14 novembre 2006

Legge Gasparri e riforma Gentiloni

Politica cattiva maestra

A Strasburgo il primo passo per un nuovo testo della direttiva "Tv senza frontiere", uno dei pochi strumenti che ci tutelava dall'invasione della pubblicità. Ancora più pubblicità sulle nostre televisioni, meno tutela per i minori.  

Archivio Televisione

1) 7 aprile 2006 - Il Caimano

2) 14 novembre 2006 - Legge Gasparri e Riforma Gentiloni

3) 1 dicembre 2006 - News: Auditel e Contratto RAI

4) 18 dicembre - Preoccupante revisione della direttiva "Tv senza frontiere"

 

 

Indice

Introduzione

La Legge Gasparri

Il caso di Europa7

Critiche e contestazioni verso la Legge Gentiloni

Più informazione, più libera Il programma dell'Unione e l'assetto televisivo
La Riforma Gentiloni

Il conflitto di interessi

Bibliografia

Note

1. Introduzione

Il quinto Rapporto mondiale sulla libertà di stampa realizzato da Reporter senza frontiere, ha collocato l’Italia ad una vergognosa 40esima posizione, denunciando ancora una volta quelle che sono le anomalie del sistema dell’informazione italiano. Soprattutto nel settore televisivo.

L’anomala posizione del nostro Paese, che non è confrontabile con nessun altro caso in Europa, sconta ancora la situazione di vuoto legislativo in cui nacque la televisione commerciale all’inizio degli anni Settanta. Ciò permise l’affermazione e la crescita di Mediaset che, avvalendosi di importanti appoggi politici (di cui il primo risultato è la Legge n. 10 del 1985, il così detto “Decreto Berlusconi”, varato dal governo Craxi), in pochi anni giunse ad affermarsi come un polo del solido duopolio che domina tuttora la televisione italiana. Tra le diverse conseguenze negative di un mercato impaniato in un duopolio, vi è una costante regressione della televisione pubblica all’inseguimento di quella privata, per non perdere quote di audience. Il risultato è quello di dimenticare la propria funzione pubblica ed un grave abbassamento della qualità.

Ad aggravare le cose si aggiunge poi il caso tutto italiano del conflitto di interessi di Silvio Berlusconi. Una situazione che è vietata dalle leggi di tutti gli Stati democratici. E a dir il vero anche dalla legge italiana, ma che si perpetua dalla famosa discesa in campo di Berlusconi nel 1994. L’ineleggibilità di un concessionario pubblico viene affermata dalla Legge n. 361 del 1957, evidentemente violata dalla posizione di Berlusconi che, in virtù di tale legge, non potrebbe sedere in Parlamento.

L’illecito sembra quindi regnare sulla situazione della televisione italiana. Ma si tratta di un campo troppo importante e delicato per un Paese, come afferma Karl Popper in Televisione cattiva maestra: “non ci dovrebbe essere alcun potere politico incontrollato in una democrazia. Ora è accaduto che questa televisione sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti […] Essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia […] Una democrazia non può esistere se non si mette sottocontrollo la televisione[1] tanto meno se le leggi che si propongono di farlo vengono eluse o sono frutto del conflitto di interessi, di inciucio, di meschine logiche politiche, o attente solo alla logica del mercato oppure dichiarate incostituzionali.

A parte dal già citato “Decreto Berlusconi” (che evitò lo spegnimento dei canali televisivi della allora Fininvest) la prima legge che si occupasse della televisione fu la Legge n. 223 del 6 agosto 1999, la cosiddetta Legge Mammì. Si tratta sostanzialmente di una conferma dello stato delle cose, in particolare il duopolio RAI-Finivest. La Corte costituzionale giudica incostituzionale la Legge Mammì con una sentenza del 7 dicembre 1994. Nello stesso anno si assiste per la prima volta all’insostenibile conflitto di interessi che ha conosciuto il suo apogeo nel quinquennio 2001-2006. Berlusconi a capo del Consiglio dei Ministri, affianca all’impero mediatico personale anche il controllo politico sulla televisione pubblica. Negli anni successivi si susseguono altri importanti capitoli della vicenda televisiva. Mediaset fa il suo ingresso in borsa, nel giugno 1995 fallisce il Referendum promosso dall’Arci e dal Gruppo di Fiesole che avrebbe inferto un duro colpo al dominio commerciale (e politico) di Mediaset.  Si arriva così alla Legge n. 249 del 31 luglio 1997, la Legge Maccanico. Anche quest’ultima sarà giudicata incostituzionale (sentenza n. del 20 novembre 2002).

