Lettere da Iwo Jima
di Samuele Tramontano

regia di

CLINT EASTWOOD

USA, 2006 (142 minuti)

 

® Warner Bross

Iwo Jima è una piccola isola del Giappone, poco distante da Tokyo. Situata nell’oceano Pacifico, è dominata dal monte Suribachi (166 m). Un’ isola come tante, non dotata di caratteristiche fisiche particolarmente rilevanti ( nonostante il suo nome tradotto dal giapponese sia  “isola dello zolfo”) ma resa celebre dello scontro tra i marines U.S.A. e i soldati della resistenza nipponica. Iwo Jima era, nei piani di espansione americani, di fondamentale importanza strategica, perché da quel punto dell’oceano sarebbe stato molto più facile giostrare l’entrata delle truppe nel continente, oppure rendere un eventuale bombardamento verso Tokyo molto più efficace. La conquista di quest’ isola è stata celebrata in America con un monumento, il “Marine Corps War Memorial”, dove si possono ammirare alcuni marines che, stremati dalla guerra, conficcano la bandiera americana sul monte Suribachi. Effettivamente la battaglia fu per il più conosciuto degli eserciti U.S.A. più difficile del previsto. Iniziata il 19 febbraio del 1945, il conflitto terminò solo il 26 marzo dello stesso anno. Una guerra cruenta e sanguinosa, che evidentemente ha colpito un americano al   100% come è Clint Eastwood durante uno suo ripasso della storia a stelle e strisce.  Il regista di “Million Dollar Baby” ha però, genialmente, deciso di raccontarla in una maniera diversa,  ai più inaspettata ,  cioè dal punto di vista dei giapponesi.  Dopo una iniziale parentesi nel contemporaneo, dove si osserva un gruppo di ricercatori che rinviene all’interno di una grotta, con grande entusiasmo, delle lettere,  c’è uno stacco rapido e ci si ritrova nel 1945,  luogo Iwo Jima.  Saigo (Kazunari Ninomya) è un ex  fornaio costretto ad arruolarsi per difendere con onore il suo paese.   Questo personaggio incarna nel corso del film la semplicità, la gioia di vivere e di amare:  sentimenti che non possono essere fermati o infranti da una guerra.  Anche questo è uno dei messaggi che il regista trasmette ; Eastwood, infatti, non si astiene dall’inviare allo spettatore più commenti moralistici, riuscendo però a non cadere nel banale.  L’ “ American Director” della pellicola è stato un po’ più scontato, invece,  nella costruzione dei personaggi, molto molto stereotipati : oltre a Saigo, emblema dell’amore per la vita, il Tenente Ito (l’attore è Shidou Nakamura), è il classico militare giapponese rigido e privo di emozioni, cioè il comune soldato con gli occhi a mandorla visto dal pubblico medio americano (che infatti preferisce il suicidio alla resa), oppure il generale di Corpo d’Armata Tadamichi Kuribayashi (interpretato dal bravissimo Ken Watanabe ), che porta sullo schermo la figura del tipico condottiero senza macchia e senza paura.  Kuribayashi, figura storica della resistenza di Iwo Jima, è un combattente molto intelligente e un grande stratega..  Alcuni flash-back  mostrano i contatti del generale con gli U.S.A., luogo in cui ha studiato e che quindi conosce molto bene.  Anche il Barone Nishi (Tsuyoshi Ihara), ex campione olimpico equestre, ora soldato dell’esercito giapponese, raffinato e molto corretto, ha conosciuto sia il mondo orientale che l’occidente.  Dal comportamento di questi due personaggi  l’insegnamento che si evince è che la conoscenza (in questo caso la conoscenza di entrambi i “mondi”) elimina l’odio, stupido e insensato. Il film è inizialmente molto lento, come lenta è la strategia e la preparazione ad una guerra. Rapidissimo il cambio di velocità con lo sbarco imponente dei marines sulle coste dell’isola.  Ecco allora che grandi scoppi e fortissimi colpi di mitragliatrice si vanno ad alternare ai lunghi silenzi dei momenti di riflessione. Mai banali. Il prodotto nipponico “made by Clint Eastwood” è decisamente buono, merito anche di una fotografia eccellente, accecante ed avvolgente, e di uno stupendo accompagnamento musicale alle scene. Per quel che riguarda i dialoghi la scelta è ricaduta sul sottotitolo al parlato giapponese  (ognuno può dire la sua sull’espediente sottotitolo, ma il senso di verismo che trasmette è un dato di fatto).  “Bisogna sempre guardare le cose da diverse angolazioni” , diceva Robin Williams nell’ “Attimo fuggente” salendo in piedi sulla sua cattedra; Eastwood sembra proprio aver seguito questo consiglio.

Samuele Tramontano samueletramontano@sindromedistendhal.com

10 marzo 2007

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