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Una
delle cose difficili della vita è capire quando e quanto i
sogni debbano essere perseguiti, non abbandonati,
corteggiati a lungo, per portarli se non proprio alla
realizzazione, almeno ad una semi concretizzazione. Se ci si
arrende troppo presto e’ sbagliato, se si continua
pervicacemente in età troppo adulta, si e’ ridicoli e forse
falliti. Quante persone sono riuscite a realizzare il
proprio sogno oltre i 40 anni? Molti scrittori, tanto per
citare un campo. Il caro Stefano Nardini (Valerio
Mastandrea) di questa pellicola di Gianni
Zanasi, ha 36 anni, vive a Roma, e ancora ama
pensare, o fingere di farlo, che la sua vita è suonare in
uno sconosciuto gruppo rock, per arrivare a chissà quale
successo. Certo, la sua età è lievemente più alta degli
altri partecipanti, certo, a volte forse si sente incongruo
e fuori posto, ma prosegue, sempre sull’orlo
dell’incertezza. Quando la sua fidanzata lo tradisce,
subisce un crollo, e decide che l’unica cosa sensata da fare
sia andare a trovare la sua famiglia a Rimini. Famiglia che
possiede una “fabbrichetta” di ciliegie sotto spirito. Gli
affari non vanno bene, il fratello Alberto (Giuseppe
Battiston) sempre sull’orlo di una crisi isterica,
tenta affannosamente di rimettere in piedi le sorti
economiche dell’azienda, e sta per separarsi, la sorella
Michela (Anita Caprioli) vive in suo
mondo, magari neanche troppo malvagio, chiusa in un
delfinario, la madre frequenta un seminario per non essere
infelice, e al padre è nascosto tutto perché reduce da
infarto. Tutti i guai e i problemi si nascondono con
l’ausilio di sorrisi e discorsi ameni. Stefano si
rende conto rapidamente della situazione e paradossalmente,
lui, vissuto sempre ai margini di questa realtà di
provincia, sempre lontano da Rimini e dalle ciliegie, prende
in mano la situazione, vuole fare di tutto per risolvere i
problemi, sanare i debiti, vendere gli avanzi di un certo
sciroppo di fragole che è stato un flop. Lui, alternativo e
svagato, parla con i banchieri, si mette il camice e va in
fabbrica, mantenendo però il suo stile, che e’ uno stile
diretto, sarcastico e surreale. Alla fine lui che aiuta gli
altri, che si fa responsabile di cose inizialmente estranee
al suo mondo, finisce per ricevere aiuto e sostegno per se
stesso, proprio da questa vita di provincia ormai inusuale
per lui, dall’affetto dei famigliari, e da una globale presa
di coscienza. A una rivelazione piuttosto sconvolgente che
gli fa la madre, risponde che era tanto più bello quando in
famiglia si dicevano le bugie, quando la tranquillità che
davano le omissioni e le piccole menzogne, creavano un
guscio confortante. E’ proprio dal rendersi conto che non è
più così che parte e vola la sua crescita.
Colonna sonora
bellissima, suggestivo finale con “Agnese dolce Agnese” di
Ivan Graziani, interpretazione perfetta di
Mastandrea, battute fresche e pungenti, e un soffio di
allegria e speranza: anche quando tutto sembra andare a
rotoli, rimboccandosi le maniche ci si può reinventare parte
della vita.
Alessandra Bucci a.notorius@libero.it
24 aprile 2008
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