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Niente cappello e mantellina a quadretti. La pipa si, quella
c'è e gli resta in mano perfino dopo che si è lanciato da
una vetrata giù nel Tamigi. Lo spettatore che abbia
familiarità con la celebre figura nata dalla penna di Arthur
Conan Doyle rimarrà probabilmente sorpreso da questo film,
ma non deluso. Non c'è dubbio infatti che la pellicola di
Guy Ritchie, basandosi sul fumetto appositamente scritto dal
produttore del film Lionel Wigram, nasca con l'intenzione di
reinterpretare il personaggio di Sherlock Holmes. Gli stessi
artefici del progetto hanno dichiarato la volontà di fare
piazza pulita dell'immagine stereotipata dell'arguto
investigatore, costruita negli anni attraverso varie
versioni televisive e cinematografiche, ripartendo dai
romanzi originali per costruire però stavolta un personaggio
maggiormente votato all'azione.
E così è stato: la figura tutta deduzione, pipa e lavoro
mentale diventa un investigatore ironico e affascinante che
oltre al cervello usa spesso anche i muscoli.
Uno Sherlock Holmes d'azione dunque, ma che mantiene la sua
riconoscibilità, evitando di cadere in un ulteriore
stereotipo: quello di figure genere 007 o Mission
Impossible.
Questo Sherlock costruisce ancora le sue micidiali catene
deduttive e vive chiuso nel caos del suo appartamento per
scuotersi solo di fronte ad un caso da risolvere ma fa anche
a pugni in un'arena di scommesse, riuscendo perfino in
questa situazione a trarre vantaggio dalla sua intelligenza.
Questo Sherlock, dall'aspetto spesso trasandato, si rivela
un uomo di classe quando il momento lo richiede, lavora a
curiosi esperimenti nei suoi momenti liberi e costruisce un
rapporto di collaborazione e complicità col suo aiutante
Watson, mostrando un po' di gelosia quando lui si appresta a
lasciare il 221B di Baker Street per sposarsi.
Si potrebbe dire insomma che, affrontando il sempre spinoso
problema di trasportare un concept da un medium all'altro,
il team del film abbia centrato l'obbiettivo di costruire
una versione innovativa e pienamente cinematografica pur
senza tradire il personaggio originale.
I mezzi del cinema sono in effetti sfruttati appieno,
soprattutto attraverso le scene d'azione e uno spettacolare
ritmo di montaggio che, assieme all'intervento della musica,
crea sequenze quasi vicine ad un'estetica da videoclip.
Che il ritmo sia coinvolgente lo capiamo del resto fin da
subito: il film ci trasporta immediatamente nel vivo
dell'azione, assieme a Sherlock e a Watson per le strade di
Londra, mentre tentano di sventare un sacrificio umano.
Conosciamo dunque subito anche il cattivo di turno,
l'inquietante Lord Blackwood che sfida la ferrea logica di
Holmes addirittura con la magia nera.
Assieme al fidato Watson, anche lui molto più aitante e
attivo rispetto a come l'immaginario comune lo ha sempre
dipinto, Sherlock dovrà indagare su alcuni omicidi compiuti
da Lord Blackwood, ancora (incredibilmente) attivo e in
circolazione anche dopo la sua pubblica impiccagione. Tra
magia nera e giochi di potere, a Sherlock Holmes sarà
richiesto di sventare una vera e propria congiura contro
l'Inghilterra.
Se l'interpretazione di Robert Downey Jr. risulta perfetta
nel costruire questa figura fuori dagli schemi, ironica
quanto perspicace, l'intesa tra i due attori non potrebbe
essere migliore creando sullo schermo una coppia complice e
affiatata.
Un altro aspetto di grande efficacia nel film è
l'ambientazione: la Londra di fine '800 non è una semplice
scenografia bensì un tessuto vivo e pulsante. La città
dialoga così con la storia e il film la sfrutta pienamente,
dosando al meglio ambienti interni ed esterni.
Lucia Ferroni
09 gennaio 2010 |