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Rembrandt's J'accuse

di Lucia Ferroni

Peter Greenaway di nuovo alle prese con il dipinto di Rembrandt La ronda di notte.

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Film d'apertura della sezione L’Altro Cinema/Extra del Festival Internazionale del Film di Roma, “Rembrandt's J'accuse è l'ultimo film del regista inglese Peter Greenaway.

Dopo aver presentato al Festival di Venezia dello scorso anno il suo “Nightwatching”, Greenaway torna con un documentario che è in qualche modo l'altra faccia del film precedente.
In Nightwatching infatti il regista raccontava le vicende di Rembrandt van Rijn, noto pittore olandese del 1600, concentrandosi sul momento di svolta della sua vita quando, da artista ricco e famoso, passa ed essere povero e quasi cieco.

Ciò avviene attorno al 1642, anno in cui Rembrandt dipinge il quadro che conosciamo oggi con il titolo “La ronda di notte”. Il quadro ritrae la milizia civica di Amsterdam guidata dal Capitano Frans Banning Cocq e si inserisce in una lunga tradizione di immagini su questo tema presenti nella pittura olandese. Il dipinto di Rembrandt non è però un semplice ritratto: contiene una precisa accusa del pittore ad alcuni componenti della stessa milizia, tra cui anche Banning Cocq.
Questi sarebbero infatti gli autori di una congiura per uccidere il precedente capitano e ottenere così il comando della milizia.

Se in Nightwatching questa storia veniva raccontata attraverso un film di fiction in costumi dell'epoca, in Rembrandt's J'accuse potremmo dire che si procede a ritroso.

Il documentario parte infatti dal dipinto e, come in un'indagine, segue uno dopo l'altro gli indizi lasciati da Rembrandt per accusare i congiurati.
Proprio quest'atto d'accusa sarà la rovina del pittore: i cospiratori infatti faranno in modo di screditarlo, rovinandolo sia socialmente che finanziariamente per metterlo a tacere.
Inoltre il quadro verrà tagliato ai lati per poter essere collocato in una sala del Municipio, modificando così la sua composizione e celandone il vero significato.

 

Si può dire che Rembrandt's J'accuse riassuma i principali elementi della poetica di Greenaway, già espressi nella sua vasta filmografia di lungometraggi che partono dal 1980.
È lui stesso, nella veste di narratore, ad esporci all'inizio del film l'idea di base che caratterizza gran parte della sua produzione, come premessa al documentario che stiamo per vedere.
Nella nostra società, fin da piccoli veniamo educati ad esprimerci a parole e perfezioniamo poi quest'abilità per tutta la vita; non altrettanto accade con le immagini, rispetto alle quali si può dire che rimaniamo analfabeti. Secondo il regista anche il cinema soffre di questo limite che si traduce nel suo essere costantemente vincolato ad un'organizzazione narrativa; quello che abbiamo visto dalle sue origini fino ad oggi non è dunque vero cinema ma soltanto testo illustrato.

Greenaway concepisce dunque il cinema come arte visiva, secondo la profonda influenza della sua formazione come pittore. Un'influenza presente in ogni suo film, nel modo di comporre le inquadrature, nei riferimenti iconografici e anche nei temi; già ne I misteri del giardino di Compton House, del 1982, tutto ruotava attorno ad un artista e alle vedute del giardino che gli erano state commissionate, a causa delle quali finiva per cacciarsi involontariamente nei guai.

È perché siamo analfabeti dell'immagine, ci dice Greenaway, che non riusciamo a leggere i significati presenti nel quadro La ronda di notte. Ecco dunque che è lui stesso in quanto narratore, ad accompagnarci per tutto il documentario, spesso sovrapponendosi all'immagine con il suo viso all'interno di un riquadro. Ci racconta i retroscena, sottolinea i gesti all'interno del dipinto, le scelte nell'uso della luce, nell'abbigliamento riservato ai vari personaggi, fino ad indicarci lo stesso Rembrandt in un volto nascosto dietro tutti gli altri.

Peccato che, nonostante la sua voce da narratore sia perfetta, nella versione sottotitolata per assurdo si riconferma una volta di più il dominio del testo sulla parola: le tante parole che lui usa per spiegarci l'immagine, nella forma di sottotitoli, distraggono lo spettatore proprio dall'aspetto visivo del film.

L'intero percorso tra i misteri dell'opera viene sviluppato utilizzando sovrapposizioni, split screen, testi e numeri sopra le immagini, tutti elementi usati nei suoi film precedenti per ricordare allo spettatore che si trova di fronte ad un prodotto di finzione.
Nel caso dei numeri, così come ad esempio in quello dei colori, siamo anche di fronte ad uno dei modi che il regista utilizza per organizzare il materiale cinematografico, volendo sottrarsi alla logica narrativa.
In Rembrandt's J'accuse la progressione attraverso gli indizi è scandita in maniera precisa proprio dalla numerazione che ci conduce per mano fino a svelare ben 31 dei 50 misteri presenti nel quadro.
Nonostante un leggero calo di tensione per l'impegno di seguire attentamente tutti i dettagli, il fascino emanato dal dipinto resta grande, così come quello dell'intreccio che si dipana man mano.
Il ritmo del film funziona al meglio soprattutto nelle sequenze che mescolano la fiction, con scene tratte da Nightwatching, al documentario, rendendo molto sottile il confine tra le due cose specie negli inverosimili interrogatori rivolti dal narratore ai personaggi dell'epoca.

 Lucia Ferroni

3 novembre 2008

 

 

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola