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Tullio
Kezich nasce a Trieste nel 1928 e comincia a scrivere
recensioni all'età di tredici anni. Oggi è tra i critici
cinematografici più apprezzati ed autorevoli del nostro
paese. Tra le sue collaborazioni più famose: Panorama,
Repubblica, Corriere della Sera. Partecipa
alle sceneggiature de Il Posto e La
Leggenda del Santo Bevitore di Ermanno Olmi.
Tra i numerosi libri pubblicati Federico. Fellini, la
vita e i film (ed. Feltrinelli, Milano 2002) –
biografia ufficiale del regista – Su La Dolce Vita
con Federico Fellini. Giorno per giorno la storia di un film
che ha fatto epoca. (ed. Marsilio 1996),
Fellini del giorno dopo. Con un alfabetiere felliniano
(ed. Guaraldi 1996), Fellini (ed. Camunia
1987).
Incontriamo Tullio Kezich all' Auditorium
Parco della Musica di Roma. Ha gli occhi ancora lucidi, dopo
aver parlato di fronte alla stampa de "Il Libro dei Sogni",
volume che raccoglie i disegni inediti di Federico
Fellini in mostra alla Festa del Cinema di Roma.
Amico, prima che studioso ed unico biografo ufficiale del
regista riminese, ne parla più da famigliare che da critico.
Si rivolge al pubblico con estrema umiltà e reale slancio
nel presentare l'opera postuma dell'amico, della quale ha
curato la prefazione e sembra quasi scusarsi, imbarazzato,
ogni volta che gli addetti ai lavori si rivolgono a lui con
l'appellativo di Maestro.
Sig. Kezich, Lei ha versato fiumi
d'inchiostro su Fellini regalando al pubblico retroscena dei
film, memorie private e descrizioni del suo onirismo. Come
si è sentito a scrivere la prefazione di un libro del
genere? Ha avuto per un attimo la sensazione che i disegni
del regista, così vivaci ed eloquenti, potessero schiacciare
ogni parola?
No, sinceramente no. Per quanto il disegno
possa essere finito, può andare di pari passo con la parola
ben calibrata. Si corre il rischio di essere didascalici o
ridondanti, certo, bisogna sapersi dosare bene. Fellini
stesso scriveva molto in calce ai suoi disegni. Era molto
verboso anche come persona. Del resto, per quanto molte
immagini dei suoi film parlassero da sole, non è mai stato
un autore povero dal punto di vista dei dialoghi. Credo che
la parola e l'immagine possano andare benissimo di pari
passo nel cinema e in ciò che gli sta intorno.
Durante la presentazione si è parlato molto
dell'odio di Fellini verso gli psicanalisti. In realtà però,
come anche Lei scrive nella biografia, Giulietta degli
Spiriti è il frutto di lunghi studi junghiani...
Fellini non odiava gli psicanalisti. Non
aveva in simpatia i freudiani a causa di una brutta
esperienza vissuta sulla sua pelle. Nel 1954, mentre portava
a termine la lavorazione de La Strada, sprofondò in
una crisi e Giulietta tentò di aiutarlo portandogli a casa
un luminare della psicanalisi freudiana. Il rapporto fra i
due non portò ad esiti positivi e si acuì lo scetticismo di
Fellini verso questo genere di terapia. Oltre tutto non
condivideva la teoria dell' interpretazione dei sogni.
Sosteneva che i sogni sono fabbricati da noi stessi,
prolungamenti delle nostre vite. Era invece molto
affascinato ed interessato a Jung.
Da allora ha completamente abbandonato ogni
tipo terapia?
Con noi non parlava molto di queste cose. Si
è però poi saputo che per anni ha fatto una regolare seduta
a settimana con uno psicanalista tedesco di ispirazione
junghiana. Una volta deceduto il medico, entrò in cura dalla
moglie. Le cartelle cliniche, come quelle di molti altri
suoi pazienti, sono andate perdute. Avrebbero dovuto
trovarsi presso una clinica di Francoforte ma se ne sono
perdute le tracce. Chissà, se un giorno verranno ritrovate
magari allestiremo un'altra mostra.
