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Complici del silenzio

di Martina Manescalchi

Il dramma della dittatura argentina, visto attraverso gli occhi di un giornalista italiano.

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Argentina, 1978. Il clamore intorno al Mundial di calcio soffoca le urla dei dissidenti torturati. La vittoria della finale lustra l’immagine di una nazione in cui sì, vige una dittatura sanguinaria e genocida, ma nessuno sembra accorgersene. Di sicuro non i giornalisti giunti da tutto il mondo per seguire il grande evento sportivo. Quei giornalisti che avrebbero potuto aprire gli occhi al mondo sulla situazione argentina – andate a raccontare la nostra storia, siete la nostra ultima speranza, urlano le Madri di Plaza de Mayo nei filmati di repertorio – ma che si sono limitati a registrare reti, vittorie ed eliminazioni finendo per cantare le lodi di un paese in cui ogni giorno qualcuno manca all’appello.

I giornalisti sportivi Maurizio  (Alessio Boni) ed Ugo (Giuseppe Battiston) partono entusiasti alla volta dell’Argentina senza avere la minima idea di cosa li aspetti al loro arrivo. Maurizio coglie subito l’occasione per andare a fare visita agli zii emigrati a Buenos Aires da molti anni. Sarà proprio durante il pranzo famigliare che cominceranno ad emergere le prime tensioni, impersonate dal misterioso marito della giovane cugina, eminenza grigia che muoverà i fili di tutta la trama.

Maurizio ha anche un’altra incombenza da sbrigare nella capitale: consegnare una busta ad Ana, ex moglie argentina di un suo amico residente a Roma. Durante la cena scocca il più classico dei colpi di fulmine e, complice un vecchio tango, i due si trovano velocemente a consumare  un’inaspettata ed apparentemente fugace passione. Ormai però Maurizio si è spinto troppo oltre e si troverà immischiato in vicende di cui fino al giorno prima ignorava l’esistenza. Coinvolto aldilà di ogni limite nell’amore per Ana, abbandona tutto per seguirla senza immaginare che l’attività sovversiva della donna finirà per sovvertire la sua stessa esistenza. Bollato come terrorista conosce il carcere e la tortura, vede sparire il giovane cugino e morire lo zio nel tentativo di ritrovare il figlio, assiste inerme alle aberrazioni della dittatura militare fino al rimpatrio organizzato dall’ambiguo marito della cugina. Quando gli viene comunicato l’imminente ritorno in Italia, chiede con veemenza che Ana possa imbarcarsi con lui. La sua richiesta viene assecondata ma Ana – che vuole restare a combattere per il suo paese - ne approfitta per scappare, dissolvendosi in mezzo alla folla vociante che festeggia la vittoria del Mundial. Il suo nome andrà ad alimentare la lista dei trentamila desaparecidos prodotti dalla dittatura di Videla. Il film si conclude con l’immagine di Maurizio che, trent’anni dopo, abbraccia finalmente la figlia generata durante quella prima notte di passione.

L’interessante e coinvolgente spunto offerto dalla sceneggiatura rimane, purtroppo, soltanto uno spunto. Non si parla, come ci si aspetterebbe, della presa di coscienza da parte di un giornalista della terribile situazione politico-sociale di una nazione. Non si parla di come i media di tutto il mondo abbiano, in occasione dei Mondiali di calcio, taciuto sulla violazione dei diritti umani in atto da parte dei militari. La storia prende quasi subito la piega della fiction che culminerà nel prevedibile e lacrimoso finale. Tutto è didascalico e svelato: fin dai primi minuti di pellicola si capisce chi sopravviverà e chi no. I personaggi sono poco sfaccettati e la stessa storia d’amore che dovrebbe muovere l’intera opera è trattata in maniera piuttosto superficiale. Appare infatti poco credibile che un uomo abbandoni tutto e metta a rischio la propria vita per una donna appena conosciuta e di cui non sa praticamente nulla. Ancora meno credibile il fatto che un giornalista italiano abbandoni le gesta sportive di un mondiale di calcio per interessarsi alle vicende politiche di un paese, ma questo è un altro discorso. Tutto questo passa però in secondo piano nel momento in cui i personaggi di sfondo salgono in superficie e  con i loro intrecci prendono il sopravvento sulla pochezza della trama principale. A fare di Complici del Silenzio un buon film non sono gli sguardi fra i due amanti né le urla impacciate di Alessio Boni. Complici del silenzio è un buon film perché, soprattutto, narra le vicende di una famiglia - quella degli zii di Maurizio – che vive in prima persona le due facce della dittatura. Dapprima si sente protetta dall’influente figura del genero. Dall’altra, con la sparizione del figlio, toccherà con mano l’impotenza di fronte ad una politica repressiva tanto feroce. Da antologia la sequenza in cui il padre attraversa la folla festante con la ruspa, diretto alla Scuola Militare alla ricerca del figlio scomparso. In quelle immagini disperate risiede il dramma di una ferocia che per anni è riuscita ad esistere nell’ombra, sommersa dai rumori dell’ignara quotidianità metropolitana. Nei ragazzini che salgono a bordo sventolando le bandiere della nazionale mentre l’uomo piange, accecato dalla sete di verità, prima di scagliarsi contro quello che diventerà il simbolo della dittatura. Nelle strade ubriache di festa che costeggiano le stanze umide e buie dove avevano luogo le più atroci torture. In queste immagini risiede il vero valore del film, quello cioè di mostrare la scarsa coscienza della situazione nella sua contemporaneità senza cedere alla tentazione di indugiare morbosamente sugli ormai tristemente noti particolari più cruenti.

Martina Manescalchi

16 maggio 2009

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola