Nel
quarantesimo “Rapporto annuale sulla situazione
sociale del Paese” del Censis, ha un posto
fondamentale l’analisi del mondo della
comunicazione. Il Censis ha condotto attente
indagini sul modo e i motivi dell’informarsi degli
italiani nel 2006, ponendoli a confronto con quelli
dei concittadini del resto d’Europa. Anche in
quest’analisi si è dimostrata un’anomalia italiana:
il dominio incontrastato della televisione, e in
particolare della televisione tradizionale
(analogica terrestre). Un dato preoccupante se si
considera la situazione di un sistema televisivo
dominato da conflitto d’interessi, lottizzazioni,
bassissima qualità, ecc…
Innanzitutto nel nostro paese è molto alta la
percentuale di utenti mono-mediali. Cioè di
coloro che si affidano ad unico mezzo di
comunicazione (sia esso la televisione, la radio,
Internet, ecc…). Siamo al 47%, percentuale molto
simile a quella della Francia, ma molto superiore ad
altri paesi europei come Spagna (38,7%), Germania
(32,3%) e Gran Bretagna (25,1%). In Italia, insomma,
gli utenti multi-mediali sono poco più della
metà della popolazione (53%).
Il
rapporto 2006 registra comunque un forte
miglioramento rispetto agli anni passati. Rispetto
al 2005 c’è stato il superamento dei multi-mediali
(che nel 2005 erano, appunto, al 49,6%). Cioè è
dovuto, secondo il Censis, soprattutto alle fasce
più giovani e a quelle con un livello d’istruzione
più elevato.
Gli utenti
mono-mediali e gran parte degli utenti multi-mediali
si concentrano soprattutto sulla televisione.
Ciò avviene anche nel resto d’Europa ma con
un’importante differenza. Se infatti negli altri
Paesi è molto vasto il pubblico televisivo (anche
superiore a quello italiano), sono molto diffusi
anche gli altri media. Così se la Gran Bretagna
appare essere il Paese in cui si è registrato l’uso
maggiore della televisione (97% della popolazione),
la radio è un media importante per l’80% della
popolazione (contro il 63,5% italiano), i quotidiani
per il 77,9% (in Italia 59,1%), Internet per il
61,4% (in Italia siamo ancora ad un misero 37,6%), e
via dicendo.
Quindi in
sostanza nella maggior parte dei Paesi europei di
riferimento esistono almeno quattro o cinque
mezzi di comunicazione che possono considerarsi di
massa. In Italia invece domina incontrastata la
televisione.
Il
pubblico della televisione italiana è il 94,4%
della popolazione (inferiore a Spagna e Gran
Bretagna, nettamente superiore a Francia 86,5% e
Germania82,8%). Ma il dato è ancor più allarmante se
si considera come questo pubblico ha accesso alle
varie piattaforme televisive.
Il
satellite è al 16,7% (contro il 22,7 della
Germania e il 29% della Gran Bretagna, superiore a
Francia e Spagna). Il digitale terrestre al
6,6% (in Gran Bretagna è già un realtà consolidata
con il 24,7%). La tv via cavo, che negli
altri Paesi ha una relativa importanza (anche in
questo caso molto marcata in Gran Bretagna), in
Italia ha un’utenza del 0,6%.
Quindi la
maggior parte della popolazione italiana è utente
della televisione tradizionale: il 72% della
popolazione vede solo e unicamente i programmi della
televisione tradizionale, cioè la televisione
analogica terrestre. E quest’ultima è costituita
sostanzialmente dalle tre reti Rai, da Mediaset e da
La7. Quindi mentre i cittadini di Gran Bretagna,
Francia, Spagna e Germania utilizzano decine e
decine di canali sull’analogico, sul digitale, sul
satellite, ecc… in Italia si registra lo stradominio
di 7 canali: il 72% della popolazione vede
praticamente solo sette canali.
È
interessante che il rilevamento Censis ha registrato
che gli italiani si rivolgono ai media in primo
luogo per informarsi e approfondire. Ma è
stato anche sottolineato che informarsi viene inteso
come “sapere delle cose su qualunque argomento”.
Comprende quindi anche gossip, informazioni
autoreferenziali sulla televisione stessa, ecc…
Interessante è anche l’aumento della percentuale di
italiani che leggono almeno un libro
all’anno. Per la prima volta si è superata la metà
della popolazione (55,3%). In questa crescita ha
giocato un ruolo fondamentale la vendita di libri
insieme ai quotidiani nelle edicole. Tutta via solo
il 48,7% della popolazione ha acquistato almeno un
libro nel 2006.
Lontanissimi però anche in questo caso dalle medie
europee. Al primo posto la Gran Bretagna, dove il
75% della popolazione ha letto almeno un libro. In
Germania il 72,6%, in Spagna il 68%. In Francia il
62%.
Questo
dato però viene analizzato con molta attenzione dal
Censis. L’analisi ha messo in luce che questo
deficit è da ricondurre ad alcuni settori in
particolare del mercato librario. È interessante che
“non siamo secondi a nessuno nel consumo di
letteratura di qualità e di attualità”. I classici
vengono acquistati in Italia da una percentuale
della popolazione che supera di gran lunga quella
della Gran Bretagna e della Spagna, e quasi
equivalente a quella di Francia e Germania. Stessa
cosa per la narrativa contemporanea. Anche i romanzi
d’amore e i polizieschi sono nella media europea. La
situazione cambia se si volge lo sguardo a letture
storiche e biografiche, libri di avventura e di
viaggio, fantascienza e letteratura comica e
soprattutto per quanto riguarda pubblicazioni
scientifiche, psicologiche e religiose. Il gap
maggiore si registra per la manualistica e per le
guide turistiche.
Il
fenomeno quindi deve essere letto in modo diverso
dalla tradizionale immagine degli italiani che
leggono poco o nulla rispetto ai vicini europei.
Secondo il Censis in Italia manca una concezione del
libro come strumento utile, mezzo per acquisire
informazioni “pratiche”.
Infine il
Censis si concentra sui Quotidiani
affermando, innanzitutto che è oramai difficile
identificare in modo preciso i quotidiani. Non si
possono più considerare tali solo i tradizionali
giornali cartacei che si acquistano in edicola.
Assumono sempre più importanza la free press,
le edizioni on-line dei quotidiani più importanti, i
portali di informazioni on-line. L’informazione
giornalistica, inoltre, viaggia anche attraverso la
radio e i cellulari.
5 febbraio
2007