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Su scala mondiale
è risaputo che Internet in molte parti del mondo è vittima
di censure governative molto pesanti. Uno studio recente
realizzato da Open Initiative
ha messo in luce che è la Cina il paese dove il controllo su
Internet è più forte e capillare. Migliaia di dipendenti del
governo hanno a disposizioni tecnologie avanzatissime che
permettono di controllare costantemente blog, forum di
discussione, siti internet, alla ricerca di interventi e
opinioni non allineate che potrebbero scalfire
l’informazione di stato. Nel 2006, riporta il rapporto di
Open Initiative, almeno otto persone sono state arrestate
per aver espresso il proprio dissenso sulla rete,
mentre un numero maggiore è stato imprigionato anche in base
a spionaggio del contenuto delle proprie e-mail. Per una
politica che vuole impedire la nascita di un’opinione
pubblica, 21 milioni di blog (dati del 2006) sono una
potenziale minaccia così forte che sono stati disposti i
mezzi più diversi per arginarla e controllarla. Esistono dei
regolamenti molto severi che definiscono i contenuti
sovversivi e illegali. In base a queste regole nell’ottobre
del 2006, ad esempio, è stato chiuso il forum “Shiji
Zhongguo” (“Secolo Cina”) con 30mila utenti, legato
all’Università di Hong Kong, ma il numero di blog e siti
chiusi dalle autorità è elevatissimo e difficile da
calcolare, poiché viene imposta la censura anche su queste
operazioni di “pulizia”. Uno dei sistemi di blocco
sviluppati in Cina consiste nell’impedire automaticamente
l’accesso a siti internet (soprattutto stranieri) che
contengono nel proprio URL parole che potrebbero indicare un
contenuto “sovversivo”. L’accesso al web è controllato da
sette provider che sono strettamente legate al
Ministero dell’Industria dell’informazione. Le restrizioni
imposte da ognuno di essi sono diverse, China Telecom, ad
esempio, preclude l’accesso alla versione cinese di
Wikipedia. Altri invece bloccano il sito della BBC, la
stessa sorte tocca al sito “Radio Free Asia”, da alcuni
vietato in blocco, da altri censurato solo per quanto
riguarda l’accessibilità della sezione dedicata al Tibet.
Ovviamente i filtri del governo cinese si fanno severissimi
nell’impedire l’accesso a siti che sostengono la causa del
Tibet o siti taiwanesi e nordcoreani. A queste campagne si
associa anche una forte azione di indottrinamento nel
tentativo di far sì che la percentuale sempre crescente di
cinesi con accesso al web (nel 2006 erano poco più del 10%
della popolazione)
lo utilizzi in modo inoffensivo verso il governo.
Open
Initiative ha realizzato una mappa individuando i paesi in
cui vengono attuati dei forti controlli su Internet relativi
a contenuti politici, cioè «Content that expresses views
in opposition to those of the current government, or is
related to human rights, freedom of expression, minority
rights, and religious movements» [Contenuti che
esprimono visioni in opposizione a quelle del governo in
carica, o sono legate ai diritti umani, alla libertà di
espressione, ai diritti delle minoranze e a movimenti
religiosi].

Tratto dal sito di
Open Initiative
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La mappa mette in
evidenza che controlli forti come quelli cinesi si possono
ritrovare in molti altri paesi, soprattutto asiatici, come
la Birmania, il Vietnam, l’Iran la Siria e in Tunisia.
Mentre sono numerosi gli stati sui quali non è possibile
raccogliere materiale certo sulla politica censoria nei
confronti della rete. Ma anche altri paesi in cui il livello
di filtraggio è segnalato come “selettivo” o “sostanziale”
hanno politiche durissime. Risale a pochi mesi fa il caso
del blackout di Youtube. Per alcune ore in tutto il mondo
uno dei siti più visitati è rimasto fuori uso nello sgomento
dei suoi gestori che sono riusciti ad individuare la falla
che ne aveva causato il blocco in Pakistan. Le
responsabilità sono state ricondotte alla Pakistan Telecom e
all’Internet service provider pakistana PCCW che, su ordine
del governo di Islamabad, avevo cercato di filtrare
l’accesso al sito per gli utenti pakistani. La volontà era
quella di censurare il materiale anti-islamico presente tra
le centinaia di migliaia di video liberamente caricati dagli
utenti di tutto il mondo su Youtube. Il blocco al sito è
stato rimosso dalle autorità pakistane nel giro di poche
ore, dopo la rimozione di alcuni video considerati
offensivi.
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