Indice
Introduzione
La Legge Gasparri
Il caso di Europa7
Critiche e
contestazioni verso la Legge Gentiloni
Più informazione,
più libera Il programma dell'Unione e l'assetto televisivo
La Riforma
Gentiloni
Il conflitto di interessi
Bibliografia
Note
1. Introduzione
Il quinto Rapporto
mondiale sulla libertà di stampa realizzato da Reporter senza frontiere,
ha collocato l’Italia ad una vergognosa 40esima posizione, denunciando
ancora una volta quelle che sono le anomalie del sistema dell’informazione
italiano. Soprattutto nel settore televisivo.
L’anomala posizione del
nostro Paese, che non è confrontabile con nessun altro caso in Europa,
sconta ancora la situazione di vuoto legislativo in cui nacque la
televisione commerciale all’inizio degli anni Settanta. Ciò permise
l’affermazione e la crescita di Mediaset che, avvalendosi di
importanti appoggi politici (di cui il primo risultato è la Legge n. 10 del
1985, il così detto “Decreto Berlusconi”, varato dal governo Craxi), in
pochi anni giunse ad affermarsi come un polo del solido duopolio che
domina tuttora la televisione italiana. Tra le diverse conseguenze negative
di un mercato impaniato in un duopolio, vi è una costante regressione
della televisione pubblica all’inseguimento di quella privata, per non
perdere quote di audience. Il risultato è quello di dimenticare la
propria funzione pubblica ed un grave abbassamento della qualità.
Ad aggravare le cose si
aggiunge poi il caso tutto italiano del conflitto di interessi di
Silvio Berlusconi. Una situazione che è vietata dalle leggi di
tutti gli Stati democratici. E a dir il vero anche dalla legge italiana, ma
che si perpetua dalla famosa discesa in campo di Berlusconi nel 1994.
L’ineleggibilità di un concessionario pubblico viene affermata dalla Legge
n. 361 del 1957, evidentemente violata dalla posizione di Berlusconi
che, in virtù di tale legge, non potrebbe sedere in Parlamento.
L’illecito sembra
quindi regnare sulla situazione della televisione italiana. Ma si tratta di
un campo troppo importante e delicato per un Paese, come afferma Karl
Popper in Televisione cattiva maestra: “non ci dovrebbe
essere alcun potere politico incontrollato in una democrazia. Ora è accaduto
che questa televisione sia diventata un potere politico colossale,
potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti […] Essa è
diventata un potere troppo grande per la democrazia […] Una democrazia non
può esistere se non si mette sottocontrollo la televisione”
tanto meno se le leggi che si propongono di farlo vengono eluse o sono
frutto del conflitto di interessi, di inciucio, di meschine logiche
politiche, o attente solo alla logica del mercato oppure dichiarate
incostituzionali.
A parte dal già citato
“Decreto Berlusconi” (che evitò lo spegnimento dei canali televisivi della
allora Fininvest) la prima legge che si occupasse della televisione
fu la Legge n. 223 del 6 agosto 1999, la cosiddetta Legge Mammì. Si
tratta sostanzialmente di una conferma dello stato delle cose, in
particolare il duopolio RAI-Finivest. La Corte costituzionale
giudica incostituzionale la Legge Mammì con una sentenza del 7
dicembre 1994. Nello stesso anno si assiste per la prima volta
all’insostenibile conflitto di interessi che ha conosciuto il suo
apogeo nel quinquennio 2001-2006. Berlusconi a capo del Consiglio dei
Ministri, affianca all’impero mediatico personale anche il controllo
politico sulla televisione pubblica. Negli anni successivi si susseguono
altri importanti capitoli della vicenda televisiva. Mediaset fa il
suo ingresso in borsa, nel giugno 1995 fallisce il Referendum
promosso dall’Arci e dal Gruppo di Fiesole che avrebbe inferto un duro colpo
al dominio commerciale (e politico) di Mediaset. Si arriva così alla
Legge n. 249 del 31 luglio 1997, la Legge Maccanico. Anche
quest’ultima sarà giudicata incostituzionale (sentenza n. del 20 novembre
2002).
