide precocemente di indossare una maschera che
sembra preservarlo dal dolore; apparentemente regista delle
efferatezze cui si macchia ne sarà inesorabilmente
schiacciato, espiando le sue scelte sbagliate in extremis
tramite una palingenesi finale di grande impatto visivo.
Latika (Freida Pinto)è la vittima sacrificale per eccellenza: donna,
appassionata e di una bellezza mozzafiato apprende in
firetta che la sua salvezza può passare unicamente
attraverso la strada, passiva se osservata superficialmente
invero estremamente gravosa, dell'accettazione; della
speranza. E il rivoluzionario Jamal ( Dev Patel
) ou l'optimisme, l'incarnazione del motore che muove
questa favola post-moderna: la fiducia, quella forza gioiosa
e possente che, almeno nelle fiabe, tutto può.
Il pretesto
narrativo che fa da cornice alla messa in scena di questo
spaccato umano è la versione indiana del celeberrimo gioco a
premi "Chi vuol essere milionario", dove il nostro eroe,
osteggiato dal rancoroso ed ormai "arrivato" conduttore
televisivo (l'ottimo Anil Kapoor) con il quale
condivide le umili origini, tenterà la scalata fino al
premio ultimo: venti milioni di rupie. Come può un
analfabeta chai-wallah (ragazzo che porta il the)
di un call-center conoscere le risposte a domande spesso
complesse? La malizia altrui porterà infatti Jamal,
sospettato d'imbroglio, al cospetto delle forze dell'ordine,
cui spiegherà come talvolta la vita sia maestra più dei
libri. E tramite i continui flashback che compongono la
struttura narrativa del film, iniziamo anche noi a
comprendere, domanda dopo domanda, cosa si cela dietro lo
sguardo attonito di questo concorrente fuori dal comune.

L'eclettico Danny
Boyle (Trainspotting , The Beach , 28
giorni dopo, Sunshine ) torna dietro la macchina
da presa con un lavoro esotico nella forma, quanto
occidentale nello sguardo. L'India regala al regista la
possibilità di attraversare (ancorché a passo spedito)
un'ulteriore regione dello spazio cinematografico, essendo
convinzione dell'autore che la sfida con generi diversi doni
ai suoi lavori la freschezza delle opere prime. Il risultato
è una favola piacevole dal prevedibile happy-end, sul filo
del politicamente corretto, la cui forza maggiore risiede
nell'aver saputo cogliere delle impressioni significative;
piccoli quadri di vita quotidiana nelle slum composti su
misura per un pubblico la cui sensibilità si fonda su
parametri differenti.
Quel che resta,
una volta accese le luci in sala, è una leggera malinconia,
non stemperata del tutto nei colori sgargianti (pregevole la
fotografia di Anthony Dod Mantle) del balletto
nonsense conclusivo, tanto caro alle produzioni di Bollywood.
E poco altro.
Norma De
Bartolo
14 dicembre 2008 |