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Il
cinema indipendente sembra vivere una stagione d’oro negli
Stati Uniti. La notte degli Oscar ha tributato un forte
riconoscimento ai prodotti lontani dal controllo delle
grandi majors, premiando con quattro statuette il capolavoro
di Ethan e Joel Coen “No
Country For Old Man” (“Non è un Paese per vecchi”),
assegnando il premio per la miglior sceneggiatura a “Juno”
(già vincitore alla Festa del cinema di Roma, nelle nostre
sale dal 4 aprile), e presentando nelle cinquine film come “There
Will Be Blood” (“Il petroliere”) di Paul Anderson
e “Lo scafandro e la farfalla” di Julian Schanabel.
I grandi festival del cinema indipendente hanno una
risonanza mondiale sempre più forte, dal Sundance di Robert
Redford al newyorkese Tribeca Film Festival di De Niro,
ormai equiparabili per prestigio e successo ai Festival
europei. Anche la capitale USA, da ben dieci anni, celebra
il cinema indipendente, con un piccolo festival lontano da
riflettori e paillettes, aperto ai prodotti più innovativi,
ai registi più giovani, studenti, opere underground e
sperimentali. Il Washington, DC Indipendent Film Festival (DCIFF).
Saranno presentati per la decima edizione più di un
centinaio tra lungometraggi, corti, film di animazione,
documentari, divisi in diverse sezioni contraddistinte da
una forte tensione politica e sociale.
Il DCIFF è stato fondato da Carol Bidaut nel
1999, cominciando a costruire la sua fame l’ano seguente,
dopo aver presentato alcuni film di successo nella prima
edizione (come il documentario di Barry Levinson “Sleepers”.
Ben presto il Festival ha affiancato alle proiezioni e ai
concorsi una approfondita serie di convegni, seminari e
workshop aperti al pubblico. La corrente edizione si è
aperta con un omaggio al regista britannico Alex Cox,
che ha presentato il suo ultimo lavoro “Sarchers 2.0”.
Tra
i registi in gara il promettente Alex Pachecho
(nella foto), che porta al Festival il suo primo
lungometraggio, dopo avervi già partecipato negli anni
scorsi con una serie di corti di grande successo. Pacheco
è già stato associato a nomi eccelsi come quello di Kubrick,
Lynch, Bunuel per questo film onirico, capace di frantumare
il tempo e il senso e di permettere interpretazioni e
approcci infiniti. Accostamenti certamente esagerati, per un
film che presenta molti dei difetti tipici delle opere
prime, fra tutti uno strabordare di tematiche e un evidente
desiderio di parlare di tutto, di inserire nel proprio primo
film tensioni, idee, suggestioni accumulate in anni di studi
e di progetti minori. “Praxis”, un prodotto probabilmente
troppo ambizioso che pecorre la storia della riscoperta di
sé di Brian (l’esordiente Tom Macy), scrittore
in crisi dopo la rottura con la propria ragazza, attraverso
l’inizio di un amore omosessuale, un tentativo di suicidio,
la lotta contro le proprie paure e l’indifferenza della
società. Spesso il film intreccia gli interrogativi
personali di Brian con le più trascendentali questioni
relative all’universo e alla natura umana: la nascita della
vita, l’esistenza di altri organismi viventi nello spazio,
le spiegazioni psicologiche dei comportamenti umani. Queste
parti del film sono affidate a degli inserti didattici che
non riescono a unirsi in modo fluido e motivato con il resto
del film, in cui si possono individuare momenti di grande
valore. Girato in video, spesso “Praxis” propone soluzioni
visive e registiche sorprendenti e di grande effetto, capaci
di rafforzare la percezione dello stato d’animo del
protagonista. Il regista ha affermato che il film ruota
intorno alla domanda “Se potessi essere in qualsiasi poto
in questo momento, dove vorresti essere?”, alla quale
Brian darà risposte diverse fino alla finale realizzazione
di se stesso. Una questione, però, che non sembra esser
stata perfettamente sviluppata nel corso del film e
difficilmente può essere compresa come chiave di volta
dell’intera costruzione cinemtografica. Altri sensi, altre
domande possono essere individuate come punti focali di “Praxis”.
Una diversità di letture legata forse maggiormente alla
sconclusionatezza del film piuttosto che a una sua profonda
e costruttiva polisemia.
9 marzo 2008
Tommaso Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
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