In vista della scadenza nel
dicembre del 2003 dei termini imposti dalla Corte Costituzionale per
interrompere la trasmissione di una rete Mediaset sulle frequenze
della televisione analogica, il governo di centro-destra prepara la Legge
Gasparri. Essa è evidentemente il frutto del conflitto di interessi. E
lo sarà anche la legge sul conflitto di interessi varata dal governo
Berlusconi (Legge Frattini, Legge n. del 13 luglio 2004).
2. La
Legge Gasparri
La Legge Gasparri
(Legge n. 112 del 2004) fu approvata in via definitiva il 29 aprile 2004,
dopo un percorso parlamentare molto travagliato. Il disegno di legge era
stato infatti approvato dal Consiglio dei ministri quasi due anni prima (6
settembre 2002). La prima stesura della legge subì numerosi rinvii al
Senato, fino allo stop del Presidente della Repubblica Carlo Azzeglio
Ciampi (15 dicembre 2003). Riveduto in undici dei suoi 29 articoli
il disegno di legge fu approvato quasi cinque mesi più tardi. La Legge
Gasparri ricevette preoccupate critiche da più parti anche perché,
secondo molti osservatori, non accoglieva che fintamente i rilievi del
Presidente della Repubblica.
Questi sono i principali
campi di intervento della Legge Gasparri:
2.1 Pubblicità
In campo pubblicitario la
legge esclude le telepromozioni dal calcolo dell’affollamento
pubblicitario orario. La FIEG -Federazione Italiana degli Editori
di Giornali si è fortemente opposta a questa decisione che incanala
ancor più le risorse pubblicitarie verso il mercato televisivo a scapito
della carta stampata (il 51% al 2004).
2. 2 Il Sistema
integrato delle comunicazioni
Viene istituito il SIC
(Art.14), Sistema Integrato delle comunicazioni. Si tratta di un
grande paniere composto dalle risorse provenienti da tutti i settori della
filiera della comunicazione. Dalla televisione (pubblicità, canone RAI,
televisione a pagamento) alla carta stampata (ricavi dalle vendite,
pubblicità, ecc…) passando per la radiofonia, l’editoria elettronica
(Internet ma anche piattaforme mobili), la pubblicità diretta (ad esempio il
direct response), le affissioni, le sponsorizzazioni, i biglietti
cinematografici, l’home video.
La Legge Gasparri
prevede che un singolo soggetto non può detenerne una quota superiore al 20%
(Art. 15). Il valore del SIC è stato calcolato da una fonte
autorevole come Il Sole 24ore in 26 miliardi di euro. Ciò significa
che il valore fissato dalla legge è altissimo, superiore ai cinque miliardi
di euro. In realtà quindi non pone un tetto agli operatori predominanti sul
mercato, ma anzi apre loro prospettive di crescita (Mediaset,
Mondadori e Medusa fatturano infatti solo quattro miliardi di
euro). Inoltre alcuni osservatori hanno rilevato che il valore effettivo del
Sistema Integrato delle comunicazioni è di molto superiore a quanto
calcolato da Il Sole 24ore. L’Istituto di Economia dei Media della
Fondazione Rosselli, nella ricerca “L’industria della comunicazione in
Italia. Ottavo rapporto IEM. Scenari di policy e strategie competitive”
(2005) calcola addirittura un valore di 94 miliardi. Infine l’Autorità per
le Telecomunicazioni lo aveva valutato in 22,1 miliardi di euro.
L’istituzione del SIC
servirebbe a ridimensionare il tetto del 30% di risorse del mercato della
comunicazione in mano ad un solo operatore, come previsto dalla Legge
Maccanico. In realtà questo scopo è raggiunto solo in termini relativi.
Infatti la percentuale superiore della Legge Maccanico era calcolata
su un valore molto più basso (circa 12 miliardi di euro).
Altra critica rivolta alla
Legge Gasparri è quella di introdurre delle norme antitrust che si
basano sul principio del libero mercato e della tutela della concorrenza,
non prendendo in considerazione la tutela del pluralismo (prevista dall’Art.
21 della Costituzione).