In vista della scadenza nel dicembre del 2003 dei termini imposti dalla Corte Costituzionale per interrompere la trasmissione di una rete Mediaset sulle frequenze della televisione analogica, il governo di centro-destra prepara la Legge Gasparri. Essa è evidentemente il frutto del conflitto di interessi. E lo sarà anche la legge sul conflitto di interessi varata dal governo Berlusconi (Legge Frattini, Legge n. del 13 luglio 2004).

2. La Legge Gasparri

La Legge Gasparri (Legge n. 112 del 2004) fu approvata in via definitiva il 29 aprile 2004, dopo un percorso parlamentare molto travagliato. Il disegno di legge era stato infatti approvato dal Consiglio dei ministri quasi due anni prima (6 settembre 2002). La prima stesura della legge subì numerosi rinvii al Senato, fino allo stop del Presidente della Repubblica Carlo Azzeglio Ciampi (15 dicembre 2003). Riveduto in undici dei suoi 29 articoli il disegno di legge fu approvato quasi cinque mesi più tardi. La Legge Gasparri ricevette preoccupate critiche da più parti anche perché, secondo molti osservatori, non accoglieva che fintamente i rilievi del Presidente della Repubblica.

Questi sono i principali campi di intervento della Legge Gasparri:

2.1 Pubblicità

In campo pubblicitario la legge esclude le telepromozioni dal calcolo dell’affollamento pubblicitario orario. La FIEG -Federazione Italiana degli Editori di Giornali si è fortemente opposta a questa decisione che incanala ancor più le risorse pubblicitarie verso il mercato televisivo a scapito della carta stampata (il 51% al 2004)[2].

2. 2 Il Sistema integrato delle comunicazioni

Viene istituito il SIC (Art.14), Sistema Integrato delle comunicazioni. Si tratta di un grande paniere composto dalle risorse provenienti da tutti i settori della filiera della comunicazione. Dalla televisione (pubblicità, canone RAI, televisione a pagamento) alla carta stampata (ricavi dalle vendite, pubblicità, ecc…) passando per la radiofonia, l’editoria elettronica (Internet ma anche piattaforme mobili), la pubblicità diretta (ad esempio il direct response), le affissioni, le sponsorizzazioni, i biglietti cinematografici, l’home video[3].

La Legge Gasparri prevede che un singolo soggetto non può detenerne una quota superiore al 20% (Art. 15). Il valore del SIC è stato calcolato da una fonte autorevole come  Il Sole 24ore in 26 miliardi di euro. Ciò significa che il valore fissato dalla legge è altissimo, superiore ai cinque miliardi di euro. In realtà quindi non pone un tetto agli operatori predominanti sul mercato, ma anzi apre loro prospettive di crescita (Mediaset, Mondadori e Medusa fatturano infatti solo quattro miliardi di euro). Inoltre alcuni osservatori hanno rilevato che il valore effettivo del Sistema Integrato delle comunicazioni è di molto superiore a quanto calcolato da Il Sole 24ore. L’Istituto di Economia dei Media della Fondazione Rosselli, nella ricerca “L’industria della comunicazione in Italia. Ottavo rapporto IEM. Scenari di policy e strategie competitive” (2005) calcola addirittura un valore di 94 miliardi. Infine l’Autorità per le Telecomunicazioni lo aveva valutato in 22,1 miliardi di euro.

L’istituzione del SIC servirebbe a ridimensionare il tetto del 30% di risorse del mercato della comunicazione in mano ad un solo operatore, come previsto dalla Legge Maccanico. In realtà questo scopo è raggiunto solo in termini relativi. Infatti la percentuale superiore della Legge Maccanico era calcolata su un valore molto più basso (circa 12 miliardi di euro).

Altra critica rivolta alla Legge Gasparri è quella di introdurre delle norme antitrust che si basano sul principio del libero mercato e della tutela della concorrenza, non prendendo in considerazione la tutela del pluralismo (prevista dall’Art. 21 della Costituzione).

 2. 3 Il digitale terrestre

L’innovazione tecnologica del digitale terrestre è stata presentata come la soluzione al duopolio che caratterizza la situazione televisiva italiana e la via per allargare il pluralismo. Effettivamente il digitale terrestre permette di superare il problema della limitatezza delle frequenze riservate alla trasmissione televisiva a livello nazionale. Attualmente sono 55, spartite quasi totalmente tra la tv pubblica e Mediaset che se le accaparrò sfruttando un vuoto legislativo (e negli ultimi anni mantenute sfruttando il potere legislativo). Ma la Legge Gasparri apre la strada a Mediaset verso il digitale terrestre, non imponendo una rinuncia nel campo delle frequenze sulla televisione analogica. Inoltre Rai e Mediaset hanno già acquistato molte frequenze del digitale, mostrando non solo di essere intenzionati a mantenere il duopolio ma addirittura ad espanderlo.

Viene individuata la data del 31 dicembre 2006 per il completo passaggio dalla televisione analogia al digitale terrestre (Art. 23). Fin da subito questa data si mostra troppo vicina, slitterà infatti al 31 dicembre 2008.

 2. 4 Privatizzazione RAI

La legge Gasparri inaugura un percorso di privatizzazione della RAI (Art. 21). La logica che sottende a questa prospettiva deriva dal ritenere che il pluralismo che deriverà dall’introduzione del digitale terrestre renderà superflua l’esistenza stessa delle televisione di Stato.

È stata prevista una partecipazione per il massimo dell’1% del capitale per ogni soggetto.

Nei mesi successivi all’approvazione della legge l’avvio della privatizzazione si è mostrato complesso e non immediatamente realizzabile.

Molte voci si sono levate contro la possibilità della privatizzazione della RAI. Sono stati sollevati dubbi sulla legittimità costituzionale di tale operazione, in virtù della sentenza n. 284 della Corte Costituzionale del 26 giugno 2002. In questa sentenza si afferma la legittimità del canone per finanziare una televisione che realizza un servizio pubblico. Anche l’Autorità garante della concorrenza ha evidenziato la necessità che la RAI venga divisa in due società distinte, una destinata ad assolvere il compito di servizio pubblico, l’altra invece costruita sull’esempio delle televisioni commerciali. Gli utili della prima società dovrebbero provenire dal canone, della seconda invece dall’approdo in borsa. Questa tesi è stata sostenuta anche da Romano Prodi (lettera al Corriere della Sera, 30 dicembre 2004) durante la lunga campagna elettorale che ho portato alla vittoria della coalizione di centro-sinistra nell’aprile 2006.

2.5 Il cda RAI

La legge Gasparri interviene anche nelle norme per la nomina del Consiglio d’amministrazione della RAI (Art.20). Le novità hanno riportato il cda sostanzialmente sotto il controllo del governo, tornando indietro di trent’anni, alla situazione precedente ala legge n. 103 del 14 aprile 1975. Questa situazione era stata denunciata da una sentenza della Corte Costituzionale (n. 225 del 10 luglio 1979) a cui seguì la legge n. 103 del 1975.  Questa legge aveva posto la RAI sotto il controllo del Parlamento, espressione di tutte le forze politiche, istituendo una Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi che tra i vari compiti, nominava anche i membri del Cda. Questa funzione fu affidata nel 1993 ai presidenti delle due Camere.

