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Redazione

Baaria di Giuseppe Tornatore

di Lucia Ferroni

Troppi personaggi per un film di grandi ambizioni.

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Il manifesto ci mostra un bambino dai vestiti logori sotto un sole accecante e, grazie anche a ciò che già sappiamo del film, è probabile che entriamo in sala con un'idea abbastanza precisa di cosa stiamo per vedere. L'inizio del film non ci delude da questo punto di vista: Baarìa comincia a raccontare la sua storia, ambientata nella Sicilia rurale degli anni del fascismo.

Vediamo Peppino Torrenuova, il bambino del manifesto, crescere e diventare, dopo la guerra, un militante del Partito Comunista, sposarsi e iniziare ad invecchiare. Seguiamo le vicende della sua famiglia, legate sia agli eventi storici che alla vita del paese, cresciuto negli anni fino alle dimensioni di una cittadina.

Il problema del film è proprio questo: come volendo condensare una di quelle grandi saghe familiari cinematografiche in tre atti, il regista pretende di raccontare più di cinquant'anni di storia in una sola pellicola. Il difetto più vistoso di Baarìa è dunque l'ambizione o, in altri termini, il desiderio di dire tutto. Come spaventato dall'idea di non avere altre occasioni, il regista sembra aver tentato di mettere tutto quello che aveva da comunicare e, forse pensando di realizzare il film summa della sua carriera, ha anche citato pedantemente il resto della sua produzione.

Il risultato è un film senza struttura, una somma di quadri senza collante narrativo.

Soprattutto nella prima parte, si corre a perdifiato tra infanzia e adolescenza del protagonista, cambiando repentinamente interprete più volte e accumulando episodi diversi senza evidenti legami tra di loro. Lo spettatore, per quanto concentrato, non riesce a mettere a fuoco le fisionomie dei vari  personaggi; è già abbastanza occupato a tenere a mente chi è il protagonista.

Arrivati all'età del primo amore, il ritmo rallenta e la storia assume uno sviluppo più classico, raccontando come Peppino sia costretto ad agire con la forza per sposare la ragazza di cui si è innamorato, visto che la famiglia di lei lo considera uno spiantato senza arte né parte. Con lei inizia una vita familiare, mentre la politica lo coinvolge sempre di più nelle lotte sociali, a fianco dei contadini e contro la mafia, portandolo spesso anche lontano da casa.

Il tempo che passa costringe il regista ad operare massicciamente con i mezzi del trucco sui volti dei personaggi (quei pochi, fortunati, che mantengono gli stessi interpreti).

E non si può fare a meno di segnalare a questo proposito, al di là della palese evidenza di questi  interventi di make up, le discrepanze che sorgono, come quella tra una madre che invecchia di gran carriera e una figlia che, alla quinta gravidanza, ha praticamente lo stesso aspetto di quand'era adolescente.

La scelta di coprire un arco di tempo così lungo costringe inoltre il regista a fare ricorso ad una serie di stereotipi, per connotare in maniera evidente le varie epoche; se uniamo questo aspetto ad un set che nell'impostazione ricorda le città dei film western, capiamo come lo sviluppo del racconto rimanga per la maggior parte del tempo in superficie.

L'enorme quantità dei personaggi, protagonisti delle tante microstorie che ruotano attorno alla narrazione principale, richiede poi un gran numero di interpreti, spesso nomi famosi del panorama italiano. Ma se il cammeo di un attore importante in un film può essere un elemento che impreziosisce una storia, il fatto di usarne così tanti distrae solo l'attenzione; come fosse una lotteria, viene voglia di puntare su quale sarà la prossima faccia conosciuta a spuntare dietro un vicolo. E anche se molti di questi hanno svolto bene il loro lavoro, regalando al film momenti divertenti, resta il fatto che Baarìa non riesce a trovare un'identità, un tono prevalente.

Il tentativo finale di incrociare passato e presente attraverso le due figure di bambini, il protagonista  e suo figlio alla stessa età, risulta un espediente tutto sommato artificioso ed estremamente debole in un film così lungo. L'idea che il regista probabilmente aveva in mente era quella di un racconto corale; peccato non abbia intuito però che per costruire una narrazione del genere non è sufficiente mettere tanti elementi insieme ma è necessario che questi siano accordati per suonare la stessa melodia

Lucia Ferroni

4 dicembre 2009

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola