
Nell’ambito della manifestazione che vuole protagonisti i
nuovi volti del cinema italiano, la Casa del Cinema ha
riproposto l’opera prima di Alessandro Angelini,
“L’aria salata”, e un momento di confronto con
il giovane protagonista del film, Giogio Pasotti.
“L’aria salata” racconta una storia drammatica senza mai scadere in momenti
inopportunamente patetici, ma piuttosto includendo diversi
momenti esilaranti. Non è un film appena uscito nelle sale
italiane ma un film che, per la storia che racconta,
risveglia nello spettatore sentimenti contrastanti,
dall’amore per la famiglia all’odio per un padre assente,
dall’amore per la totale libertà al disgusto per una classe
borghese che tenta invece di imprigionare giovani pronti ad
accogliere le sfide della vita in noiosi e monotoni
cliché .
La vicenda si svolge quasi interamente nel carcere di
Rebibbia dove il protagonista, Fabio, lavora come
educatore. Qui incontra il padre, Luigi Sparti, uomo
duro, testardo, solo, che vent’anni di carcere hanno reso
prepotente e tuttavia incapace del pentimento per le colpe
commesse. La vicenda ha risvolti imprevedibili: il rapporto
tra padre e figlio è completamente rovesciato, e la
sinestesia del titolo del film si chiarisce solo sui titoli
di coda. Fabio ottiene un permesso premio per il padre con
l’unico scopo di trascorrere quella giornata insieme a lui.
Sparti però non è un uomo incline al dialogo, sembra
staccato, lontano dalla realtà, sfuggente. Eppure, durante
quella giornata, lontano finalmente dall’angustia del
carcere, respirando un’aria, dopo anni, diversa, quell’uomo
burbero e apparentemente privo di sentimenti, matura una
decisione importante quanto drammatica, e restituisce ai
figli una meritata, anche se amara, libertà.
“L’aria salata” costituisce un momento
importante nella carriera di Giorgio Pasotti, poiché
lo vede impegnato nel suo primo ruolo veramente drammatico
da protagonista.
Giorgio, hai lavorato spesso
con giovani registi e con colleghi giovanissimi. Si può dire
che sta nascendo in Italia un movimento di nuovi autori?
Credo che esista un nucleo di giovani professionisti capaci
e volenterosi che vogliono fare cinema di qualità. Si pensi
ad Accorsi, Fatimo, o Santamaria, solo per citarne alcuni.
Per non parlare di Muccino, con cui ho realizzato tre film,
tra cui la sua opera prima. Tra noi c’è rispetto e stima
reciproca, oltre che una bella amicizia.
Hai lavorato sia per il cinema
che per la TV. È vero, secondo te, che interpretare dei
ruoli nelle fiction possa precludere una grande carriera nel
mondo del cinema?
Io credo essenzialmente nella qualità. Lavorare in TV non è
facile come si possa pensare. Riuscire ad ottenere una parte
in una fiction è piuttosto difficile perché c’è molta
competizione. La TV dà la possibilità di crescere
professionalmente se è fatta con passione e professionalità,
così come il cinema. Ci possono essere anche piccole cose
che danno grandi soddisfazioni.
Hai qualche rimpianto?
Mi è un po’ dispiaciuto non aver potuto accettare la parte
da protagonista per l’opera prima di Luciano Ligabue, che
poi ha interpretato egregiamente Stefano Accorsi. Erano
entrati in gioco diverse variabili, tanto che alla fine non
si è trovato un accordo per problemi anche legati alla
burocrazia.
Pochi sanno che la tua
carriera da attore è cominciata dallo sport.
Il mio desiderio è sempre stato quello di fare il medico.
Poi però mi è stato proposto di girare dei film sulle arti
marziali, sport che io ho praticato a livello agonistico per
molti anni, ed ho accettato. L’incontro con Lucchetti per “I
piccoli maestri” è stato poi rivelatore. È stato il mio
primo film. Racconta una storia molto coinvolgente tratta
dal libro di Luigi Meneghello.
Il passaggio dallo sport al cinema non è stato sconvolgente
perché sia nelle arti marziali che nella recitazione si
considera il corpo un’importante forma di espressione. Il
cinema è una sorta di “danza marziale”.
Che film e che ruoli ti
piacerebbe interpretare?
Non c’è un film in particolare che mi piacerebbe fare, anche
se preferirei girare dei film su vite vissute e personaggi
realmente esistiti. Vorrei piuttosto estendere la gamma di
ruoli da interpretare ed assecondare la mia volontà di fare
qualcosa di molto realistico.
Ne “L’aria salata” si racconta
la storia delle relazioni tra un padre, un figlio e una
sorella. Da cosa trae ispirazione?
La sceneggiatura di Alessandro Angelini è assolutamente
originale. Non ha spunti o riferimenti alla realtà tranne
che per la sua esperienza come educatore nelle carceri.
Cosa pensi delle
interpretazioni in questo film?
“L’aria salata” è un film a cui tutti noi attori ci siamo
affezionati sin da subito. Credo che lo spettatore possa
facilmente immedesimarsi in qualcuno dei personaggi del
film.
Giorgio Colangeli, a mio avviso, è un attore strepitoso. Per
questo film ha vinto un sacco di premi ed è sorprendente che
questa sia stata, nella sua carriera, la prima vera
opportunità. D’altra parte, in questo lavoro ci sono
continuamente alti e bassi. Colpa forse anche dei media, che
non si interessano più tanto a ciò che fai professionalmente
ma a ciò che sei nella vita privata.
Qual è il personaggio che hai
interpretato che ti ha lasciato più emozioni?
Credo che ogni personaggio porti in sé parte della tua
personalità. Qualunque sia il ruolo che interpreti, il
personaggio ha sempre un po’ di te.
Il prossimo appuntamento è lunedì 18 febbraio con
Pierfrancesco Favino e “El Alamein” di Enzo
Monteleone del 2002.
14 febbraio 2008
Maria Domenica Mangialavori,
mangialavoridomi@yahoo.it |