2. 3 Il digitale
terrestre
L’innovazione tecnologica
del digitale terrestre è stata presentata come la soluzione al
duopolio che caratterizza la situazione televisiva italiana e la via per
allargare il pluralismo. Effettivamente il digitale terrestre
permette di superare il problema della limitatezza delle frequenze riservate
alla trasmissione televisiva a livello nazionale. Attualmente sono 55,
spartite quasi totalmente tra la tv pubblica e Mediaset che se le
accaparrò sfruttando un vuoto legislativo (e negli ultimi anni
mantenute sfruttando il potere legislativo). Ma la Legge Gasparri
apre la strada a Mediaset verso il digitale terrestre, non
imponendo una rinuncia nel campo delle frequenze sulla televisione
analogica. Inoltre Rai e Mediaset hanno già acquistato molte
frequenze del digitale, mostrando non solo di essere intenzionati a
mantenere il duopolio ma addirittura ad espanderlo.
Viene individuata la data
del 31 dicembre 2006 per il completo passaggio dalla televisione analogia al
digitale terrestre (Art. 23). Fin da subito questa data si mostra
troppo vicina, slitterà infatti al 31 dicembre 2008.
2. 4 Privatizzazione
RAI
La legge Gasparri
inaugura un percorso di privatizzazione della RAI (Art. 21).
La logica che sottende a questa prospettiva deriva dal ritenere che il
pluralismo che deriverà dall’introduzione del digitale terrestre renderà
superflua l’esistenza stessa delle televisione di Stato.
È stata prevista una
partecipazione per il massimo dell’1% del capitale per ogni soggetto.
Nei mesi successivi
all’approvazione della legge l’avvio della privatizzazione si è
mostrato complesso e non immediatamente realizzabile.
Molte voci si sono levate
contro la possibilità della privatizzazione della RAI. Sono stati
sollevati dubbi sulla legittimità costituzionale di tale operazione, in
virtù della sentenza n. 284 della Corte Costituzionale del 26 giugno 2002.
In questa sentenza si afferma la legittimità del canone per finanziare una
televisione che realizza un servizio pubblico. Anche l’Autorità
garante della concorrenza ha evidenziato la necessità che la RAI
venga divisa in due società distinte, una destinata ad assolvere il compito
di servizio pubblico, l’altra invece costruita sull’esempio delle
televisioni commerciali. Gli utili della prima società dovrebbero provenire
dal canone, della seconda invece dall’approdo in borsa. Questa tesi è stata
sostenuta anche da Romano Prodi (lettera al Corriere della
Sera, 30 dicembre 2004) durante la lunga campagna elettorale che ho
portato alla vittoria della coalizione di centro-sinistra nell’aprile 2006.
2.5 Il cda RAI
La legge Gasparri
interviene anche nelle norme per la nomina del Consiglio
d’amministrazione della RAI (Art.20). Le novità hanno riportato il
cda sostanzialmente sotto il controllo del governo, tornando indietro di
trent’anni, alla situazione precedente ala legge n. 103 del 14 aprile 1975.
Questa situazione era stata denunciata da una sentenza della Corte
Costituzionale (n. 225 del 10 luglio 1979) a cui seguì la legge n. 103 del
1975. Questa legge aveva posto la RAI sotto il controllo del
Parlamento, espressione di tutte le forze politiche, istituendo una
Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi
radiotelevisivi che tra i vari compiti, nominava anche i membri del
Cda. Questa funzione fu affidata nel 1993 ai presidenti delle due
Camere.
Il risultato è una RAI
basata sulla lottizzazione, cioè sulla sua spartizione secondo il
peso dei partiti in Parlamento, legame funzionale a una concezione del
servizio pubblico come asservito alla politica e volto a creare
consenso. Una logica che regola anche l’assegnazione dei posti a
giornalisti, programmisti, ecc…
La Legge Maccanico
aveva ridimensionato ulteriormente l’influenza dell’esecutivo. La Legge
Gasparri invece affida a vari componenti del Governo il controllo della
RAI. Oltre a un grande peso sulle nomine del cda e del
presidente, il Governo interviene anche nel rilascio di alcuni titoli
abilitativi previsti dalla legge stessa(Art. 5).
