Iwo Jima è una piccola isola del Giappone, poco
distante da Tokyo. Situata nell’oceano Pacifico,
è dominata dal monte Suribachi (166 m). Un’
isola come tante, non dotata di caratteristiche
fisiche particolarmente rilevanti ( nonostante
il suo nome tradotto dal giapponese sia “isola
dello zolfo”) ma resa celebre dello scontro tra
i marines U.S.A. e i soldati della resistenza
nipponica. Iwo Jima era, nei piani di espansione
americani, di fondamentale importanza
strategica, perché da quel punto dell’oceano
sarebbe stato molto più facile giostrare
l’entrata delle truppe nel continente, oppure
rendere un eventuale bombardamento verso Tokyo
molto più efficace. La conquista di quest’ isola
è stata celebrata in America con un monumento,
il “Marine Corps War Memorial”, dove si possono
ammirare alcuni marines che, stremati dalla
guerra, conficcano la bandiera americana sul
monte Suribachi. Effettivamente la battaglia fu
per il più conosciuto degli eserciti U.S.A. più
difficile del previsto. Iniziata il 19 febbraio
del 1945, il conflitto terminò solo il 26 marzo
dello stesso anno. Una guerra cruenta e
sanguinosa, che evidentemente ha colpito un
americano al 100% come è Clint Eastwood
durante uno suo ripasso della storia a stelle e
strisce. Il regista di “Million Dollar Baby” ha
però, genialmente, deciso di raccontarla in una
maniera diversa, ai più inaspettata , cioè dal
punto di vista dei giapponesi. Dopo una
iniziale parentesi nel contemporaneo, dove si
osserva un gruppo di ricercatori che rinviene
all’interno di una grotta, con grande
entusiasmo, delle lettere, c’è uno stacco
rapido e ci si ritrova nel 1945, luogo Iwo Jima.
Saigo (Kazunari Ninomya) è un ex fornaio
costretto ad arruolarsi per difendere con onore
il suo paese. Questo personaggio incarna nel
corso del film la semplicità, la gioia di vivere
e di amare: sentimenti che non possono essere
fermati o infranti da una guerra. Anche questo
è uno dei messaggi che il regista trasmette ;
Eastwood, infatti, non si astiene dall’inviare
allo spettatore più commenti moralistici,
riuscendo però a non cadere nel banale. L’ “
American Director” della pellicola è stato un
po’ più scontato, invece, nella costruzione dei
personaggi, molto molto stereotipati : oltre a
Saigo, emblema dell’amore per la vita,
il Tenente Ito
(l’attore è Shidou Nakamura), è il classico
militare giapponese rigido e privo di emozioni,
cioè il comune soldato con gli occhi a mandorla
visto dal pubblico medio americano (che infatti
preferisce il suicidio alla resa),
oppure il generale di Corpo d’Armata
Tadamichi
Kuribayashi (interpretato dal bravissimo Ken
Watanabe ), che porta sullo schermo la figura
del tipico condottiero senza macchia e senza
paura. Kuribayashi, figura storica della
resistenza di Iwo Jima, è un combattente molto
intelligente e un grande stratega.. Alcuni
flash-back mostrano i contatti del generale con
gli U.S.A., luogo in cui ha studiato e che
quindi conosce molto bene. Anche il Barone
Nishi (Tsuyoshi Ihara), ex campione olimpico
equestre, ora soldato dell’esercito giapponese,
raffinato e molto corretto, ha conosciuto sia il
mondo orientale che l’occidente. Dal
comportamento di questi due personaggi
l’insegnamento che si evince è che la conoscenza
(in questo caso la conoscenza di entrambi i
“mondi”) elimina l’odio, stupido e insensato. Il
film è inizialmente molto lento, come lenta è la
strategia e la preparazione ad una guerra.
Rapidissimo il cambio di velocità con lo sbarco
imponente dei marines sulle coste dell’isola.
Ecco allora che grandi scoppi e fortissimi colpi
di mitragliatrice si vanno ad alternare ai
lunghi silenzi dei momenti di riflessione. Mai
banali. Il prodotto nipponico “made by Clint
Eastwood” è decisamente buono, merito anche di
una fotografia eccellente, accecante ed
avvolgente, e di uno stupendo accompagnamento
musicale alle scene. Per quel che riguarda i
dialoghi la scelta è ricaduta sul sottotitolo al
parlato giapponese (ognuno può dire la sua
sull’espediente sottotitolo, ma il senso di
verismo che trasmette è un dato di fatto).
“Bisogna sempre guardare le cose da diverse
angolazioni” , diceva Robin Williams nell’
“Attimo fuggente” salendo in piedi sulla sua
cattedra; Eastwood sembra proprio aver seguito
questo consiglio.
Samuele Tramontano
samueletramontano@sindromedistendhal.com
10
marzo 2007