Il
digital divide
nella
Network Society
Anche nei paesi industrializzati il digital divide
si configura in due modi. Da una parte, appunto, la mancanza
o l’arretratezza delle tecnologie, dall’altra la mancanza di
un’alfabetizzazione diffusa in materia. Ciò che si intende
per digital divide nella Network Society varia molto
dalla prospettiva di osservazione.
Nel corso del New York Media Summit 2008, Shelly
Palmer, uno dei guru americani di Internet e dei new media,
ha sottolineato l’arretratezza degli Stati Uniti, visti
molto spesso come il massimo livello di avanguardia in
Italia, per quanto riguarda le connessioni a banda larga.
Palmer, affermando che «più Mb hai più successo economico
hai» ha sostenuto che gli USA potrebbero competere con
le nuove tigri orientali solo a fronte di uno sviluppo delle
tecnologie informatiche. Ha ricordato come in Corea del Sud
si possa accedere a Internet con connessioni a 100Mb/s. E
all’accesso alla rete è legato non solo il successo
culturale ma anche la formazione, le opportunità di lavoro,
di espressione. Proprio per questo dovrebbero essere
stabiliti, secondo Palmer, dei “digital rights”
fondamentali che come gli altri diritti tutelati dagli
Stati, siano assicurati all’individuo fin dalla sua nascita.
L’America che riflette sul proprio digital
divide può sembrare una contraddizione, visto la
situazione assolutamente migliore degli Stati Uniti rispetto
a gran parte dei paesi europei e dell’Italia. Il 71% degli
americani ha accesso a Internet e quasi 70milioni di utenti
hanno accesso alla banda larga.
Il
digital divide
in Italia
Venendo al nostro Paese è evidente una situazione in cui il
digital divide è molto forte. Il rapporto Assiform
2008 ha messo in evidenza che il 93% della popolazione
italiana potrebbe potenzialmente usufruire della banda
larga. Rimangono esclusi la maggior parte dei comuni rurali
dove comunque, tramite la tradizionale linea telefonica, è
assicurato l’accesso “lento” alla rete. Un dato inferiore
rispetto agi altri Pesi dell’Unione Europea (98% in
Francia), ma comunque molto elevato. Questo dato però
diventa meno confortante se si considera che esistono solo
10 milioni di linee Adsl funzionanti in Italia.
Di queste, però, sono poche e concentrate nelle grandi
città, le connessioni abbastanza veloci da permettere di
usufruire appieno dell’offerta multimediale di Internet:
televisione, filmati, audio, ecc… E anche nel futuro
l’Italia rischia di rimanere il fanalino di coda d’Europa.
Le nuove tecnologie che si stanno diffondendo all’estero,
come il Wi-Max e l’Ngn (Next generation network) sono
ancora a uno stadio embrionale di sviluppo nel nostro Paese.
Davanti a un mondo industrializzato che pone sempre più al
centro le nuove tecnologie e l’ICT (Information and
Comunication Technology) negli ultimi anni si è registrato
un calo negli investimenti pubblici in questo settore. Basti
pensare che il Giappone nello sviluppo di reti Ngn, cioè la
fibra ottica, ha investito negli ultimi anni 50 miliardi di
dollari. Sul campo del WiMax, una tecnologia che permette la
connessione a Internet senza fili e ad alta velocità (fino
ai 70Mb), l’Italia si è mossa per ultima in Europa. L’asta
di assegnazione delle frequenze si è conclusa in febbraio e
si sta ancora attendo la presentazione dei piani di sviluppo
da parte dei soggetti vincitori. In questo panorama sembrano
fortemente a rischio i digital rights in Italia.
Ma in realtà il vero problema italiano non risiede
nelle tecnologie e nella loro diffusione, ma in un’utenza
internet tra le meno numerose e assidue in Europa. Lo ha
messo ancora una volta in evidenza il XLI Rapporto annuale
sulla situazione sociale del Paese
del Censis secondo il quale meno della metà degli italiani
utilizzano Internet (45,3%), un dato che ci colloca al
diciottesimo posto in Europa. Ma solo il 38,3% è considerato
“utente abituale”, una dicitura che indica comunque utenti
che si connettono almeno 3 volte a settimana in Internet,
quindi anche utenti che hanno uno scarso rapporto con
Internet.
E questi dati sono in gran parte determinati dalla
familiarità con i nuovi media dei giovani e dei giovani
adulti, come ha registrato il Settimo rapporto sulla
comunicazione presentato dal Censis a inizio giugno, che si
occupa proprio di “Evoluzione delle diete mediatiche
giovanili in Italia e in Europa”.
Il digital divide si esprime anche nel fatto
che tra gli utenti abituali di Internet la maggior parte
sono uomini ( il 44,9% degli uomini contro il 32% delle
donne), giovani (il 68,3% dei giovani tra i 24 e i 29 anni,
il 38,6 degli adulti e il 10,3 degli over 65) e con un
livello di istruzione medio-alto.
Secondo il rapporto Istat sulla diffusione e
l'utilizzo delle tecnologie dell'informazione e della
comunicazione nella società italiana 2007, solo il 47,8
delle famiglie italiane dispone di un computer in casa.
Né la ricerca Istat né quella condotta del Censis
cercano di fotografare gli “utenti forti” della rete, quelli
che effettivamente utilizzano Internet per un tempo e in una
modalità tale da influenzare sensibilmente la loro vita. Il
digital divide si esprime infatti anche in termini
qualitativi. Considerare utenti abituali coloro che si
connettono alla rete solo tre volte alla settimana, esclude
dalle statistiche una riflessione attenta su una componente
degli utenti quantitativamente secondaria ma
qualitativamente importante: coloro che si connettono
quotidianamente per sfruttare al massimo le potenzialità
della rete: informarsi, studiare, comunicare, acquistare
beni e servizi, svagarsi, intrattenere rapporti sociali e,
infine, creare contenuti della rete stessa. Nelle analisi
dello scenario internet italiano del 2007, la Nielsen Online
si è occupata più specificatamente delle abitudini degli
utenti internet. Questa indagine ha rilevato che solo il 61%
dei navigatori italiani sono coinvolti nel Web 2.0. Ancora
meno gli utenti internet che frequentano o possiedono un
blog, circa il 30%, 6,5 milioni di italiani.
Tommaso Martini
tommasomartini@sindromedistendhal.com
10 settembre
2008