3. Il
caso di Eruopa7
Nel contesto della Legge
Gasparri e della situazione televisiva italiana si inserisce anche il
caso di Europa7. Si tratta di un’emittente televisiva che nel 1999
ottenne dallo Stato una concessione tv a livello nazionale ma che tuttora si
trova impossibilitata a trasmettere sul territorio nazionale. Europa7
ha il diritto di trasmettere sulle frequenze di Rete 4, che ha perso
la gara e il questo diritto. Già nel 1999 viene impedito alla televisione di
proprietà dell’imprenditore Francesco Di Stefano di iniziare
le trasmissioni. La sentenza n. 466 del 2002 della Corte Costituzionale
ribadisce
che nessuna emittente può possedere più di due reti. Europa7 quindi
si prepara a trasmettere sulle frequenze che si libereranno secondo le
indicazioni della sentenza.
Ma poi fu la volta del
decreto salvareti e della Legge Gasparri. Ad oggi la situazione
dell’emittente è bloccata, nonostante essa disponga di tutte le strutture
per iniziare la propria attività (nel 1999 aveva dato avvio anche un piano
di assunzioni di 700 dipendenti).
Dopo la sentenza favorevole
per Europa7 del Consiglio di Stato, si attende il pronunciamento
della Corte di Giustizia Europea previsto per queste settimane.
3.1 Il decreto salvareti
In seguito al rinvio alle
Camere del ddl Gasparri da parte della Presidenza della Repubblica,
il Governo intervenne con un decreto legge (n. 352 del 24 dicembre 2003) per
evitare che un canale di proprietà di Mediaset dovesse cessare le
trasmissioni sulla televisione proprio entro il 31 dicembre 2003, attuando
le norme antitrust istituite dalla Legge Maccanico e la sentenza n.
466 del 2002 della Corte Costituzionale. Il ddl Gasparri conteneva la
chiave per aggirare questa sentenza e permettere di trasmettere anche alle
emittenti senza concessioni. Lo stop di Ciampi quindi costituiva un
serio pericolo per Mediaset. Il decreto legge, che sarà convertito in
legge il 20 febbraio 2004, prevedeva disposizione anche riguardanti la
RAI. La sentenza della Corte Costituzionale aveva intimato infatti anche
la cessazione della pubblicità sulla terza rete del servizio pubblico.
Il decreto commissionava
all’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni un esame
dell’offerta dei programmi televisivi del digitale terrestre e sulla sua
diffusione sul territorio nazionale.
4. Critiche e contestazioni verso la Legge Gasparri
Il 19 luglio 2006 la
Commissione Europea ha inviato al nostro paese una lettera di avviso
formale, dopo aver riscontrato anomalie nella Legge Gasparri relative
alla violazione delle norme europee sulla concorrenza nel passaggio al
digitale terrestre. Si è aperta così una procedura di infrazione partita
dal basso, l’intervento della Commissione è stato infatti invocato
dall’associazione di consumatori Altroconsumo nel giugno 2005.
Molto importanti sono state
anche le proteste e le proposte dei cittadini. Tra queste spicca
l’iniziativa Per un’altra tv, che formula una proposta di legge di
iniziativa popolare per la riforma del settore televisivo. Sono state
raccolte 53 mila firme autenticate, anche grazie all’impegno attivo di
intellettuali e uomini dello spettacolo. In prima linea il giornalista Marco
Travaglio, Moni Ovadia, Sabina Guzzanti, ecc… L’11 luglio 2006 una
rappresentanza del comitato Per un’altra Tv ha incontrato il Ministro
Gentiloni per discutere la proposta. Per un’altra tv prende in
considerazione tutte le gravi anomalie del sistema televisivo italiano
proponendo soluzioni definitive, ispirate alle best practices
straniere (a partire dalla totale indipendenza dalla politica dei canali
pubblici tedeschi)
5. Più informazione, più libera: Il programma dell’Unione e
l’assetto televisivo
Nel vasto programma di
governo che l’Unione ha presentato agli elettori in vista delle elezioni
2006, la penultima sezione è dedicata al panorama dell’informazione e della
comunicazione. È stato uno dei temi più caldi della campagna elettorale che,
a sua volta, si è svolta sugli schermi televisivi.
Sei pagine che affrontano
tre temi non ulteriormente rinviabili nell’agenda di governo del nostro
paese: “Il diritto a comunicare e ad essere informati”, “I nuovi media e
l’innovazione”, “L’assetto della Rai e del servizio pubblico”.