Il risultato è una RAI basata sulla lottizzazione, cioè sulla sua spartizione secondo il peso dei partiti in Parlamento, legame funzionale a una concezione del servizio pubblico come asservito alla politica e volto a creare consenso. Una logica che regola anche l’assegnazione dei posti a giornalisti, programmisti, ecc…

 La Legge Maccanico aveva ridimensionato ulteriormente l’influenza dell’esecutivo. La Legge Gasparri invece affida a vari componenti del Governo il controllo della RAI. Oltre a un grande peso sulle nomine del cda e del presidente, il Governo interviene anche nel rilascio di alcuni titoli abilitativi previsti dalla legge stessa(Art. 5).

3. Il caso di Eruopa7

 Nel contesto della Legge Gasparri e della situazione televisiva italiana si inserisce anche il caso di Europa7. Si tratta di un’emittente televisiva che nel 1999 ottenne dallo Stato una concessione tv a livello nazionale ma che tuttora si trova impossibilitata a trasmettere sul territorio nazionale. Europa7 ha il diritto di trasmettere sulle frequenze di Rete 4, che ha perso la gara e il questo diritto. Già nel 1999 viene impedito alla televisione di proprietà dell’imprenditore Francesco Di Stefano di iniziare le trasmissioni. La sentenza n. 466 del 2002 della Corte Costituzionale ribadisce[4] che nessuna emittente può possedere più di due reti. Europa7 quindi si prepara a trasmettere sulle frequenze che si libereranno secondo le indicazioni della sentenza.

Ma poi fu la volta del decreto salvareti e della Legge Gasparri. Ad oggi la situazione dell’emittente è bloccata, nonostante essa disponga di tutte le strutture per iniziare la propria attività (nel 1999 aveva dato avvio anche un piano di assunzioni di 700 dipendenti).

Dopo la sentenza favorevole per Europa7 del Consiglio di Stato, si attende il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea previsto per queste settimane.

3.1 Il decreto salvareti

In seguito al rinvio alle Camere del ddl Gasparri da parte della Presidenza della Repubblica, il Governo intervenne con un decreto legge (n. 352 del 24 dicembre 2003) per evitare che un canale di proprietà di Mediaset dovesse cessare le trasmissioni sulla televisione proprio entro il 31 dicembre 2003, attuando le norme antitrust istituite dalla Legge Maccanico e la sentenza n. 466 del 2002 della Corte Costituzionale. Il ddl Gasparri conteneva la chiave per aggirare questa sentenza e permettere di trasmettere anche alle emittenti senza concessioni. Lo stop di Ciampi quindi costituiva un serio pericolo per Mediaset. Il decreto legge, che sarà convertito in legge il 20 febbraio 2004, prevedeva disposizione anche riguardanti la RAI. La sentenza della Corte Costituzionale aveva intimato infatti anche la cessazione della pubblicità sulla terza rete del servizio pubblico.

Il decreto commissionava all’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni un esame dell’offerta dei programmi televisivi del digitale terrestre e sulla sua diffusione sul territorio nazionale. 

4. Critiche e contestazioni verso la Legge Gasparri

Il 19 luglio 2006 la Commissione Europea ha inviato al nostro paese una lettera di avviso formale, dopo aver riscontrato anomalie nella Legge Gasparri relative alla violazione delle norme europee sulla concorrenza nel passaggio al digitale terrestre. Si è aperta così una procedura di infrazione partita dal basso, l’intervento della Commissione è stato infatti invocato dall’associazione di consumatori Altroconsumo nel giugno 2005.

