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Liberi di fare informazione

di Edoardo Semmola (LeLente.net)

 

Interista a Loris Mazzetti del 24 gennaio 2005 per www.lalente.net

 

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Il libro nero della RAI

di Tommaso Martini

Da trent'anni in RAI, Loris Mazzetti racconta fatti e misfatti della televisione pubblica.

 


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Loris Mazzetti, regista e curatore de "Il fatto": "Enzo Biagi mi disse che la libertà è dentro di noi, non si può averla per decreto". Giornalismo. Ovvero: il diritto di informare e il potere di comunicare su grande scala il proprio pensiero. Il rapporto fra giornalismo e libertà (in questo caso: di espressione) passa dalle forche caudine della censura. Un tempo c'era la censura politica fascista, poi venne quella maggiormente legata al costume e alla morale, di fonte democristiana. E oggi? Oggi stiamo forse assistendo ad un'ulteriore evoluzione del fenomeno: una censura che ha nel potere mediatico del quasi totale monopolio personale dei mezzi di informazione il suo fulcro e la sua ragion d'essere.

Per chiarirci le idee circa la libertà di informazione nella televisione di oggi, del servizio pubblico innanzitutto, ci siamo rivolti a Loris Mazzetti. Dirigente Rai, giornalista, regista e curatore de "Il fatto" di Enzo Biagi, poi per un breve tempo "sospeso" dall'attività in Rai, oggi Mazzetti è passato dal primo al terzo canale del servizio pubblico televisivo, e attualmente cura il programma di Fabio Fazio "Che tempo che fa".

Buongiorno Mazzetti, parliamo di "libertà di espressione": come si pone un autore di programmi televisivi di informazione, per di più del servizio pubblico come lei, di fronte a queste parole?
Non ci eravamo mai posti questo problema in passato, insieme a Biagi e alla mia redazione. Abbiamo sempre pensato di fare il nostro lavoro e basta, da professionisti. Pensavamo che il pluralismo dell'informazione fosse qualcosa dentro di noi: non abbiamo mai tagliato, mai censurato, mai escluso qualcuno dal nostro programma. Invece abbiamo cominciato a pensarci quando ci hanno accusato di essere faziosi... Credo che persone al di sopra delle parti non esistano, tutti abbiamo un pensiero, delle idee, raccontiamo l'avvenimento come ci è presentato ma anche cosa noi pensiamo di quell'avvenimento.
Quando arrivarono gli editti bulgari (1) ci siamo chiesti "dove abbiamo sbagliato? Ritengo che l'incriminata intervista a Roberto Benigni sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in precedenza avevamo parlato della riforma della giustizia, del conflitto di interessi... Resta il fatto che i nostri programmi non erano "amici" di nessuno, non facevano l'interesse di nessun politico e di nessuna parte.
Tornando alla domanda, Enzo Biagi sostiene che la libertà è dentro di noi, non si può averla per decreto. Il vero problema è che certi avvenimenti, come recentemente è capitato a Report e allo spettacolo di Paolo Rossi, hanno creato in tanti una sorta di autocensura. Invece sono convinto che l'unica cosa che chi fa il nostro mestiere debba chiedersi è se sta facendo il proprio lavoro per bene.

Mezzo secolo fa "censura" significava, ad esempio, estromettere dalla Rai Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello per aver preso in giro il Presidente della Repubblica con la storia della sedia sottratta da sotto il sedere. E oggi: c'è ancora la censura? E che forme ha assunto?
Quelle forme di censura non esistono più, per fortuna. Ma pensiamo al programma di Paolo Rossi: non è stato censurato, qualcuno sostiene, per ragioni politiche, ma di linguaggio... per difendere la lingua italiana! Sappiamo benissimo che si tratta di una scusa, perché Paolo Rossi fa satira su Berlusconi... Il fatto è che oggi non si vuole una satira che vada a colpire determinati politici. Era quella, la satira contro il potere, che pagava, pensiamo a Noschese o, più recentemente, ai Guzzanti. La satira di oggi, che non si pone in contrapposizione con il potere, per esempio quella che fa il Bagaglino, invece non paga. Se pensiamo all'episodio del treppiede lanciato contro Berlusconi, e al "perdono concesso" dal Presidente del Consiglio all'autore del lancio, ricordo sempre Dario Fo quando diceva che il principe - riferendosi a Berlusconi - perdona sempre l'umile, ma mai il giullare, mai il poeta, mai colui che dice la verità.
Poi, credo che ci dobbiamo preoccupare quando la satira si sostituisce all'informazione, come è accaduto a Sabina Guzzanti con Raiot, perché l'informazione manca. Non impedendo questa falsa informazione, rischiamo di dare un'immagine deformata dell'Italia ai nostri cittadini.

Che sensazione ha provato il giorno dell'editto bulgaro di Berlusconi?
Con Enzo Biagi ci siamo detti che per noi era finita e che si chiudeva il famoso teorema : Berlusconi o ti compra o ti distrugge. Mi dispiace molto anche il fatto che in quell'occasione abbiamo avuto molta solidarietà da parte della gente, ma nessuna da parte dei colleghi delle altre testate. È significativo...

Lei è passato da Rai 1 a Rai 3: si sente più libero?
Eh beh... Diciamo che sento un'aria diversa. "Che tempo che fa" credo sia uno dei pochi luoghi di vera libertà all'interno della nostra azienda, che, in fondo, bisogna dirlo, più di tanto non ci rompe le scatole.