Il testo è composto da una
pars costruens e da una pars destruens, in cui si denuncia
l’effetto deleterio sul pluralismo e la libertà di informazione del governo
Berlusconi, causato dal conflitto d’interessi e dalla Legge
Gasparri. In particolare si attacca il SIC, che dovrà essere
sostituito da un sistema serio volto a contrastare i monopoli e la
concentrazione. Viene riaffermata inoltre la necessità di una riforma della
par condicio e di una normativa sul conflitto di interessi che
preveda “misure di incompatibilità per chi esercita un’influenza rilevante
nella proprietà o nella gestione delle imprese editoriali, televisive o
comunque coinvolte nell’informazione”,
legge di cui da sempre si recrimina la mancata stesura durante gli anni dei
governi di centro-sinistra, e di cui è inaccettabile quella varata dal
governo Berlusconi nel 2004. Si prevede una riforma del sistema di
rilevamento dell’auditel, una regolamentazione dell’utilizzo delle
frequenze, una maggiore attenzione verso le emittenti locali.
Per quanto riguarda
specificatamente la RAI, si ribadisce la sua natura di servizio
pubblico che la distingue dalle televisioni commerciali per la sua
attenzione verso “il soddisfacimento delle esigenze democratiche, sociali e
culturali e quale garanzia di pluralismo, incluse le diversità culturali e
linguistiche”.
Non negando comunque la componente della RAI ormai vicina alla tv
commerciale. Proseguendo quindi la strada indicata da Prodi
nell’intervento sul Corriere della Sera del dicembre 2006, si prevede
una divisione tra i due compiti che la RAI è chiamata a svolgere.
Quindi una maggior indipendenza del servizio pubblico dalle logiche
pubblicitarie e del mercato. Il tutto improntato al rispetto del principio
della qualità. Nel programma si parla anche di una nuova
regolamentazione del mercato pubblicitario e dei criteri di nomina dei
vertici dell’azienda.
È un programma coraggioso e
giusto. Ma intristisce constatare quanto assomiglia alla tesi 51 del
programma con cui Prodi si presentò alle elezioni nel 1996. Si parla
già della rottura del duopolio RAI-Finivest, si parla della cessione
di una rete per emittente, dell’apertura a nuovi operatori. Ovviamente non
manca la promessa di una RAI libera dai partiti.
Promesse che risalgono
esattamente a dieci anni fa. Rimarrà ancora tutto uguale?
6. La riforma Gentiloni
Il 12 ottobre 2006 il
Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge proposto dal
Ministro della Comunicazione Paolo Gentiloni. Nei prossimi
mesi la legge dovrà essere approvata da Camera e Senato. L’iter parlamentare
della legge si preannuncia molto difficoltoso, trattandosi di una riforma ad
una delle leggi più care all’attuale opposizione. Nei giorni successivi
all’approvazione di palazzo Chigi, l’opposizione ha infatti usato parole
molto violente che hanno riconfermato il saldo legame che lega il suo capo a
Mediaset. Scrive infatti Giovanni Valentini su
Repubblica che la sua reazione “dimostra una volta di più che a dispetto
di tutte le dichiarazioni ufficiali l’azienda è sua, soltanto o soprattutto
sua”, paragonando l’uscita di Berlusconi (che ha definito il ddl un
atto di banditismo) ad un’autodenuncia.
Nella Relazione
illustrativa della legge il ministro Gentiloni afferma la non
prorogabile necessità di una riforma della Legge Gasparri, duramente
criticata da Corte Costituzionale, Autorità per le garanzie delle
comunicazioni e dalla Commissione Europea. È difficile quindi
considerare la riforma come una rappresaglia, una vendetta, o peggio un
atto di banditismo nei confronti dell’opposizione di Governo, poiché
rispecchia le indicazioni delle sentenze della Corte Costituzionale e delle
altre autorità. Nel complesso la proposta di Gentiloni è stata
giudicata fin troppo moderata da molti osservatori, soltanto un primo passo
per indirizzare l’Italia verso i modelli europei ed il rispetto delle norme
europee.
Vengono individuati due
campi di intervento prioritari: l’assetto oligopolistico del sistema
e la situazione largamente compromessa dello spettro frequenziale.
Nello specifico il disegno di legge si propone di normale il campo nel
complesso momento del passaggio alla tecnologia digitale, anche in
adempimento del richiamo della Commissione Europea del luglio 2006.
