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Proiettato
nell'ambito del Festival Internazionale del Film di Roma, il
film di Seiichi Motohashi A
thousand year song of baobab fa parte della sezione
Occhio sul mondo, dedicata ai temi dell'ambiente.
Inserita nel calendario di incontri e documentari la
pellicola, uscita finora soltanto in Giappone col titolo
Baobabu no kioku, è stata presentata alla presenza del
regista nella splendida cornice di Villa Medici.
Le immagini del
film ci portano in Senegal e la prima cosa che mostrano è il
profilo nodoso di un albero di baobab. Proprio questa forma
scolpita e irregolare ha affascinato il regista giapponese
Seiichi Motohashi, portandolo fin qui. In questo paese
l'albero di baobab viene rispettato perché la popolazione
crede che in esso viva lo spirito dei morti.
Il progresso sta
avanzando anche in questa regione del mondo e la necessità
di costruire e trasformare il paesaggio ha portato, nelle
zone vicino alla capitale, ad abbattere molti di questi
alberi. 100 km a est di Dakar, però, nel villaggio di Touba
Toul non solo gli abitanti rispettano i baobab ma ne
venerano uno in particolare: un esemplare grande e possente,
circondato da un recinto che delimita un'area sacra.
È qui che lo
spirito del baobab viene ringraziato annualmente per il buon
raccolto dei campi e interpellato ogni volta che qualcuno ha
un problema. Testimone silenzioso della vita dell'uomo da
centinaia di anni, il baobab è il centro attorno a cui ruota
tutta la vita di questo villaggio.
Motohashi ce ne
racconta le dinamiche in un documentario che, secondo le sue
parole, ha registrato gli eventi senza bisogno di
ricostruirli. Seguiamo così un ciclo completo di attività
agricola, dal raccolto alla nuova semina del miglio e delle
arachidi, dalla stagione secca a quella delle piogge.
In parallelo
scorrono le fasi di vita dei numerosi baobab che circondano
il villaggio: l'albero germoglia, fiorisce e poi produce i
suoi frutti ed è utile all'uomo in un'infinità di modi.
È prima di tutto
una fonte di nutrimento, attraverso le giovani foglie,
macinate in una polvere da mescolare al miglio e anche
attraverso i frutti, la cui polpa può essere mangiata o
spremuta per ottenere un succo. L'albero fornisce poi
materie prime molto utili: con le fibre della sua corteccia
si possono intrecciare corde resistenti. Inoltre, il baobab
cura l'uomo, coi suoi rami, le radici, la corteccia ma
soprattutto grazie al suo spirito, invocato dagli sciamani
durante i loro rituali di guarigione.
Il villaggio,
estremamente decoroso, vive così la sua vita in simbiosi con
la natura e in quasi totale autosufficienza; nessuno qui si
sente povero perché, dice il regista, nessuno va a dormire
senza aver mangiato ogni giorno. Per una volta dunque, ci
viene mostrato un angolo di Africa non per denunciare una
situazione di povertà ma per portare l'esempio di uno stile
di vita che rispetta la natura, di un legame simbiotico con
la madre terra che in Occidente da troppo tempo abbiamo
perso e oggi cerchiamo, forse inutilmente, di recuperare.
Le questioni che
il regista si pone attraverso il film sono proprio queste:
l'uomo è da millenni sulla Terra e per molto tempo ne ha
rispettato l'equilibrio ma di recente ha sviluppato le sue
tecnologie ed esteso le sue attività fino a prendere il
sopravvento sulla natura e sulle altre specie viventi;
oltrepassando il limite dei cicli naturali, ha spezzato un
delicato equilibrio.
Può la memoria del
baobab, testimone della vita dell'uomo da centinaia di anni,
dirci quando questo è accaduto, che cosa abbiamo perso ma
soprattutto, come sarà la nostra vita nel futuro?
Di fronte
all'avanzare del progresso, che porta anche nel villaggio
una televisione e qualche cellulare, il potere della natura
in questo paese resta comunque presente: il regista racconta
che in Senegal per costruire una strada dove si trova un
baobab è necessario girargli attorno oppure pazientare,
anche per dei mesi, affinché uno sciamano interrogando lo
spirito dell'albero, riceva il suo consenso a lasciare un
posto che occupa da cinquecento o mille anni.
Il racconto corale
del film, ben congegnato anche se un po' lento, si concentra
in particolare su Modou, un bambino di 12 anni che vorrebbe
frequentare la scuola ma molto più spesso è costretto a
lavorare per aiutare la famiglia.
Il tema
dell'istruzione è in questo contesto la chiave per le
possibilità future dei bambini del villaggio, ma si scontra
con le necessità del lavoro agricolo che permette alle
famiglie di essere autosufficienti; questa è forse la
contraddizione più evidente che emerge dal film, il quale si
sforza di non cadere in una visione totalmente ingenua e
utopista.
Alla fine della
visione restiamo con la speranza che l'istruzione possa dare
a queste nuove generazioni gli strumenti per decidere, pur
migliorando le loro condizioni di vita, di conservare ciò
che hanno e che noi abbiamo ormai perso: un rapporto con la
madre terra che vale, nell'opinione del regista, molto di
più di tutto ciò che il progresso ha fatto guadagnare
all'Occidente.
Lucia Ferroni
15 novembre 2009
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