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Il manifesto ci mostra un bambino dai vestiti
logori sotto un sole accecante e, grazie anche a ciò
che già
sappiamo del film, è
probabile che entriamo in sala con un'idea abbastanza
precisa di cosa stiamo per vedere. L'inizio del film non ci
delude da questo punto di vista: Baarìa
comincia a raccontare la sua storia, ambientata nella
Sicilia rurale degli anni del fascismo.
Vediamo Peppino Torrenuova, il bambino del
manifesto, crescere e diventare, dopo la guerra, un
militante del Partito Comunista, sposarsi e iniziare ad
invecchiare. Seguiamo le vicende della sua famiglia, legate
sia agli eventi storici che alla vita del paese, cresciuto
negli anni fino alle dimensioni di una cittadina.
Il problema del film
è
proprio questo: come volendo condensare una di quelle grandi
saghe familiari cinematografiche in tre atti, il regista
pretende di raccontare più
di cinquant'anni di storia in una sola pellicola. Il difetto
più
vistoso di Baarìa
è
dunque l'ambizione o, in altri termini, il desiderio di dire
tutto. Come spaventato dall'idea di non avere altre
occasioni, il regista sembra aver tentato di mettere tutto
quello che aveva da comunicare e, forse pensando di
realizzare il film summa della sua carriera, ha anche citato
pedantemente il resto della sua produzione.
Il risultato
è
un film senza struttura, una somma di quadri senza collante
narrativo.
Soprattutto nella prima parte, si corre a
perdifiato tra infanzia e adolescenza del protagonista,
cambiando repentinamente interprete più
volte e accumulando episodi diversi senza evidenti legami
tra di loro. Lo spettatore, per quanto concentrato, non
riesce a mettere a fuoco le fisionomie dei vari personaggi;
è
già
abbastanza occupato a tenere a mente chi
è
il protagonista.
Arrivati all'età
del primo amore, il ritmo rallenta e la storia assume uno
sviluppo più
classico, raccontando come Peppino sia costretto ad agire
con la forza per sposare la ragazza di cui si
è
innamorato, visto che la famiglia di lei lo considera uno
spiantato senza arte né
parte. Con lei inizia una vita familiare, mentre la politica
lo coinvolge sempre di più
nelle lotte sociali, a fianco dei contadini e contro la
mafia, portandolo spesso anche lontano da casa.
Il tempo che passa costringe il regista ad
operare massicciamente con i mezzi del trucco sui volti dei
personaggi (quei pochi, fortunati, che mantengono gli stessi
interpreti).
E non si può
fare a meno di segnalare a questo proposito, al di là
della palese evidenza di questi interventi di make up, le
discrepanze che sorgono, come quella tra una madre che
invecchia di gran carriera e una figlia che, alla quinta
gravidanza, ha praticamente lo stesso aspetto di quand'era
adolescente.
La scelta di coprire un arco di tempo così
lungo costringe inoltre il regista a fare ricorso ad una
serie di stereotipi, per connotare in maniera evidente le
varie epoche; se uniamo questo aspetto ad un set che
nell'impostazione ricorda le città
dei film western, capiamo come lo sviluppo del racconto
rimanga per la maggior parte del tempo in superficie.
L'enorme quantità
dei personaggi, protagonisti delle tante microstorie che
ruotano attorno alla narrazione principale, richiede poi un
gran numero di interpreti, spesso nomi famosi del panorama
italiano. Ma se il cammeo di un attore importante in un film
può
essere un elemento che impreziosisce una storia, il fatto di
usarne così
tanti distrae solo l'attenzione; come fosse una lotteria,
viene voglia di puntare su quale sarà
la prossima faccia conosciuta a spuntare dietro un vicolo. E
anche se molti di questi hanno svolto bene il loro lavoro,
regalando al film momenti divertenti, resta il fatto che
Baarìa
non riesce a trovare un'identità,
un tono prevalente.
Il tentativo finale di incrociare passato e
presente attraverso le due figure di bambini, il
protagonista e suo figlio alla stessa età,
risulta un espediente tutto sommato artificioso ed
estremamente debole in un film così
lungo. L'idea che il regista probabilmente aveva in mente
era quella di un racconto corale; peccato non abbia intuito
però
che per costruire una narrazione del genere non
è
sufficiente mettere tanti elementi insieme ma
è
necessario che questi siano accordati per suonare la stessa
melodia
Lucia Ferroni
4 dicembre 2009
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