Agli anni Sessanta e al periodo di Giulietta
degli Spiriti risale anche il suo esperimento con l'LSD. La
sua opera potrebbe effettivamente prestarsi ad
un'interpretazione di tipo lisergico. In quell'epoca la
psichedelia era anche molto in voga...
Fellini è sempre stato lontano dalle mode,
dalle catalogazioni, così come dall'essere definito
politicamente. Attirò su di sè molte critiche per questo.
Quello di stimolare emozioni e percezioni con le sue
immagini era il suo mestiere, il suo talento naturale più
che il frutto di uno studio o di uno stile preconfezionato.
Era così. Non bisogna inoltre dimenticare le sue origini.
Proveniva da una famiglia profondamente cattolica, ai limiti
del bigottismo e fino a tarda età si è trovato in conflitto
con il suo passato. Era infatti solito sostenere che un uomo
passa la metà della sua vita a correggere gli errori della
propria educazione.
Oggi la Fondazione Fellini comincia un
sodalizio con la Festa del Cinema di Roma. Perchè è
difficile immaginare Fellini lontano da Roma. Il Museo
Fellini si trova nella sua casa natale riminese, ma sembra
quasi un corpo estraneo all'interno di quella cittadina che
lui ha abbandonato in giovane età ed ha qusi subito nel
corso di tutta la sua opera...
Non lo so, non ci sono mai stato.
Nel presentare il libro lei si è rivolto
soprattutto ai giovani...
I ragazzi di diciassette anni sono nati
quando Fellini girava il suo ultimo film. Il loro approccio
alla cinematografia felliniana non sarà molto difforme da
quello che avevo io nei confronti del cinema muto. Quando
ero adolescente l'eco di quel tipo di film risuonava come
una nostalgia obsoleta da parte dei miei genitori. Nessun
giovane nato, come me, agli albori del sonoro, si sarebbe
sognato di avvicinarsi ad un'opera del genere. Il sonoro era
il progresso ed io stesso ho capito soltanto in età più
matura che prima del sonoro era già stata scritta un'altra
storia del cinema altrettanto affascinante e culturalmente
propedeutica.
Intende dire che i più giovani necessitano di
stimoli per avvicinarsi all'opera di Fellini?
Assolutamente. Ed il primo scoglio da
superare deve essere quello di smettere di parlarne con
questa sorta di timore riverenziale. Si parla di Fellini
come di un monumento nazionale invece di lasciarsi
trasportare dalla magia delle sue pellicole con la
semplicità e la spontaneità che erano le sue caratteristiche
principali. Così facendo si rischia di sminuirne la potenza
visionaria e narrativa.
È vero che Fellini aveva pensato di
realizzare Pinocchio insieme a Roberto Benigni?
Sì sì, l'idea di Pinocchio era stata
originariamente di Fellini. Aveva mille idee al giorno, in
verità. Oltre al chiodo fisso de Il Viaggio di G.
Mastorna, però, era estremamente affascinato dall'
universo fantasioso ed allegorico di Pinocchio. Poi,
con parte dello staff di Fellini, il progetto è stato
portato avanti da Benigni. E diciamo che forse non aveva più
l'età per un ruolo del genere...
Perchè in Italia non si girano più
capolavori?
Per due ragioni. La prima è che c'è l' “ansia
da capolavoro” per cui se si è girato un film bellissimo non
si può peggiorare e allora si perdono anni dietro un unico
lavoro. In sostanza, i registi davvero bravi fanno meno film
perchè non possono permettersi, di fronte al pubblico e alle
pressioni della stampa, il coraggio di esprimersi
liberamente a costo magari di tirare fuori un prodotto più
scadente. La seconda ragione è che i registi non fanno più
il proprio mestiere. Sottraggono il tempo alla propria arte
per ragioni “alimentari”. Benigni, invece di girare
film, se ne va in giro a recitare la Divina Commedia;
Nanni Moretti si mette a dirigere i festival...ma tu
ce lo vedi Fellini a dirigere un festival?
Martina
Manescalchi
martinamanescalchi@sindromedistendhal.com
3 ottobre
2007
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