6.1 Pubblicità e lotta
al duopolio
Si pone un tetto del 45% di
ricavi pubblicitari nel settore televisivo per singolo soggetto (Art.2 comma
1). La Legge Gasparri si esprimeva in modo molto vago in questo
senso. Veniva interdetta infatti una generica posizione dominante nei
singoli mercati della comunicazione (e quindi anche in quello televisivo)
che compongono il SIC.
All’Autorità per le
garanzie nelle comunicazioni è affidato il compito di controllare che
questa disposizione vanga rispettata (Art. 2 comma 2). Per chi supererà lo
sbarramento viene ridotta al 16% la percentuale di pubblicità nel complesso
di un’ora di trasmissione per l’anno successivo(Art. 2 comma 3). Le
telepromozioni vengono equiparate a tutti gli effetti alla pubblicità
(Art 2 comma 4 e 5).
È stato rilevato che il
tetto antitrust del 45% è troppo alto e le pene previste per chi lo sfora
poco severe. Ma è un primo passo, che porterà ad un ridimensionamento dello
strapotere in campo pubblicitario del maggior broadcaster,
Mediaset. L’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha
stimato che Mediaset controlla il 65% del mercato pubblicitario (il
40% solo l’ammiraglia Canale5, secondo la relazione Adex Nielsen),
con una grande incremento a partire dal 2001, anno dell’elezione di
Berlusconi alla Presidenza del Consiglio.
Le nuove norme previste dal
ddl Gentiloni per l’assetto pubblicitario sono state oggetto di
un’attenta analisi da parte della It Media Consulting, che ha
riscontrato che gli effetti combinati della legge cambieranno di poco lo
stato attuale delle cose. Lo studio ha calcolato che le perdite per
Mediaset saranno minime, sia nel fatturato sia nella percentuale di
mercato pubblicitario controllato. Anche la RAI subirà un modesto
ridimensionamento, mentre agli altri operatori (Sky e Telecom)
avranno una crescita nell’ordine di un punto percentuale. Le nuove emittenti
dovranno spartirsi le risorse rimanenti.
Il SIC, che aveva
una funziona antitrust, viene abbandonato. È sostituito dal settore delle
comunicazioni, che dovrebbe avere un valore complessivo intorno ai 18
miliardi di euro.
6.2 Le frequenze e il
digitale terrestre
I soggetti titolari di più
di due emittenti televisive devono presentare entro tre mesi
dall’approvazione della legge un programma per il trasferimento delle reti
in eccesso sul digitale terrestre (Art. 3 coma 2). Entro 12 mesi
dalla presentazione del progetto all’Autorità per le garanzie nelle
comunicazioni deve avvenire il passaggio sulle frequenze terrestri in
tecnologia digitale (Art. 3 comma 4). Le frequenze così liberate tornano
nelle mani del Ministero che si impegna a rassegnarle in una logica di
apertura del mercato a nuovi soggetti (Art. 3 comma 5 e 6). Verranno
restituite anche le frequenze in soprannumero dei grandi broadcaster. Viene
quindi radicalmente rivisto uno dei settori più discutibili della Legge
Gasparri che oltre a condonare (gratis) occupazioni abusive di
frequenze, ha trasferito in silenzio il dominio del duopolio dalla tecnica
analogia al digitale
.
È stato rilevato però che
la Riforma Gentiloni è poco chiara su questo punto poiché non
stabilisce in modo preciso cosa si intenda per frequenze ridondanti.
Viene fissata la data del
30 novembre 2012 per il completo passaggio al digitale. A partire da tale
data, inoltre, la fornitura dei contenuti e l’operatore di rete non potranno
più identificarsi nelle medesima società (Art. 3 comma 7). Per rispetto dei
principi del pluralismo e della concorrenza, sempre a partire dal dicembre
2008, viene posto un limite del 20% alla capacità di trasmissione
utilizzabile da ciascun fornitore di contenuti. Quindi RAI,
Mediaset e Telecom dovranno restituire le frequenze in eccesso
acquistate a partire dl 2001 sul digitale terrestre.
6.3 Nuova Auditel
L’articolo 4 si occupa di
ridefinire le modalità di rilevamento dei dati di ascolto.
Questo settore era portatore di un’altra grave anomalia italiana. Era
infatti quasi completamente sotto il controllo dei duopolisti RAI e
Mediaset. I nuovi criteri assicureranno una rappresentanza di tutti
gli operatori ed anche delle associazioni dei consumatori. È stato
preannunciato un decreto legislativo per definire i compiti dell’Autorità
Garante delle comunicazioni in materia di rilevamento degli indici di
ascolto (Art.4). Il Ministro Gentiloni ha anche parlato della
sperimentazione di nuove tecnologie per il rilevamento dei dati di ascolto.
Sono previste pesanti
sanzioni per chi tenta di manipolare i dati, compresa la reclusione
da uno a sei anni. Per quanto concerne strettamente la televisione privata,
il Ministro prevede lo studio di strumenti per rilevare il valore
pubblico, in base al criterio della qualità.
6.4 La RAI
Viene bloccata la
privatizzazione della RAI e la sua quotazione in borsa. Per
questo complesso problema il Ministro ha affermato che opererà in due fasi.
Entro novembre verranno sottoposto al confronto pubblico le linee guida, per
poi passare alla proposta di un disegno di legge al Consiglio dei Ministri.
Sarà un nuovo disegno di legge ad occuparsi della televisione pubblica. Il
Ministro Gentiloni ha indicato le linee guida nell’affrontare il nodo
RAI in “una maggiore autonomia ed evitare lottizzazioni
sempre meno accettabili”.
Si guarda alle televisione
pubbliche straniere, alla Bbc, al modello tedesco ma anche alla riforma
televisiva operata da Zapatero in Spagna, in particolare per
quanto riguarda la nomina del cda. Il Ministro prevede la selezione
di personalità di provata esperienza nel campo, che dovranno essere poi
elette da una maggioranza qualificata del Parlamento.
7. Il conflitto di interessi
In un’intervista al
Corriere della Sera di poco successiva all’approvazione del ddl
Gentiloni,
il vicepremier Massimo D’Alema ha ribadito la necessità di
occuparsi del conflitto di interessi, giustificando la mancanza di
questo importante punto nella Riforma Gentiloni con un non
possiamo fare tutto insieme. Ma ogni timore è legittimo, vista
l’incapacità di operare in questo senso mostrata nelle precedenti
legislature di centro-sinistra.
Il Ministro Gentiloni
era andato oltre qualche mese fa, affermando che una nuova legge sul
conflitto d’interessi sarebbe dovuta nascere in parallelo con la riforma
del sistema televisivo.
Nel programma dell’Unione
si caldeggia la soluzione del blind trust. La sua inefficacia nel
settore televisivo è stata dimostrata da più parti e sintetizzata da
Marco Travaglio nella formula Il fondo sarà anche cieco, ma le
sue tv e i suoi giornali ci vedono benissimo. Il blind trust
consiste nell’affidare la gestione del pacchetto azionario del socio che si
troverebbe in una situazione di conflitto di interessi, ad un fondo
cieco. In questo modo il proprietario non può intervenire nella gestione. Ma
nel caso in questione il problema è più grave, non solo economico. Infatti
le televisioni riconosceranno ancora il loro proprietario e,
presumibilmente, lo appoggeranno e sosterranno.
Inoltre si pensa sia
sufficiente parlare di conflitto di interessi solo nel caso di una
nomina al Governo, senza cogliere la gravità della situazione anche nel caso
che l’interessato sieda nei banchi dell’opposizione.
8.
Bibliografia
Popper Karl R., a cura di
Giancarlo Borsetti, “Cattiva maestra televisione”, Marsilio
Per il bene d’Italia.
Programma di governo 2006-2011
La televisione in Europa:
regolamentazione, politiche e indipendenza
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Gentiloni Paolo in Il ministro disse, “Prima”, n. 366, ottobre
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Lopapa Carmelo, Casini: “Rai uno va privatizzata”, “La Repubblica”,
16 ottobre 2006
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Travaglio Marco, È già ieri, “L’Unità”, 12 ottobre 2006
Travaglio Marco, Tv, vince sempre il Caimano, “MicroMega”, n.7, 13
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Valentini Giovanni, La televisione e il peccato originale, “La
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Siti internet:
www.articolo21.it
www.comunicazioni.it
www.lalente.net
www.lavoce.info
www.perunaltratv.it