Il 5 aprile 2007 il presidente della Rai
Claudio Petruccioli ha sottoscritto il
Contratto di Servizio Rai per il biennio
2007-2009, proposto dal Ministro delle
comunicazioni Paolo Gentiloni a
fine 2006. Sostanzialmente è stato accettata la
bozza del Ministero, salvo alcuni importanti
cambiamenti che analizzeremo in seguito.
Le parole chiave sono, ovviamente, innovazione,
sviluppo, qualità: viene posta grande attenzione
alle nuove tecnologie, alla comunicazione
multi-piattaforma, alla tutela dei minori e alla
qualità dei programmi. Quest’ultimo punto è
stato presentato come elemento di maggiore
innovazione per la RAI. L’introduzione di un
sistema di rilevamento della qualità e del
valore pubblico garantirebbe per l’azienda
il ritorno a svolgere la funzione di Servizio
pubblico. Ma il rischio è che quelli di cui
parla il Contratto siano solo buoni propositi,
destinati a rimanere sulla carta.
Vengono introdotti due sistemi per la
misurazione degli obiettivi di programmazione e
della qualità dell’offerta. Un primo sistema
di monitoraggio dovrà raccogliere la percezione
degli utenti della RAI, in relazione al “valore
pubblico” dei singoli programmi trasmessi.
Ricerche quotidiane su un sensibile campione
della popolazione, esteso a tutte le
piattaforme, tramite interviste web, interazione
per mezzo del digitale terrestre e il televideo
dovrebbero mettere in luce indicatori di
carattere generale correlati con il gradimento,
la capacità di coinvolgimento, l’arricchimento
culturale e civile personale degli spettatori,
il rispetto della sensibilità sociale del
pubblico, il grado di novità editoriale e
soffermarsi poi sulle singole categorie di
programmi per rilevare indicatori specifici
in funzione del genere trasmissivo quali, a
titolo esemplificativo, l’imparzialità,
l’indipendenza e l’obiettività per i generi
informativi, la capacità di attrazione per il
genere intrattenimento, il grado di originalità
per il genere fiction. Una missione
utopistica che si affianca a quella di un
secondo sistema di monitoraggio, legato più
strettamente all’azienda, al suo valore e
reputazione, volto a rilevare la capacità di
competere, di innovare e di incrementare il
proprio valore di servizio pubblico nel rispetto
dell’etica dell’impresa, della deontologia
professionale e dei criteri di correttezza e di
lealtà.
Il risultato delle due analisi parallele
convoglieranno in tre “macro indicatori”.
Innanzitutto l’attenzione è rivolta alla “performance
di mercato”. Un indicatore legato allo
share, ascolto medio, penetrazione, minuti medi
visti ma anche al gradimento dell’offerta. Il
secondo indicatore dovrebbe misurare il “valore
pubblico”: un concetto che già dal nome
mostra la sua vaghezza, ulteriormente espressa
dalla sua definizione. Il valore pubblico
infatti deve rappresentare una sintesi degli
indicatori elementari di arricchimento culturale
e civile personale, di rispetto della
sensibilità degli spettatori, di innovazione, di
imparzialità, di pluralismo, di indipendenza, di
obiettività, di capacità di intrattenimento, di
originalità. L’ultimo indicatore si
ricollega invece alla corporate reputation
della RAI. Per mettere in atto tutto questo e
verificare il raggiungimento di questi obiettivi
si dovrà formare un Comitato Scientifico di sei
membri. Tre eletti dalla RAI, quindi dalla
politica, uno dal Consiglio Nazionale degli
Utenti, uno designato dall’Autorità per le
garanzie nelle comunicazioni, e di nuovo la
politica per il Presidente, scelto dal
Ministero.
Indicazioni quindi già abbastanza vaghe e
inconcludenti. Ma la RAI ha pensato bene di non
dar adito a dubbi, mandando in onda alla vigilia
della firma del Contratto il suo nuovo reality:
La sposa perfetta. Davanti al quale anche
l’anatema di Petruccioli contro i reality appare
come un ipocrita e auto-legittimante. Dopo la
sua partenza il 4 aprile “La sposa perfetta” è
riuscita a critiche da tutte le parti,
dimostrando quelle che sono le vere linee guida
del Servizio pubblico, intento a inseguire la
televisione commerciali, lo share, le
pubblicità. Dalle pagine di Repubblica,
ad esempio, una penna autorevole come quella di
Natalia Aspesi, ha denunciato
l’attentato che il reality compie nei confronti
di decenni di lotte per i diritti delle donne.
Passiamo ora agli altri articoli del Contratto,
che si pongono obiettivi molto meno ambiziosi e
più facilmente raggiungibili.
Vengono resa più severa la regolamentazione
delle pubblicità nelle fasce protette.
Importante è la decisione di vietare pubblicità
che abbiano come testimonials i personaggi dei
cartoni che vanno in onda nelle medesime fasce
orarie, per evitare “l’effetto richiamo”. La RAI
inoltre si impegna a sviluppare la “Tv dei
ragazzi”, con obblighi ben precisi sulla
quota di trasmissioni per bambini e adolescenti
da programmare nelle fasce a loro dedicate.
Oltre che verso i minori, il nuovo Contratto
mostra una rinnovata attenzione nei confronti
dei diversamente abili. Dovranno
aumentare i programmi sottotitolati (fino a
raggiungere il 60%), con particolare attenzione
ad eventi di particolare rilevanza pubblica,
politica o culturale.
Il Contratto vincola la RAI a destinare il 15%
dei propri ricavi annui alla produzione di
opere audiovisive italiane ed europee. Un
incremento sostanzioso rispetto alla precedente
situazione, quantificabile in quasi 150 milioni
di euro. Infatti le precedenti norme,
prevedevano che la RAI destinasse a questo scopo
il 20% dei ricavi esclusivamente derivati dal
canone. Queste risorse dovranno essere destinate
anche alla promozione dei mezzi audiovisivi e
allo spettacolo dal vivo.
Per quanto riguarda il Digitale terrestre,
il Contratto impegna la RAI a raggiungere
potenzialmente con questa tecnologia l’85% della
popolazione entro un anno. Sono previste,
inoltre, le possibilità di sviluppare nuovi
canali per il Digitale.
Deludente invece l’accordo raggiunto tra
Ministero e Rai sull’Offerta multimediale.
La prima bozza conteneva una proposta
innovativa: pubblicare su Internet con licenza
Creative Commons tutti i contenuti
autoprodotti dalla RAI. In molti hanno
denunciato il retro front fatto nel Contratto
definitivo. Si parla di alcuni contenuti
specifici resi pubblici, ma non si entra nel
dettaglio su tempi e modalità e, soprattutto, si
esclude la soluzione del Creative Commons,
che avrebbe permesso, secondo la prima bozza a
chiunque, nel rispetto della loro integrità, a
ridistribuire i i contenuti. Il rischio è quello
che la RAI, messa ancora una volta da parte la
sua funzione di Servizio pubblico, voglia
tramite questo articolo aprirsi la strada per
vendere i propri contenuti a soggetti privati
(siti internet, compagnie telefoniche,
satelliti, ecc..).
16 aprile 2007