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Amabili resti di Peter Jackson

di Lucia Ferroni

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La migliore caratteristica del nuovo film di Peter Jackson è di non essere un film piatto, uno di quelli che si possono inserire a prima vista nella casella di un genere specifico. Certo, una sottile atmosfera di inquietudine lo domina, ma nonostante la presenza di una scena da maestri del thriller, Amabili resti è molto più di questo. La protagonista del film è Susie Salmon, una ragazzina di 14 anni curiosa, intraprendente ma anche un po' timida. La storia comincia con la sua voce narrante che quasi subito ci racconta di essere stata uccisa proprio all'età di 14 anni da un vicino di casa.

Dunque quando vediamo Susie uscire da scuola, tagliare attraverso i campi per tornare a casa e incontrare proprio il suo inquietante vicino, per quanto forte sia la nostra speranza che le cose vadano diversamente, sappiamo già quello che avverrà.

È da qui in avanti che il film può cominciare a stupirci con il suo mix di tonalità differenti.

Si comincia con il dolore dei genitori: da una parte il padre, interpretato da un Mark Wahlberg per fortuna un po' più espressivo rispetto al precedente Max Payne, che affronta il dolore non dandosi per vinto e continuando a cercare l'assassino della sua bambina. Dall'altra parte la madre, interpretata da Rachel Weisz, che per riuscire a venire a patti con una perdita così grande non riesce a trovare altra soluzione se non quella di allontanarsi per un po' dai due figli che le rimangono.

Proprio la sensibilità del fratellino più piccolo di Susie riesce a percepire la presenza della sorella, ancora vicina alla sua famiglia. Susie infatti viene rappresentata in una zona di passaggio tra la Terra e il cielo, un punto d'osservazione dal quale segue quello che accade alla sua famiglia cercando in qualche modo di farsi sentire da loro. È proprio nel descrivere questo mondo altro che il film riesce ad utilizzare al meglio i mezzi del cinema rendendo percepibili i differenti livelli di realtà attraverso cui si muove la storia. La maestria del regista è visibile soprattutto nella capacità di rendere distintamente con le immagini la compresenza eppure l'enorme distanza che separa questi due mondi.

Nonostante queste serie premesse e il percorso di accettazione del dolore che tutti i personaggi devono affrontare, il film riesce perfino ad essere divertente grazie ad un breve intermezzo che sfrutta la bella interpretazione di Susan Sarandon: una nonna perennemente attaccata alla bottiglia e un po' cinica che però resta vicino alla famiglia nel momento del bisogno. 

Peccato soltanto che, arrivati alla fine del film, con un più di un motivo per avere gli occhi lucidi, l'ultima frase suoni piuttosto stonata. Si poteva evitare di augurare a tutti gli spettatori una vita lunga e felice; di certo se questo finale è stato ripreso dal libro, leggerlo sulla pagina doveva fare un effetto migliore.

Lucia Ferroni

28 febbraio 2010

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola