La prima cosa
bella è un film corale che intreccia le storie di molti
personaggi; potremmo però anche definirlo come la storia di
un figlio ultra trentenne, con il volto di Valerio
Mastrandrea, che torna nella città natale quando la salute
della madre si aggrava e ripercorre le vicende della sua
infanzia.
Proprio la mamma,
interpretata da Micaela
Ramazzotti e da Stefania Sandrelli, è l'altro polo
della relazione genitore-figli che domina il film: una mamma
sempre serena di fronte ai suoi bambini, indipendentemente
da ciò che le accade, forse perfino incosciente ma che
sembra capace di dimenticare e far dimenticare ogni guaio
con una canzone e un abbraccio.
Il film,
mescolando sapientemente passato e presente, ci racconta il
rapporto di Bruno e della sorella Valeria ormai cresciuti
con la madre ammalata, alternandolo con le vicende della
loro infanzia.
Nella Livorno
degli anni '70 Anna è una donna giovane e bella con un
marito geloso che non sopporta gli apprezzamenti degli altri
uomini su di lei. Dalla fascia di «mamma più bella» vinta in
uno stabilimento balneare di Livorno cominciano i litigi che
la portano a scappare di casa coi suoi figli in una notte di
pioggia. Da qui in avanti per i due bimbi non ci sarà più
pace: trascinati da un posto all'altro, ripresi dal padre e
poi nuovamente dalla madre, vedranno quest'ultima accettare
l'aiuto di una serie di uomini all'apparenza galanti ma
tutti inevitabilmente interessati ad ottenere da lei
qualcosa in cambio. Anna viene dipinta come una donna
ingenua e poco avvezza al mondo e ai suoi meccanismi, quasi
fin troppo per essere credibile, così come i suoi due
bambini sembrano troppo docili per essere veri. Mentre
Valeria, presa nel suo mondo infantile sembra ignara di quel
che accade, Bruno è perennemente corrucciato, come se
sentisse di dover proteggere la madre dalla sfilata di
uomini che le passano accanto.
Tra i tanti
impieghi che questi accompagnatori temporanei procurano ad
Anna e nei quali lei si improvvisa, c'è anche quello di
comparsa su un set cinematografico d'autore: qui
intravediamo Dino Risi e Marcello Mastroianni, come a dire
che il cinema italiano guarda al suo passato glorioso.
Anche a livello
dei personaggi tutta la storia sembra un confronto col
passato nel tentativo di capire, ora che la vita di Anna è
quasi alla fine, come Bruno sia arrivato a provare quel
senso di insoddisfazione, quasi un male di vivere, che
dimostra nel presente. Ma nonostante il tentativo di
proteggere la madre e il mancato rapporto col padre, tutto
sommato non possiamo dire di riuscire a capirlo del tutto.
Possiamo ipotizzare che Bruno fatichi a diventare adulto
perché nessuna figura di uomo, tra quelle che ha conosciuto
accanto alla madre, è stata un esempio positivo.
Ciononostante il rifiuto di seguire i suoi sogni e il suo
talento ci sembrano una sconfitta che non ripaga la tenacia
con cui sua madre ha invece tentato di tenersi a galla per
tanti anni pur affidandosi, forse consapevolmente, al suo
fascino di donna. Ed è proprio di fronte all'ennesima
relazione della madre che a diciotto anni Bruno scappa di
casa, per la vergogna del modo in cui lei li ha cresciuti.
Scorrevole e
godibile, il film ci fa sia ridere che piangere e riesce
anche a farci riflettere, soprattutto sul rapporto genitori
e figli. Non solo sulle conseguenze che le azioni dei
genitori hanno sulla vita dei figli ma anche su come i figli
diventati adulti si trovano a relazionarsi con il loro
passato soprattutto quando i ruoli si invertono ed è il
momento di prendersi cura dei propri genitori.
L'unica pecca in
una formula forse anche troppo perfetta è il finale, quando
l'aspetto comico viene eccessivamente ostentato come se,
laddove il dramma tocca il suo apice, dovesse farlo anche la
commedia.
Lucia Ferroni
30 marzo 2010
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