Molto importanti sono state anche le proteste e le proposte dei cittadini. Tra queste spicca l’iniziativa Per un’altra tv, che formula una proposta di legge di iniziativa popolare per la riforma del settore televisivo.  Sono state raccolte 53 mila firme autenticate, anche grazie all’impegno attivo di intellettuali e uomini dello spettacolo. In prima linea il giornalista Marco Travaglio, Moni Ovadia, Sabina Guzzanti, ecc… L’11 luglio 2006 una rappresentanza del comitato Per un’altra Tv ha incontrato il Ministro Gentiloni per discutere la proposta. Per un’altra tv prende in considerazione tutte le gravi anomalie del sistema televisivo italiano proponendo soluzioni definitive, ispirate alle best practices straniere (a partire dalla totale indipendenza dalla politica dei canali pubblici tedeschi)   

5. Più informazione, più libera: Il programma dell’Unione e l’assetto televisivo

Nel vasto programma di governo che l’Unione ha presentato agli elettori in vista delle elezioni 2006, la penultima sezione è dedicata al panorama dell’informazione e della comunicazione. È stato uno dei temi più caldi della campagna elettorale che, a sua volta, si è svolta sugli schermi televisivi.

 Sei pagine che affrontano tre temi non ulteriormente rinviabili nell’agenda di governo del nostro paese: “Il diritto a comunicare e ad essere informati”, “I nuovi media e l’innovazione”, “L’assetto della Rai e del servizio pubblico”.

Il testo è composto da una pars costruens e da una pars destruens, in cui si denuncia l’effetto deleterio sul pluralismo e la libertà di informazione del governo Berlusconi, causato dal conflitto d’interessi e dalla Legge Gasparri. In particolare si attacca il SIC, che dovrà essere sostituito da un sistema serio volto a contrastare i monopoli e la concentrazione. Viene riaffermata inoltre la necessità di una riforma della par condicio e di una normativa sul conflitto di interessi che preveda “misure di incompatibilità per chi esercita un’influenza rilevante nella proprietà o nella gestione delle imprese editoriali, televisive o comunque coinvolte nell’informazione”[5], legge di cui da sempre si recrimina la mancata stesura durante gli anni dei governi di centro-sinistra, e di cui è inaccettabile quella varata dal governo Berlusconi nel 2004. Si prevede una riforma del sistema di rilevamento dell’auditel, una regolamentazione dell’utilizzo delle frequenze, una maggiore attenzione verso le emittenti locali.

Per quanto riguarda specificatamente la RAI, si ribadisce la sua natura di servizio pubblico che la distingue dalle televisioni commerciali per la sua attenzione verso “il soddisfacimento delle esigenze democratiche, sociali e culturali e quale garanzia di pluralismo, incluse le diversità culturali e linguistiche”[6]. Non negando comunque la componente della RAI ormai vicina alla tv commerciale. Proseguendo quindi la strada indicata da Prodi nell’intervento sul Corriere della Sera del dicembre 2006, si prevede una divisione tra i due compiti che la RAI è chiamata a svolgere. Quindi una maggior indipendenza del servizio pubblico dalle logiche pubblicitarie e del mercato. Il tutto improntato al rispetto del principio della qualità. Nel programma si parla anche di una nuova regolamentazione del mercato pubblicitario e dei criteri di nomina dei vertici dell’azienda.

È un programma coraggioso e giusto. Ma intristisce constatare quanto assomiglia alla tesi 51 del programma con cui Prodi si presentò alle elezioni nel 1996. Si parla già della rottura del duopolio RAI-Finivest, si parla della cessione di una rete per emittente, dell’apertura a nuovi operatori. Ovviamente non manca la promessa di una RAI libera dai partiti.

Promesse che risalgono esattamente a dieci anni fa. Rimarrà ancora tutto uguale?

6. La riforma Gentiloni

Il 12 ottobre 2006 il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge proposto dal Ministro della Comunicazione Paolo Gentiloni. Nei prossimi mesi la legge dovrà essere approvata da Camera e Senato. L’iter parlamentare della legge si preannuncia molto difficoltoso, trattandosi di una riforma ad una delle leggi più care all’attuale opposizione. Nei giorni successivi all’approvazione di palazzo Chigi, l’opposizione ha infatti usato parole molto violente che hanno riconfermato il saldo legame che lega il suo capo a Mediaset. Scrive infatti Giovanni Valentini su Repubblica che la sua reazione “dimostra una volta di più che a dispetto di tutte le dichiarazioni ufficiali l’azienda è sua, soltanto o soprattutto sua”, paragonando l’uscita di Berlusconi (che ha definito il ddl un atto di banditismo) ad un’autodenuncia.

Nella Relazione illustrativa della legge il ministro Gentiloni afferma la non prorogabile necessità di una riforma della Legge Gasparri, duramente criticata da Corte Costituzionale, Autorità per le garanzie delle comunicazioni e dalla Commissione Europea. È difficile quindi considerare la riforma come una rappresaglia, una vendetta, o peggio un atto di banditismo nei confronti dell’opposizione di Governo, poiché rispecchia le indicazioni delle sentenze della Corte Costituzionale e delle altre autorità. Nel complesso la proposta di Gentiloni è stata giudicata fin troppo moderata da molti osservatori, soltanto un primo passo per indirizzare l’Italia verso i modelli europei ed il rispetto delle norme europee.

Vengono individuati due campi di intervento prioritari: l’assetto oligopolistico del sistema e la situazione largamente compromessa dello spettro frequenziale. Nello specifico il disegno di legge si propone di normale il campo nel complesso momento del passaggio alla tecnologia digitale, anche in adempimento del richiamo della Commissione Europea del luglio 2006.

6.1 Pubblicità e lotta al duopolio

Si pone un tetto del 45% di ricavi pubblicitari nel settore televisivo per singolo soggetto (Art.2 comma 1). La Legge Gasparri si esprimeva in modo molto vago in questo senso. Veniva interdetta infatti una generica posizione dominante nei singoli mercati della comunicazione (e quindi anche in quello televisivo) che compongono il SIC.

All’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni è affidato il compito di controllare che questa disposizione vanga rispettata (Art. 2 comma 2). Per chi supererà lo sbarramento viene ridotta al 16% la percentuale di pubblicità nel complesso di un’ora di trasmissione per l’anno successivo(Art. 2 comma 3). Le telepromozioni vengono equiparate a tutti gli effetti alla pubblicità (Art 2 comma 4 e 5).

È stato rilevato che il tetto antitrust del 45% è troppo alto e le pene previste per chi lo sfora poco severe. Ma è un primo passo, che porterà ad un ridimensionamento dello strapotere in campo pubblicitario del maggior broadcaster, Mediaset. L’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha stimato che Mediaset controlla il 65% del mercato pubblicitario (il 40% solo l’ammiraglia Canale5, secondo la relazione Adex Nielsen), con una grande incremento a partire dal 2001, anno dell’elezione di Berlusconi alla Presidenza del Consiglio.

Le nuove norme previste dal ddl Gentiloni per l’assetto pubblicitario sono state oggetto di un’attenta analisi da parte della It Media Consulting, che ha riscontrato che gli effetti combinati della legge cambieranno di poco lo stato attuale delle cose. Lo studio ha calcolato che le perdite per Mediaset saranno minime, sia nel fatturato sia nella percentuale di mercato pubblicitario controllato. Anche la RAI subirà un modesto ridimensionamento, mentre agli altri operatori (Sky e Telecom) avranno una crescita nell’ordine di un punto percentuale. Le nuove emittenti dovranno spartirsi le risorse rimanenti.

Il SIC, che aveva una funziona antitrust, viene abbandonato. È sostituito dal settore delle comunicazioni, che dovrebbe avere un valore complessivo intorno ai 18 miliardi di euro.

6.2 Le frequenze e il digitale terrestre

I soggetti titolari di più di due emittenti televisive devono presentare entro tre mesi dall’approvazione della legge un programma per il trasferimento delle reti in eccesso sul digitale terrestre (Art. 3  coma 2). Entro 12 mesi dalla presentazione del progetto all’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni deve avvenire il passaggio sulle frequenze terrestri in tecnologia digitale (Art. 3 comma 4). Le frequenze così liberate tornano nelle mani del Ministero che si impegna a rassegnarle in una logica di apertura del mercato a nuovi soggetti (Art. 3 comma 5 e 6). Verranno restituite anche le frequenze in soprannumero dei grandi broadcaster.  Viene quindi radicalmente rivisto uno dei settori più discutibili della Legge Gasparri che oltre a condonare (gratis) occupazioni abusive di frequenze, ha trasferito in silenzio il dominio del duopolio dalla tecnica analogia al digitale[7] .