Enunciare diritti e libertà è cosa facile ed intuitiva. Spesso giornalisti e opinionisti riempiono pagine e pagine di enunciazioni, polemiche e accuse, da una parte e dall'altra, su "chi" e su "come" attenti alla libertà. Meno facile e meno praticato, ma spesso più utile, è invece l'uso di "definire" tali diritti e libertà, di dare loro un contenuto, e di conseguenza un parametro di valutazione per eventuali violazioni e attentati alla libertà stessa. Vorrei chiedere cosa significa secondo lei "libertà d'espressione": qual è il contenuto di questa enunciazione, quali i suoi limiti?
Con una parola o un'immagine si può distruggere una persona, questo va tenuto sempre presente: dobbiamo rispettare la sfera privata. Ma per quanto riguarda il resto abbiamo il dovere di dire ciò che succede... In questi anni sono stati lesi alcuni dei principi base della libertà, e se non hai gli strumenti per dirlo, cosa fai, vai in piazza e urli? Se domani il centrosinistra tornerà a governare, e lo spero per il bene del Paese, credo che dovrà dimostrare già in campagna elettorale che ci sono alcuni concetti su cui non si può discutere: innanzitutto la pace e la giustizia sociale, oltre alla libertà. È vero che questi sono enunciazioni di principi, ma pensiamo a come è nata la democrazia, all'antifascismo, alla Resistenza.

Come valuta la scelta del gruppo editoriale "L'Espresso" di acquistare una rete televisiva a diffusione nazionale? C'è il rischio che si vada a cristallizzare una bipolarizzazione anche in termini televisivi, senza vero pluralismo e con enormi barriere di ingresso nel mercato televisivo; oppure il fatto è positivo in sé?
Quando è nata La7 ho pensato: finalmente nasce un terzo polo. Invece così non è stato... No, lo valuto positivamente, solo che non credo alle dichiarazioni dell'editore, "facciamo una rete per i giovani, che parta dalla musica", credo che invece faranno una vera e propria televisione. Informazione vera, mi auguro, non di parte, corretta. La tv del gruppo L'Espresso ha tutte le premesse per diventare un'alternativa a quanto abbiamo oggi.

C'è differenza secondo lei fra Rai e Mediaset per quanto riguarda l'approccio di chi fa televisione ai problemi della libertà di espressione?
Non lo so, non ho mai lavorato a Mediaset, ma mi pare che anche là si vedano certe libertà, in programmi tipo Le Iene. Soprattutto a Mediaset non si vedono né si sentono tutte le polemiche che invece ci sono in Rai.

Il caso più eclatante di questo ultimo periodo è quello relativo a "L'Unità". Il giornale fondato da Antonio Gramsci è spesso nell'occhio del ciclone proprio per quanto riguarda questo punto: libertà di espressione e suoi limiti. Pensa che ci sia un "caso Unità"?
Il primo caso Unità nasce all'interno degli stessi Ds. Per il resto, non credo che ci sia un caso, credo che Furio Colombo e Antonio Padellaro stiano facendo il loro lavoro; è chiaro che non saranno mai invitati nel salotto di Bruno Vespa con Berlusconi seduto dall'altra parte.

Paolo Mieli, il 24 dicembre in un editoriale, ha scritto che "la libertà di stampa è un potere per contrapposizione". Se questa frase l'avesse scritta il direttore dell'Unità, o di un qualsiasi altro giornale schierato a sinistra, nessuno si sarebbe sorpreso: sarebbe apparso del tutto normale e naturale. Il fatto che l'abbia scritta il direttore del Corriere della Sera lascia pensare che davvero stiamo vivendo una stagione politica particolare, dove non è necessario essere di sinistra per essere indignati. Cosa ne pensa?
Paolo Mieli è un grande direttore, è quello che ha "inventato" l'equidistanza fra i due poli. Ma in quell'occasione ha detto anche altro: ha detto che farà un giornale di parte, schierato. "Farò il mio giornale - ha detto - un giornale per il cittadino". Credo proprio che sia vero, non c'è più bisogno di essere di sinistra, basta far ragionare un po' la testa. Se si guarda cosa è successo nel nostro paese... Non è un paese serio questo!

Chiudiamo parlando un po' di noi. Questo giornale, "la Lente", ha 9 mesi di vita. È giovane, fondato, diretto e realizzato da giovani tutti sotto i 30 anni. Vive cioè sull'entusiasmo dato dalla libertà di comunicare ed esprimersi pienamente tipica della giovinezza. Quale atteggiamento pensa che dovrebbe tenere una testata di questo tipo di fronte al problema che stiamo trattando?
Credo che quello che voi state facendo sia molto importante. Cercate di non subire condizionamenti e mettete alla base del vostro lavoro alcuni principi: la pace e la giustizia sociale. Un paese come il nostro, dove non c'è giustizia sociale, è un paese che insulta tutti quelli che hanno dato la vita per costruirlo. Dobbiamo fare tutto il possibile affinché questo nostro dialogo vada avanti in eterno.

Edoardo Semmola

24 gennaio 2005


1) Mazzetti si riferisce alle accuse mosse durante la campagna elettorale del 2001 dall'attuale Presidente del consiglio Silvio Berlusconi da Sofia, Bulgaria, nelle quali denunciava "l'accanimento" di certi giornalisti, soprattutto Biagi e Santoro, nei suoi confronti. Di lì a poco il programma di Biagi e Mazzetti, "Il fatto", unitamente alla trasmissione di Michele Santoro, furono escluse dai palinsesti delle rispettive reti. Per quanto concerne Biagi e Mazzetti, le accuse che gli furono rivolte riguardarono in particolar modo un'intervista a Roberto Benigni che, in pieno clima elettorale, fece commenti negativi sullo stesso Berlusconi.
 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola