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“Los trenes volverán, como vuelven los días, los meses,
las estaciones…
Los trenes volverán, para seguir uniendo pueblos, regiones y
ciudades…
Los trenes volverán, como van y vuelven, los pasajeros, las
cargas y mensajes…
Los trenes volverán, simplemente, por el placer de viajar:
como el agua, la luz o el amor, no es posible vivir sin
ellos.”
Fernando Solanas
La
Proxima Estacion
di Fernando E. Solanas
Documentario, Argentina 2008
115’
La ferrovia è simbolo di progresso e comunicazione. Un
paese senza ferrovia è un paese che non esiste. La ferrovia
delimita il confine tra civiltà e far west.
E per una nazione come l’Argentina il treno è molto più di
un mezzo di trasporto. La fitta rete ferroviaria, costruita
nel massimo periodo di espansione economica, con le sue
numerose linee interurbane è riuscita per oltre un secolo a
tenere unite le sponde di un paese tanto vasto quanto
diversificato al suo interno.
Questo fino agli anni Novanta, alle privatizzazioni
selvagge, al Presidente Menem e al menemismo. Fino
all’inizio della fine.
La Proxima Estacion
rappresenta il quarto capitolo di una serie di cinque
documentari che il regista dedica alla sua patria. Dopo aver
raccontato in prima persona il crac finanziario del 2001 (La
Memoria del Saqueo), il viaggio tra le sacche più povere
del Sudamerica (La Dignidad de los Nadies) e
l’indagine tra le principali organizzazioni nazionali (Argentina
Latente), questa volta l’occhio è puntato sulla crisi
del trasporto pubblico. Il reporter d’eccezione è ancora una
volta lui, Fernando Solanas.
Fernando Solanas è, a tutt’oggi, uno dei più autorevoli
registi argentini. Con la sua opera, costellata di premi e
riconoscimenti – non ultimo l’Orso d’Oro alla
Carriera nel 2004 -, racconta da quarant’anni la storia del
suo paese da molti punti di vista. Ha realizzato
cortometraggi, documentari e film di finzione sempre
incentrati, più o meno direttamente, sui problemi
dell’Argentina: il dramma della dittatura, l’epopea
dell’esilio, le difficoltà del reinserimento, i problemi
economici più recenti. Il suo sguardo sul Sudamerica è una
lente con la quale se ne possono osservare e comprendere
meglio le problematiche. Ne racconta storia, carattere e
rivolgimenti sociali con la consapevolezza e la lucidità del
militante. Artista poliedrico, non perde occasione per
rendere omaggio al mondo del teatro, del fumetto, della
musica.
Con il documentario L’ora dei forni, realizzato con
Octavio Getino nel 1968, e le teorie sul Terzo Cinema scrive
una pagina importante della storia culturale
latinoamericana, che farà sentire la sua eco in tutto il
mondo ed influenzerà generazioni di cineasti. Nonostante ciò
non poche sono le difficoltà in una patria che lo censura,
lo esilia, lo gambizza a causa della vis polemica contro la
dittatura prima, contro i governi neoliberisti poi.
Dunque la rilevanza della sua figura non si limita
all’aspetto cinematografico, ma porta con se quarant’anni di
storia sudamericana vissuta in prima persona. Parlare di
Fernando Solanas è parlare della, ma in un certo senso anche
con la storia dell’Argentina. Per questo il suo
ritorno al documentario è stato accolto con particolare
calore da pubblico e critica. Si tratta infatti di un occhio
privilegiato, che sa muoversi e rivolgersi alla sua gente.
Cosa che dimostra anche nell’ultimo lavoro, dove le
battaglie dei ferrovieri sono le sue stesse battaglie e
partecipa in prima persona al dolore di una crisi che
dilania il paese da oltre dieci anni.
La Proxima Estacion
è il viaggio del regista, telecamera alla mano, tra binari
fantasma, vagoni abbandonati e stazioni deserte, frutto di
una politica che per risanare il debito pubblico ha affidato
la gestione delle ferrovie ad aziende private che ne hanno
dimezzato le linee in nome di una non ben definita
modernizzazione. Modernizzazione che ha mandato a casa
centinaia di operai, intasato le maggiori arterie stradali
con conseguente aumento di incidenti ed isolato molti paesi
i cui abitanti si sono visti costretti ad emigrare verso
Buenos Aires – un milione di persone circa, dal 1994 ad oggi
- .
Il viaggio inizia e finisce nella medesima, polverosa,
minuscola stazione. Un paesino di poche anime dove, da
quando non passa più il treno, non è più possibile vivere. I
vecchi passeggiano per le strade sonnolente e guardano la
loro stazione marcire sotto il sole. Intanto, dall’altra
parte del Paese, le istituzioni tagliano i nastri dell’ Alta
Velocità, che collega i grossi centri contribuendo sempre
più ad isolare le campagne e, soprattutto, ha prezzi non
accessibili ai più. Questa è la modernizzazione, che va
avanti a scapito di pendolari ammassati nei vagoni-carri
bestiame dei treni e della metropolitana della capitale. A
scapito degli ex ferrovieri licenziati, che con i loro
drammatici racconti definiscono i contorni di una crisi
economica che affonda le sue radici nell’avidità e
nell’incapacità di gestione della nuova classe
politica. E proprio nei palazzi del potere, nelle stanze
dei bottoni – proprio come nell’incipit de La Memoria
del Saqueo – si addentra la telecamera. Inquisitoria, a
chiedere spiegazioni che non otterrà. A muovere accuse che
appaiono campate in aria agli occhi stupiti dei diretti
responsabili.
Sunto di una lotta politica a cui il regista prende parte
direttamente, La Proxima Estacion è soprattutto una
lezione di storia contemporanea, un altro tassello dello
spaccato sociale che Solanas sta mettendo insieme da quel
tragico 2001. Budget evidentemente bassissimo, montaggio
essenziale e linguaggio scarno, il documentario – diviso
idealmente in stazioni - vive della sua vis polemica
con cui si può essere più o meno d’accordo, ma della quale
non si possono ignorare trasporto e lucidità di analisi. E,
cosa da non sottovalutare, la reale volontà
documentaria, completamente priva di orpelli o
autocompiacimento.
Nonostante il desolante scenario, il messaggio finale rimane
quello di grande speranza e fiducia nel proprio popolo. Un
popolo che ha saputo risollevarsi mille volte e reagire ad
ogni tipo di sopruso. Un popolo il cui fermento culturale è
tutt’altro che sopito. Ed una faccia di questo spirito
ancora vivo è mostrata chiaramente dalle immagini finali del
lungometraggio, in cui vengono filmati i lavori di
ristrutturazione della piccola stazione ferroviaria che i
cittadini mettono in cantiere di loro spontanea volontà, con
tanto di inaugurazione finale. Aspettando che il fischio del
treno ricominci a scandire le ore lente di quel villaggio
adesso tagliato fuori dalla civiltà.
Martina
Manescalchi
7 settembre
2008 |