La
cosa più difficile è scrivere di un film quando la sua
visione non ha suscitato nessuna riflessione; non è certo
questo il caso di Tra le nuvole (titolo originale,
Up in the air). Al contrario, l'ultimo film del regista
di Juno dietro l'apparenza di un tono leggero dispone
per noi una lunga serie di temi sui quali riflettere. Senza
grandi drammi o accenti melodrammatici ma con uno sviluppo
sottile, sottotono, leggero, proprio come se fossimo sospesi
nell'aria.
Il punto di vista
più frequente del film è proprio la visione dall'alto: sono
queste immagini aeree del paesaggio americano ad introdurci
alle numerose città toccate dal continuo peregrinare del
protagonista, interpretato da un ottimo George Clooney. Ryan
Bingham si occupa di licenziare i dipendenti di altre
società e viene assunto da datori di lavoro che non hanno il
coraggio di fare questo “sporco” lavoro per conto proprio.
Mandano allora lui e i suoi colleghi a dare la triste
notizia in maniera da provocare meno conseguenze possibili.
La vita di Ryan si risolve così in un viaggio continuo, tra
aerei, hotel e auto a noleggio; la sua filosofia è viaggiare
leggero e non avere legami; il suo sogno è accumulare dieci
milioni di miglia sulla sua tessera frequent flyer per
ottenere uno status raggiunto da pochissimi altri.
Il protagonista si
occupa anche di divulgare questa sua filosofia tenendo
conferenze in giro per gli USA in una serie di anonime sale
congressi: usando la metafora di uno zaino sulle spalle,
mostra alle persone quanto sono appesantite nella vita di
tutti i giorni da ciò che possiedono in termini di oggetti
ma anche di relazioni sociali. All'insegna del più brutale
individualismo, il suo zaino sembra dunque essere
completamente vuoto, visto che il suo movimento continuo gli
permette di stringere nient'altro che rapporti transitori.
Del resto anche il suo lavoro consiste in fondo nello
sciogliere dei legami, a volte anche molto consolidati ed è
un'arte che Ryan ha ormai perfezionato con orgoglio, grazie
alla quale i malcapitati trovano di fronte a loro un muro di
gomma sul quale sfogarsi ma anche qualcuno che li illumina
sulle nuove “esaltanti” possibilità che un cambiamento
potrebbe aprire per loro.
Uno dei temi
centrali del film, quello della disoccupazione e della
ricerca del lavoro è dunque di bruciante attualità, tanto
per il panorama statunitense che per quello di casa nostra,
accomunati in questo momento storico da problemi simili. Ma
ad un livello più profondo il tema del lavoro è soprattutto
quello della stabilità, di quelle architetture di relazioni
che le persone costruiscono per dare un senso alla loro
esistenza. Lungo il film ci si chiede per l'appunto che
senso abbia cercare di creare dei legami permanenti come il
matrimonio, la famiglia, se poi comunque tutti finiamo per
essere soli nel nostro destino.
Grazie all'ottima
caratteristica del film di usare coppie di situazioni
opposte e ribaltare continuamente il punto di vista sulle
cose, sarà proprio Ryan, sostenitore incallito di una vita
libera da ogni legame, a dover tentare di convincere il
futuro sposo della sorella che vale la pena sposarsi. Ryan
affronta questo compito ingrato in modo allo stesso tempi
sincero e cinico: dice infatti al futuro cognato in preda
all'ansia che in effetti non c'è chissà quale significato
nel mettere su famiglia, a parte la semplice constatazione
che la vita è migliore se trascorsa in compagnia.
Un'altra
opposizione del film risiede proprio nella natura del lavoro
del protagonista, che prospera quando per gli altri le cose
vanno male, così come nella realtà è negli eventi
eccezionali che alcune determinate categorie trovano la loro
ragione di esistenza.
Inoltre, così come
lui sconvolge su due piedi l'esistenza di persone che non ha
mai visto prima, lo stesso accadrà per il suo lavoro quando
una giovane neo dipendente dalla sua società ipotizzerà di
gestire i licenziamenti per via telematica, rendendo
superflui i suoi viaggi continui.
Proprio qui ci si
rende conto di come anche il suo essere sempre in viaggio,
la sua continua non-stabilità, la sua vita vissuta in quei
non-luoghi che sono aeroporti e alberghi, apparentemente del
tutto libera se contrapposta alle nostre normali esistenze
piene di radici, sia poi alla fine anch'essa una strana
forma di stabilità che può essere messa in crisi. Come dire
che, se agli altri manca il terreno sotto i piedi quando lui
li licenzia, anche a Ryan che passa la maggior parte della
sua vita sugli aerei, in questo caso mancano in un certo
senso le nuvole da sotto i piedi.
È a questo punto
che il film dimostra la sua maturità, perché quando la
filosofia perfetta di Ryan entra in crisi e lui si decide a
far entrare finalmente qualcosa nel suo zaino, riceverà una
grossa delusione, rendendosi conto che il gioco delle
relazioni dal quale per tanto tempo si è tenuto alla larga,
richiede una continua e faticosa negoziazione con gli altri,
un impegno prolungato.
Quella vita
condotta tra un mare di sconosciuti, all'interno dei
non-luoghi della società contemporanea, era vera quanto la
sagoma di cartone che Ryan porta con sé; come dire che
l'idea di una libertà totale dai legami non può essere altro
che un'illusione, una facciata di cartone.
Il film evita
dunque di scadere in un banalissimo lieto fine facendoci
invece capire che qualcosa si è rotto in Ryan: alla fine
della storia ci rendiamo conto che per lui le cose non
potranno più essere le stesse di prima. Proprio nel momento
in cui ha ottenuto ciò che desiderava, si è accorto che non
era più così importante per lui. Allo spettatore resta la
speranza che magari, dopo la fine del film, Ryan si sia
deciso a licenziare se stesso.
Lucia Ferroni
31 gennaio 2010
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