È stato rilevato però che la Riforma Gentiloni è poco chiara su questo punto poiché non stabilisce in modo preciso cosa si intenda per frequenze ridondanti[8].

Viene fissata la data del 30 novembre 2012 per il completo passaggio al digitale. A partire da tale data, inoltre, la fornitura dei contenuti e l’operatore di rete non potranno più identificarsi nelle medesima società (Art. 3 comma 7). Per rispetto dei principi del pluralismo e della concorrenza,  sempre a partire dal dicembre 2008, viene posto un limite del 20% alla capacità di trasmissione utilizzabile da ciascun fornitore di contenuti. Quindi RAI, Mediaset e Telecom dovranno restituire le frequenze in eccesso acquistate a partire dl 2001 sul digitale terrestre.

 6.3 Nuova Auditel

L’articolo 4 si occupa di ridefinire le modalità di rilevamento dei dati di ascolto. Questo settore era portatore di un’altra grave anomalia italiana. Era infatti quasi completamente sotto il controllo dei duopolisti RAI e Mediaset. I nuovi criteri assicureranno una rappresentanza di tutti gli operatori ed anche delle associazioni dei consumatori. È stato preannunciato un decreto legislativo per definire i compiti dell’Autorità Garante delle comunicazioni in materia di rilevamento degli indici di ascolto (Art.4). Il Ministro Gentiloni ha anche parlato della sperimentazione di nuove tecnologie per il rilevamento dei dati di ascolto.

Sono previste pesanti sanzioni per chi tenta di manipolare i dati, compresa la reclusione da uno a sei anni. Per quanto concerne strettamente la televisione privata, il Ministro prevede lo studio di strumenti per rilevare il valore pubblico, in base al criterio della qualità.

6.4 La RAI

Viene bloccata la privatizzazione della RAI e la sua quotazione in borsa. Per questo complesso problema il Ministro ha affermato che opererà in due fasi. Entro novembre verranno sottoposto al confronto pubblico le linee guida, per poi passare alla proposta di un disegno di legge al Consiglio dei Ministri. Sarà un nuovo disegno di legge ad occuparsi della televisione pubblica. Il Ministro Gentiloni ha indicato le linee guida nell’affrontare il nodo RAI in “una maggiore autonomia ed evitare lottizzazioni sempre meno accettabili”[9].

Si guarda alle televisione pubbliche straniere, alla Bbc, al modello tedesco ma anche alla riforma televisiva operata da Zapatero in Spagna, in particolare per quanto riguarda la nomina del cda. Il Ministro prevede la selezione di personalità di provata esperienza nel campo, che dovranno essere poi elette da una maggioranza qualificata del Parlamento.

7. Il conflitto di interessi

 In un’intervista al Corriere della Sera di poco successiva all’approvazione del ddl Gentiloni[10], il vicepremier Massimo D’Alema ha ribadito la necessità di occuparsi del conflitto di interessi, giustificando la mancanza di questo importante punto nella Riforma Gentiloni con un non possiamo fare tutto insieme. Ma ogni timore è legittimo, vista l’incapacità di operare in questo senso mostrata nelle precedenti legislature di centro-sinistra.

Il Ministro Gentiloni era andato oltre qualche mese fa, affermando che una nuova legge sul conflitto d’interessi sarebbe dovuta nascere in parallelo con la riforma del sistema televisivo.

