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Invictus di Clint Eastwood

di Lucia Ferroni

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La storia di Invictus si svolge in Sudafrica negli anni '90 e fin da subito il film ci presenta i suoi elementi fondamentali: lo sport, la politica e la separazione tra neri e bianchi che vige in questo paese.

La vicenda raccontata dall'ultimo film di Clint Eastwood si concentra proprio sul tentativo del neoeletto presidente Nelson Mandela di diffondere l'idea dell'integrazione razziale combattendo la precedente politica dell'apartheid. A questo scopo, la sua lungimiranza lo porterà ad utilizzare un evento simbolico come la Coppa del Mondo di rugby del 1995 per veicolare un senso di appartenenza nazionale che possa unire tutti quanti sotto la stessa bandiera.

A definire la cornice storica, il contesto politico da cui prende avvio la vicenda, ci pensa una breve introduzione ricostruita con lo stile dei servizi televisivi che si assume così una funzione simile a quella che nel cinema classico è di solito ricoperta dall'establishing shot. In effetti proprio il cinema classico è il modello più forte a cui poter accostare questo film, dove sembra siano state seguite tutte le regole canoniche di una costruzione cinematografica che punta sulla forza della narrativa.
Abbiamo infatti una storia avvincente, una personalità carismatica portatrice di un forte messaggio, una seria di narrazioni minori che scorrono in parallelo rispetto alla principale e soprattutto un meccanismo di crescendo emotivo. Il coinvolgimento dello spettatore viene attentamente controllato e portato fino al culmine dell'immedesimazione nel finale grazie all'uso della musica, del ralenti e di vari effetti sonori.

E così, appena finito il film, si prova una sorta di brusco risveglio: si torna alla realtà con la netta sensazione di aver sperimentato delle emozioni attentamente pianificate per noi e dunque anche con un un retrogusto che sa di artificioso.

Ciononostante, resta il valore del messaggio di cui il film si fa portatore che è anche il punto di forza della storia. La volontà di un uomo di intervenire sul futuro del proprio paese, sfruttando non solo i mezzi della politica ma anche il senso di partecipazione della competizione sportiva per riconciliare le due anime del Sudafrica, è un esempio che non può lasciare indifferenti. In questo senso l'alter ego dello spettatore all'interno del film sembra essere il capitano della squadra, interpretato da Matt Damon che si dimostra più sensibile degli altri alla filosofia promossa da Mandela e dunque cerca di trascinare i suoi compagni, ormai conscio del valore simbolico che avrebbe una vittoria della sua squadra. Sono poi proprio le piccole storie all'interno di quella principale a rafforzare il messaggio, mostrando come la diffidenza e l'ostilità reciproca siano realtà diffuse, radicate e difficili da combattere.
Resta però anche il fatto che, avendo scelto di raccontare solo una piccola porzione di eventi storici, l'inevitabile processo di selezione che il film ha dovuto affrontare, ha lasciato alcune aree da colmare. Nonostante non fosse possibile, né fosse nelle intenzioni del regista, raccontare per intero le vicende del Sudafrica, si sarebbe potuto aggiungere qualche piccolo dettaglio per aiutare a chiarire il quadro generale.
La sequenza iniziale alla quale, come detto, spetta questo compito, tralascia un'informazione importante: nonostante il film faccia più volte riferimento al lungo periodo passato in carcere da Mandela, non se ne esplicita mai la causa, né in negativo né in positivo. Lo spettatore, libero di ignorare i fatti al momento della visione del film, non può che continuare a chiederselo fino alla fine dello spettacolo, aspettando di tornare a casa per potersi togliere il dubbio.

 

Lucia Ferroni

7 marzo 2010

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola