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Loris Mazzetti,
regista e curatore de "Il fatto": "Enzo Biagi mi disse che
la libertà è dentro di noi, non si può averla per decreto".
Giornalismo. Ovvero: il diritto di informare e il
potere di comunicare su grande scala il proprio
pensiero. Il rapporto fra giornalismo e libertà (in
questo caso: di espressione) passa dalle forche caudine
della censura. Un tempo c'era la censura politica fascista,
poi venne quella maggiormente legata al costume e alla
morale, di fonte democristiana. E oggi? Oggi stiamo forse
assistendo ad un'ulteriore evoluzione del fenomeno: una
censura che ha nel potere mediatico del quasi totale
monopolio personale dei mezzi di informazione il suo fulcro
e la sua ragion d'essere.
Per chiarirci le idee circa la libertà di informazione nella
televisione di oggi, del servizio pubblico innanzitutto, ci
siamo rivolti a Loris Mazzetti. Dirigente Rai,
giornalista, regista e curatore de "Il fatto"
di Enzo Biagi, poi per un breve tempo "sospeso"
dall'attività in Rai, oggi Mazzetti è passato dal
primo al terzo canale del servizio pubblico televisivo, e
attualmente cura il programma di Fabio Fazio "Che
tempo che fa".
Buongiorno Mazzetti, parliamo di "libertà di
espressione": come si pone un autore di programmi televisivi
di informazione, per di più del servizio pubblico come lei,
di fronte a queste parole?
Non ci eravamo mai posti questo problema in passato, insieme
a Biagi e alla mia redazione. Abbiamo sempre pensato
di fare il nostro lavoro e basta, da professionisti.
Pensavamo che il pluralismo dell'informazione fosse
qualcosa dentro di noi: non abbiamo mai tagliato, mai
censurato, mai escluso qualcuno dal nostro programma. Invece
abbiamo cominciato a pensarci quando ci hanno accusato di
essere faziosi... Credo che persone al di sopra delle parti
non esistano, tutti abbiamo un pensiero, delle idee,
raccontiamo l'avvenimento come ci è presentato ma anche cosa
noi pensiamo di quell'avvenimento.
Quando arrivarono gli editti bulgari (1) ci siamo
chiesti "dove abbiamo sbagliato? Ritengo che
l'incriminata intervista a Roberto Benigni sia stata la
goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché in precedenza
avevamo parlato della riforma della giustizia, del conflitto
di interessi... Resta il fatto che i nostri programmi non
erano "amici" di nessuno, non facevano l'interesse di nessun
politico e di nessuna parte.
Tornando alla domanda, Enzo Biagi sostiene che la
libertà è dentro di noi, non si può averla per decreto. Il
vero problema è che certi avvenimenti, come recentemente è
capitato a Report e allo spettacolo di Paolo Rossi,
hanno creato in tanti una sorta di autocensura.
Invece sono convinto che l'unica cosa che chi fa il nostro
mestiere debba chiedersi è se sta facendo il proprio lavoro
per bene.
Mezzo secolo fa "censura" significava, ad esempio,
estromettere dalla Rai Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello per
aver preso in giro il Presidente della Repubblica con la
storia della sedia sottratta da sotto il sedere. E oggi: c'è
ancora la censura? E che forme ha assunto?
Quelle forme di censura non esistono più, per fortuna. Ma
pensiamo al programma di Paolo Rossi: non è stato
censurato, qualcuno sostiene, per ragioni politiche, ma di
linguaggio... per difendere la lingua italiana!
Sappiamo benissimo che si tratta di una scusa, perché
Paolo Rossi fa satira su Berlusconi... Il fatto è che
oggi non si vuole una satira che vada a colpire determinati
politici. Era quella, la satira contro il potere, che
pagava, pensiamo a Noschese o, più recentemente,
ai Guzzanti. La satira di oggi, che non si pone in
contrapposizione con il potere, per esempio quella che fa il
Bagaglino, invece non paga. Se pensiamo all'episodio
del treppiede lanciato contro Berlusconi, e al
"perdono concesso" dal Presidente del Consiglio all'autore
del lancio, ricordo sempre Dario Fo quando diceva che
il principe - riferendosi a Berlusconi - perdona sempre
l'umile, ma mai il giullare, mai il poeta, mai colui che
dice la verità.
Poi, credo che ci dobbiamo preoccupare quando la satira si
sostituisce all'informazione, come è accaduto a Sabina
Guzzanti con Raiot, perché l'informazione manca.
Non impedendo questa falsa informazione, rischiamo di dare
un'immagine deformata dell'Italia ai nostri cittadini.
Che sensazione ha provato il giorno dell'editto bulgaro
di Berlusconi?
Con Enzo Biagi ci siamo detti che per noi era finita
e che si chiudeva il famoso teorema : Berlusconi o ti
compra o ti distrugge. Mi dispiace molto anche il fatto che
in quell'occasione abbiamo avuto molta solidarietà da parte
della gente, ma nessuna da parte dei colleghi delle altre
testate. È significativo...
Lei è passato da Rai 1 a Rai 3: si sente più libero?
Eh beh... Diciamo che sento un'aria diversa. "Che tempo
che fa" credo sia uno dei pochi luoghi di vera libertà
all'interno della nostra azienda, che, in fondo, bisogna
dirlo, più di tanto non ci rompe le scatole.
Enunciare diritti e libertà è cosa facile ed intuitiva.
Spesso giornalisti e opinionisti riempiono pagine e pagine
di enunciazioni, polemiche e accuse, da una parte e
dall'altra, su "chi" e su "come" attenti alla libertà. Meno
facile e meno praticato, ma spesso più utile, è invece l'uso
di "definire" tali diritti e libertà, di dare loro un
contenuto, e di conseguenza un parametro di valutazione per
eventuali violazioni e attentati alla libertà stessa. Vorrei
chiedere cosa significa secondo lei "libertà d'espressione":
qual è il contenuto di questa enunciazione, quali i suoi
limiti?
Con una parola o un'immagine si può distruggere una persona,
questo va tenuto sempre presente: dobbiamo rispettare la
sfera privata. Ma per quanto riguarda il resto abbiamo il
dovere di dire ciò che succede... In questi anni sono stati
lesi alcuni dei principi base della libertà, e se non hai
gli strumenti per dirlo, cosa fai, vai in piazza e urli? Se
domani il centrosinistra tornerà a governare, e lo spero per
il bene del Paese, credo che dovrà dimostrare già in
campagna elettorale che ci sono alcuni concetti su cui non
si può discutere: innanzitutto la pace e la giustizia
sociale, oltre alla libertà. È vero che questi sono
enunciazioni di principi, ma pensiamo a come è nata la
democrazia, all'antifascismo, alla Resistenza.
Come valuta la scelta del gruppo editoriale "L'Espresso"
di acquistare una rete televisiva a diffusione nazionale?
C'è il rischio che si vada a cristallizzare una
bipolarizzazione anche in termini televisivi, senza vero
pluralismo e con enormi barriere di ingresso nel mercato
televisivo; oppure il fatto è positivo in sé?
Quando è nata La7 ho pensato: finalmente nasce un
terzo polo. Invece così non è stato... No, lo valuto
positivamente, solo che non credo alle dichiarazioni
dell'editore, "facciamo una rete per i giovani, che parta
dalla musica", credo che invece faranno una vera e
propria televisione. Informazione vera, mi auguro, non di
parte, corretta. La tv del gruppo L'Espresso ha tutte
le premesse per diventare un'alternativa a quanto abbiamo
oggi.
C'è differenza secondo lei fra Rai e Mediaset per quanto
riguarda l'approccio di chi fa televisione ai problemi della
libertà di espressione?
Non lo so, non ho mai lavorato a Mediaset, ma mi pare
che anche là si vedano certe libertà, in programmi tipo
Le Iene. Soprattutto a Mediaset non si vedono né
si sentono tutte le polemiche che invece ci sono in Rai.
Il caso più eclatante di questo ultimo periodo è quello
relativo a "L'Unità". Il giornale fondato da Antonio Gramsci
è spesso nell'occhio del ciclone proprio per quanto riguarda
questo punto: libertà di espressione e suoi limiti. Pensa
che ci sia un "caso Unità"?
Il primo caso Unità nasce all'interno degli stessi Ds.
Per il resto, non credo che ci sia un caso, credo che
Furio Colombo e Antonio Padellaro stiano
facendo il loro lavoro; è chiaro che non saranno mai
invitati nel salotto di Bruno Vespa con Berlusconi
seduto dall'altra parte.
Paolo Mieli, il 24 dicembre in un editoriale, ha scritto
che "la libertà di stampa è un potere per contrapposizione".
Se questa frase l'avesse scritta il direttore dell'Unità, o
di un qualsiasi altro giornale schierato a sinistra, nessuno
si sarebbe sorpreso: sarebbe apparso del tutto normale e
naturale. Il fatto che l'abbia scritta il direttore del
Corriere della Sera lascia pensare che davvero stiamo
vivendo una stagione politica particolare, dove non è
necessario essere di sinistra per essere indignati. Cosa ne
pensa?
Paolo Mieli è un grande direttore, è quello che ha
"inventato" l'equidistanza fra i due poli. Ma in quell'occasione
ha detto anche altro: ha detto che farà un giornale di
parte, schierato. "Farò il mio giornale - ha detto -
un giornale per il cittadino". Credo proprio che sia
vero, non c'è più bisogno di essere di sinistra, basta far
ragionare un po' la testa. Se si guarda cosa è successo nel
nostro paese... Non è un paese serio questo!
Chiudiamo parlando un po' di noi. Questo giornale, "la
Lente", ha 9 mesi di vita. È giovane, fondato, diretto e
realizzato da giovani tutti sotto i 30 anni. Vive cioè
sull'entusiasmo dato dalla libertà di comunicare ed
esprimersi pienamente tipica della giovinezza. Quale
atteggiamento pensa che dovrebbe tenere una testata di
questo tipo di fronte al problema che stiamo trattando?
Credo che quello che voi state facendo sia molto importante.
Cercate di non subire condizionamenti e mettete alla base
del vostro lavoro alcuni principi: la pace e la giustizia
sociale. Un paese come il nostro, dove non c'è giustizia
sociale, è un paese che insulta tutti quelli che hanno dato
la vita per costruirlo. Dobbiamo fare tutto il possibile
affinché questo nostro dialogo vada avanti in eterno.
Edoardo Semmola
24 gennaio 2005
1) Mazzetti
si riferisce alle accuse mosse durante la campagna
elettorale del 2001 dall'attuale Presidente del consiglio
Silvio Berlusconi da Sofia, Bulgaria, nelle quali denunciava
"l'accanimento" di certi giornalisti, soprattutto Biagi e
Santoro, nei suoi confronti. Di lì a poco il programma di
Biagi e Mazzetti, "Il fatto", unitamente alla trasmissione
di Michele Santoro, furono escluse dai palinsesti delle
rispettive reti. Per quanto concerne Biagi e Mazzetti, le
accuse che gli furono rivolte riguardarono in particolar
modo un'intervista a Roberto Benigni che, in pieno clima
elettorale, fece commenti negativi sullo stesso Berlusconi.
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