Nel programma dell’Unione si caldeggia la soluzione del blind trust. La sua inefficacia nel settore televisivo è stata dimostrata da più parti e sintetizzata da Marco Travaglio nella formula Il fondo sarà anche cieco, ma le sue tv e i suoi giornali ci vedono benissimo. Il blind trust consiste nell’affidare la gestione del pacchetto azionario del socio che si troverebbe in una situazione di conflitto di interessi, ad un fondo cieco. In questo modo il proprietario non può intervenire nella gestione. Ma nel caso in questione il problema è più grave, non solo economico. Infatti le televisioni riconosceranno ancora il loro proprietario e, presumibilmente, lo appoggeranno e sosterranno.  

Inoltre si pensa sia sufficiente parlare di conflitto di interessi solo nel caso di una nomina al Governo, senza cogliere la gravità della situazione anche nel caso che l’interessato sieda nei banchi dell’opposizione.

8. Bibliografia

Popper Karl R., a cura di Giancarlo Borsetti, “Cattiva maestra televisione”, Marsilio

Per il bene d’Italia. Programma di governo 2006-2011

La televisione in Europa: regolamentazione, politiche e indipendenza

Beha Oliviero a cura di, Un’altra televisione è possibile (tavola rotonda con Paolo Gentiloni, Sabina Guzzanti, Marco Travaglio, coordinata da Oliviero Beha), “MicroMega, n. 5, maggio 2006

Bianchi Sara, Da Gasparri a Gentiloni: la guerra infinita sui poli, “Il Sole 24 ore”, 13 ottobre 2006

Bianchi Sara, Ddl Gentiloni: la Ue apprezza. Per ItMedia Mediaset e Rai perderanno 168 milioni di euro, “Il Sole 24 ore”, 3 novembre 2006

Brigantini Salvatore, Un buon inizio, “Corriere della Sera”, 14 ottobre 2006

Carli Stefano, Tv: la Gentiloni libera il 3% del mercato della pubblicità, “Affari & Finanza”, 30 ottobre ‘06

Esposito Fabrizio, Gentiloni propone il modello Zapatero per la RAI,“Il Riformista”, 24 ottobre ‘06

Fontanarosa Aldo, Meno spot e più spazio a nuove tv, “La Repubblica”, 13 ottobre 2006

Gargia Giulio, La TV su misura, “Left”, n. 42, 27 ottobre 2006

Gentiloni Paolo in Il ministro disse, “Prima”, n. 366, ottobre 2006

Lopapa Carmelo, Casini: “Rai uno va privatizzata”, “La Repubblica”, 16 ottobre 2006

Macaluso Antonio, intervista a Massimo D’Alema, Il conflitto di interessi?Non possiamo fare tutto insieme, “Corriere della Sera”, 15 ottobre 2006

Travaglio Marco, È già ieri, “L’Unità”, 12 ottobre 2006

Travaglio Marco, Tv, vince sempre il Caimano, “MicroMega”, n.7, 13 aprile 2006

Valentini Giovanni, La televisione e il peccato originale, “La Repubblica”, 13 ottobre 2006

Siti internet:

www.articolo21.it

www.comunicazioni.it

www.lalente.net

www.lavoce.info

www.perunaltratv.it

 

Note


[1] Popper K. R., “Cattiva maestra televisione”, Marsilio, p. 80

[2] Rapporto AGCOM del 2004

[3] Le voci che compongono il paniere del SIC provengono dalla tabella pubblicata su Il Sole 24ore, 19 aprile 2004

[4] Infatti già la sentenza della Corte Costituzionale n. 420 del 1994 prevedeva che un singolo soggetto non potesse detenere tre televisioni.

[5] “Per il bene d’Italia. Programma di governo 2006-2011”, p. 262

[6] “Per il bene d’Italia. Programma di governo 2006-2011”, p. 265

[7] Brigantini S., Un buon inizio, Corriere della Sera, 14 ottobre 2006

[8] Carli S., Tv: la Gentiloni libera il 3% del mercato della pubblicità, “Affari & Finanza”, 30 ottobre 2006

[9] Dichiarazione riportata da Lopapa Carmelo su La Repubblica del 16 ottobre 2006

[10] Corriere della Sera, 15 ottobre 2006

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