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Redazione

 

10° Washington, DC Indipendent Film Festival
di Tommaso Martini

Anche a Washington si celebra il cinema indipendente: 10 anni del Washington, DC Indipendent Film Festival.

Dal 6 marzo al 16 marzo 2008

George Washington University
Jack Morton Auditorium
805 21st Street, NW
Washington, DC

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Il cinema indipendente sembra vivere una stagione d’oro negli Stati Uniti. La notte degli Oscar ha tributato un forte riconoscimento ai prodotti lontani dal controllo delle grandi majors, premiando con quattro statuette il capolavoro di Ethan e Joel Coen No Country For Old Man” (“Non è un Paese per vecchi”), assegnando il premio per la miglior sceneggiatura a “Juno” (già vincitore alla Festa del cinema di Roma, nelle nostre sale dal 4 aprile), e presentando nelle cinquine film come “There Will Be Blood” (“Il petroliere”) di Paul Anderson e “Lo scafandro e la farfalla” di Julian Schanabel. I grandi festival del cinema indipendente hanno una risonanza mondiale sempre più forte, dal Sundance di Robert Redford al newyorkese Tribeca Film Festival di De Niro, ormai equiparabili per prestigio e successo ai Festival europei. Anche la capitale USA, da ben dieci anni, celebra il cinema indipendente, con un piccolo festival lontano da riflettori e paillettes, aperto ai prodotti più innovativi, ai registi più giovani, studenti, opere underground e sperimentali. Il Washington, DC Indipendent Film Festival (DCIFF). Saranno presentati per la decima edizione più di un centinaio tra lungometraggi, corti, film di animazione, documentari, divisi in diverse sezioni contraddistinte da una forte tensione politica e sociale.

Il DCIFF è stato fondato da Carol Bidaut nel 1999, cominciando a costruire la sua fame l’ano seguente, dopo aver presentato alcuni film di successo nella prima edizione (come il documentario di  Barry Levinson “Sleepers. Ben presto il Festival ha affiancato alle proiezioni e ai concorsi una approfondita serie di convegni, seminari e workshop aperti al pubblico. La corrente edizione si è aperta con un omaggio al regista britannico Alex Cox, che ha presentato il suo ultimo lavoro “Sarchers 2.0”.

Tra i registi in gara il promettente Alex Pachecho (nella foto), che porta al Festival il suo primo lungometraggio, dopo avervi già partecipato negli anni scorsi con una serie di corti di grande successo. Pacheco è già stato associato a nomi eccelsi come quello di Kubrick, Lynch, Bunuel per questo film onirico, capace di frantumare il tempo e il senso e di permettere interpretazioni e approcci infiniti. Accostamenti certamente esagerati, per un film che presenta molti dei difetti tipici delle opere prime, fra tutti uno strabordare di tematiche e un evidente desiderio di parlare di tutto, di inserire nel proprio primo film tensioni, idee, suggestioni accumulate in anni di studi e di progetti minori. “Praxis”, un prodotto probabilmente troppo ambizioso che pecorre la storia della riscoperta di sé di Brian (l’esordiente Tom Macy), scrittore in crisi dopo la rottura con la propria ragazza, attraverso l’inizio di un amore omosessuale, un tentativo di suicidio, la lotta contro le proprie paure e l’indifferenza della società. Spesso il film intreccia gli interrogativi personali di Brian con le più trascendentali questioni relative all’universo e alla natura umana: la nascita della vita, l’esistenza di altri organismi viventi nello spazio, le spiegazioni psicologiche dei comportamenti umani. Queste parti del film sono affidate a degli inserti didattici che non riescono a unirsi in modo fluido e motivato con il resto del film, in cui si possono individuare momenti di grande valore. Girato in video, spesso “Praxis” propone soluzioni visive e registiche sorprendenti e di grande effetto, capaci di rafforzare la percezione dello stato d’animo del protagonista. Il regista ha affermato che il film ruota intorno alla domanda “Se potessi essere in qualsiasi poto in questo momento, dove vorresti essere?”, alla quale Brian darà risposte diverse fino alla finale realizzazione di se stesso. Una questione, però, che non sembra esser stata perfettamente sviluppata nel corso del film e difficilmente può essere compresa come chiave di volta dell’intera costruzione cinemtografica. Altri sensi, altre domande possono essere individuate come punti focali di “Praxis”. Una diversità di letture legata forse maggiormente alla sconclusionatezza del film piuttosto che a una sua profonda e costruttiva polisemia.

 

9 marzo 2008

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola