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Shutter Island

di Lucia Ferroni

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Per la maggior parte dei film è possibile scrivere una recensione che accenni alla trama senza rovinare la visione agli spettatori che non sono ancora andati al cinema. Anche se è sempre meglio vedere i film ignorando ciò che è stato scritto su di loro, per andare a curiosare tra le critiche soltanto dopo, la recensione può così assolvere la sua funzione di guida alla scelta di cosa vedere in sala.

In questo caso però, trovo particolarmente difficile parlare di Shutter Island senza dire nulla che possa pregiudicarne la visione e mi si impone perciò la scelta tra un resoconto molto più generico del solito e una descrizione approfondita.

La mia soluzione è questa: se non avete ancora visto il film, non continuate a leggere questo testo.

Se quello che cercavate era un consiglio, la risposta è “Si, vale la pena andare al cinema per vedere Shutter Island”; andate in sala e rimandate la lettura a dopo la visione.

 Per tutti gli altri, la recensione comincia da qui.

L'ultimo film di Martin Scorsese, nel quale il regista collabora nuovamente con Leonardo di Caprio è allo stesso tempo affascinante, coinvolgente ed inquietante. Siamo negli Stati Uniti degli anni '50 e la pellicola comincia con un Leonardo di Caprio dall'aria molto sbattuta, alle prese con i sintomi del mal di mare sul traghetto per Shutter Island. Questo inospitale pezzo di roccia in mezzo all'acqua è la sede di un ospedale/penitenziario che si occupa dei criminali considerati malati di mente.

Di Caprio è Teddy Daniels, un poliziotto federale inviato sull'isola assieme ad un collega per indagare sulla fuga di una paziente dell'istituto. Proprio nella scena dell'arrivo dei due agenti sull'isola, qualcosa ci sembra subito fuori posto: una musica quasi ridicola enfatizza in maniera eccessiva il carattere inquietante del luogo, mentre la frase del capitano del traghetto che preannuncia l'arrivo di una tempesta, svelando banalmente il fatto che i due rimarranno bloccati sull'isola, sembra un errore da dilettanti.

Mentre l'indagine comincia, la trama diventa man mano più fitta ed emergono alcuni ricordi dolorosi del protagonista: l'esperienza traumatica vissuta combattendo nella Seconda guerra mondiale e la morte della moglie. Scopriamo così che il vero motivo per cui Daniels si trova sull'isola è trovare il piromane che ha dato fuoco alla sua casa uccidendo sua moglie e raccogliere le prove che nell'ospedale si conducono esperimenti sulla mente dei pazienti. Cominciamo a pensare che siamo di fronte al classico personaggio che ha ficcato il naso dove non doveva e ben presto si ritroverà in trappola.

Shutter Island si basa completamente, più di ogni altro film, sulla nostra identificazione con il suo protagonista, in tutti i sensi. Non soltanto stiamo dalla sua parte e proviamo le sue emozioni ma basiamo la nostra interpretazione di ciò che vediamo sul suo modo di vedere la realtà. Così, man mano che attorno a lui si stringe il cerchio di chi non vuole che scopra la verità, in noi aumenta il senso di angoscia e di inquietudine. Si profila addirittura l'idea che per eliminarlo, i dottori dell'ospedale potrebbero decidere di farlo passare per pazzo, trasformandolo in un paziente dell'ospedale.

L'aspetto più sconvolgente che viene messo in luce nel film è proprio il fatto che se in un ambito ristretto un certo numero di persone si accorda su una certa versione dei fatti, questa può diventare la realtà, soltanto perché tutti sostengono che lo sia. Chiunque non sia d'accordo può essere fatto passare per pazzo e proprio per questo qualunque cosa egli dica non avrà valore.

Ciò emerge in maniera prepotente quando, nel momento in cui Daniels pensa di aver scoperto ciò che accade sull'isola, la situazione si ribalta completamente. Quello che sapevamo essere il suo collega poliziotto si presenta come il suo psichiatra e gli rivela che in realtà egli è un paziente dell'ospedale, richiuso sull'isola già da due anni per l'omicidio della moglie, compiuto dopo aver scoperto che lei aveva annegato i loro tre figli.

Tutto quello che abbiamo visto prima sarebbe stato dunque un enorme gioco di ruolo messo in piedi per dimostrare come un paziente di questo tipo possa essere curato facendogli rivivere e accettare il suo trauma piuttosto che con un'operazione chirurgica. Pur non essendo violenta, questa scena riesce ad essere in un certo senso agghiacciante. Noi siamo esattamente nei panni del protagonista e oscilliamo tra due interpretazioni opposte della storia. Dapprima rifiutiamo queste parole e vorremmo noi stessi ribellarci, dire al protagonista che sappiamo che è un poliziotto, uno dei buoni e soprattutto che non è pazzo. Ma un attimo dopo non ne siamo più certi, dubitiamo mentre anche lui vacilla.

Continuiamo a oscillare tra un'interpretazione e l'altra, rivedendo sotto una nuova luce l'intera storia finché compare un flashback della scena in cui lui torna a casa, trova i figli annegati e uccide la moglie.

Il finale del film ci lascia nel dubbio: non riusciamo ad essere certi che l'ammissione del protagonista di questo suo passato sia sincera, né possiamo essere del tutto convinti che egli sia davvero un'omicida. Retrospettivamente ci è però ora possibile rileggere alcuni elementi del film: quell'inizio così enfatico si sembra adesso un segnale che serviva a suggerirci da subito che ciò che stavamo vedendo era una messa in scena. Allo stesso modo alcuni dettagli dei sogni e delle visioni del protagonista ai quali sul momento avevamo dato poco peso, sembrano giocare a favore dell'interpretazione proposta dai dottori dell'ospedale.

Shutter Island si chiude così, mandandoci a casa con un senso di inquietudine netto e profondo ma soprattutto lasciandoci con una domanda sulla quale riflettere: chi decide che cosa è “vero”?

 Lucia Ferroni

29 marzo 2010

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola