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Il caso cinese e la censura su Internet
di Tommaso Martini

Il dibattito sul rapporto tra Internet e informazione, pluralismo e democrazia (Seconda parte).

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Su scala mondiale è risaputo che Internet in molte parti del mondo è vittima di censure governative molto pesanti. Uno studio recente realizzato da Open Initiative[1] ha messo in luce che è la Cina il paese dove il controllo su Internet è più forte e capillare. Migliaia di dipendenti del governo hanno a disposizioni tecnologie avanzatissime che permettono di controllare costantemente blog, forum di discussione, siti internet, alla ricerca di interventi e opinioni non allineate che potrebbero scalfire l’informazione di stato. Nel 2006, riporta il rapporto di Open Initiative, almeno otto persone sono state arrestate per aver espresso il proprio dissenso sulla rete[2], mentre un numero maggiore è stato imprigionato anche in base a spionaggio del contenuto delle proprie e-mail. Per una politica che vuole impedire la nascita di un’opinione pubblica, 21 milioni di blog (dati del 2006) sono una potenziale minaccia così forte che sono stati disposti i mezzi più diversi per arginarla e controllarla. Esistono dei regolamenti molto severi che definiscono i contenuti sovversivi e illegali. In base a queste regole nell’ottobre del 2006, ad esempio, è stato chiuso il forum “Shiji Zhongguo” (“Secolo Cina”) con 30mila utenti, legato all’Università di Hong Kong, ma il numero di blog e siti chiusi dalle autorità è elevatissimo e difficile da calcolare, poiché viene imposta la censura anche su queste operazioni di “pulizia”. Uno dei sistemi di blocco sviluppati in Cina consiste nell’impedire automaticamente l’accesso a siti internet (soprattutto stranieri) che contengono nel proprio URL parole che potrebbero indicare un contenuto “sovversivo”. L’accesso al web è controllato da sette provider che sono strettamente legate al Ministero dell’Industria dell’informazione. Le restrizioni imposte da ognuno di essi sono diverse, China Telecom, ad esempio, preclude l’accesso alla versione cinese di Wikipedia. Altri invece bloccano il sito della BBC, la stessa sorte tocca al sito “Radio Free Asia”, da alcuni vietato in blocco, da altri censurato solo per quanto riguarda l’accessibilità della sezione dedicata al Tibet. Ovviamente i filtri del governo cinese si fanno severissimi nell’impedire l’accesso a siti che sostengono la causa del Tibet o siti taiwanesi e nordcoreani. A queste campagne si associa anche una forte azione di indottrinamento nel tentativo di far sì che la percentuale sempre crescente di cinesi con accesso al web (nel 2006 erano poco più del 10% della popolazione[3]) lo utilizzi in modo inoffensivo verso il governo.

      Open Initiative ha realizzato una mappa individuando i paesi in cui vengono attuati dei forti controlli su Internet relativi a contenuti politici, cioè «Content that expresses views in opposition to those of the current government, or is related to human rights, freedom of expression, minority rights, and religious movements» [Contenuti che esprimono visioni in opposizione a quelle del governo in carica, o sono legate ai diritti umani, alla libertà di espressione, ai diritti delle minoranze e a movimenti religiosi].

 

Tratto dal sito di Open Initiative vai alla pagina principale

 La mappa mette in evidenza che controlli forti come quelli cinesi si possono ritrovare in molti altri paesi, soprattutto asiatici, come la Birmania, il Vietnam, l’Iran la Siria e in Tunisia. Mentre sono numerosi gli stati sui quali non è possibile raccogliere materiale certo sulla politica censoria nei confronti della rete. Ma anche altri paesi in cui il livello di filtraggio è segnalato come “selettivo” o “sostanziale” hanno politiche durissime. Risale a pochi mesi fa il caso del blackout di Youtube. Per alcune ore in tutto il mondo uno dei siti più visitati è rimasto fuori uso nello sgomento dei suoi gestori che sono riusciti ad individuare la falla che ne aveva causato il blocco in Pakistan. Le responsabilità sono state ricondotte alla Pakistan Telecom e all’Internet service provider pakistana PCCW che, su ordine del governo di Islamabad, avevo cercato di filtrare l’accesso al sito per gli utenti pakistani. La volontà era quella di censurare il materiale anti-islamico presente tra le centinaia di migliaia di video liberamente caricati dagli utenti di tutto il mondo su Youtube. Il blocco al sito è stato rimosso dalle autorità pakistane nel giro di poche ore, dopo la rimozione di alcuni video considerati offensivi.

Tommaso Martini tommasomartini@sindromedistendhal.com

15  giugno 2008

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[1] OpenNet Initiative, “Access denied The Practice and Policy of Global Internet Filtering”, Country profiles: China, 9 maggio 2007 ( leggi il rapporto )

[2] "Cyber-dissident gets three-year sentence on day French president arrives”, Reporters without borders, 25 ottobre 2006 (leggi l'articolo)

[3] China Internet Network Information Center, Nineteenth Statistical Report on the Development of the Internet in China, issued January 23, 2007 (in Chinese). Cit. in OpenNet Initiative, “Access denied The Practice and Policy of Global Internet Filtering”, Country profiles: China, 9 maggio 2007


 
 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola