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Il cinema è una donna nuda e un uomo con la pistola.
Qualcosa a metà tra l’orologeria di precisione e la tratta
delle bianche.
Dino Risi
Spensieratezza,
risate amare e satira di costume sono gli elementi tipici
dei film di Dino Risi, che scomparso a Roma il
7 giugno, è l’ indimenticabile regista e sceneggiatore di
commedie che hanno il pregio di ritrarre i mutamenti
repentini di una società italiana costellata di personaggi
caratterizzati in modo ironico e sagace, senza mai cercare
rifugio nella banalità dello stereotipo.
Risi nasce a Milano il 23 dicembre 1916. Si laurea in
Medicina ma preferisce lavorare nel mondo del cinema come
assistente di Mario Soldati per “Piccolo mondo
antico”(1940).
Partecipa alle sceneggiature di “Anna” di Lattuada
( 1952), “Totò e i re di Roma” di Steno e
Monicelli (1951), “Gli eroi della domenica” di
Camerini (1952).
Gira una serie di cortometraggi come “Barboni” (1946)
e il famoso “Buio in sala” ( 1948), prodotto da Carlo Ponti.
Il suo primo lungometraggio è “Vacanze col gangester”
(1951) ma ad inaugurare il genere della commedia di costume,
che caratterizza gran parte della sua produzione, è un
episodio di “L’amore in città”(1953).
Il successo arriva con “Pane, amore e …”, (
1955) interpretato da Sofia Loren e
Antonio Cifariello, e “Poveri ma belli” (1956),
grazie al quale scopre la bravura di attori sconosciuti come
Marisa Allasio, Renato Salvatori
e Maurizio Arena. Con questo film il
neorealismo si tinge di rosa poiché sono raccontate
le vicende amorose di un gruppo di giovani romani, semplici
e bonari.
Nel 1959, con “Il vedovo”, la leggerezza della
commedia è sostituita dalla satira graffiante. È
narrata la storia di un piccolo industriale (Alberto
Sordi) che, oberato di debiti, tenta di uccidere la
moglie per ottenerne l’eredità. Con “Una vita difficile”
(1961), commedia amara con risvolti comico- grotteschi, il
regista libera da un cliché cinematografico Alberto Sordi
cui non affida il solito ruolo di uomo vile e qualunquista
ma quello di un ex partigiano comunista che si è battuto con
spirito rivoluzionario.
Satirico e è anche “I mostri”, dove Gassmann
e Tognazzi recitano per la prima volta
insieme. Con questo film il regista volge uno sguardo cinico
e pungente sulle meschinità dell’Italia del Boom economico.
I personaggi sono caricaturali per sottolineare
l’inettitudine morale e sociale dell’uomo italiano.
Vittorio Gassman,
suo grande amico, è il protagonista di ben quindici film,
tra cui “Il mattatore”
( 1960), “Il Sorpasso”( 1962), “Il tigre”( 1967),Il
profeta”( 1968)e “Profumo di donna”( 1974), che ottiene due
nomination all’Oscar.
“Il sorpasso” (1962), film all’epoca non apprezzato
dalla critica, è oggi considerato il capolavoro del regista.
L’Italia del benessere economico è dipinta con toni
corrosivi, trapela la sua pessimistica sfiducia nell’uomo. I
personaggi non sono però caricaturali come nella commedia
all’italiana ma ritratti con sfumature psicologiche molto
intense. L’automobile è il simbolo della voglia di
superfluo conseguente alla crescita economica.
Negli anni Sessanta Risi si specializza nei film ad
episodi e dirige grandi attori come Monica Vitti,
Nino Manfredi, raccontando piccole vicende
quotidiane. Negli anni Settanta realizza “La moglie del
prete”(1970), con Loren e Mastroianni,
“In nome del popolo italiano”(1971) “Sesso matto”(1973), con
Giancarlo Giannini e Laura Antonelli,.“Telefoni
bianchi”(1976) il thriller “Anima persa”, “La stanza del
vescovo” e “I nuovi mostri” (1977), “Primo amore” ( 1978).
Del 1981 è “Fantasma d’amore” e del 1985 “Scemo di guerra”.
Negli anni Novanta gira “Tolgo il disturbo”, ultimo film con
Gassman, e “Giovani e belli (1996). Nel 2002 riceve
il Leone d’oro alla carriera, mentre nel 2004 il
Festival di Cannes gli dedica una retrospettiva.
Risi, artista dalla personalità sarcastica e pungente,
amava valorizzare il talento dei grandi attori. Molto amato
dal pubblico, era spesso snobbato dai giornalisti
cinematografici ai quali non risparmiò una battuta mordace:
«I critici vorrebbero che noi facessimo i film che loro
farebbero se li sapessero fare.»
Restano memorabili le sue opere contraddistinte dalla
semplicità dei buoni sentimenti e dalla fine capacità di
descrivere con sguardo disilluso la perdita dei valori
causata dallo slancio nel vuoto di una società consumistica.
Antonella Fontanella
antofonta@gmail.com
23 giugno 2008
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