18 dicembre 2006

Pubblicità senza frontiere

A Strasburgo il primo passo per un nuovo testo della direttiva "Tv senza frontiere", uno dei pochi strumenti che ci tutelava dall'invasione della pubblicità. Ancora più pubblicità sulle nostre televisioni, meno tutela per i minori.  

Archivio Televisione

1) 7 aprile 2006 - Il Caimano

2) 14 novembre 2006 - Legge Gasparri e Riforma Gentiloni

3) 1 dicembre 2006 - News: Auditel e Contratto RAI

4) 18 dicembre - Preoccupante revisione della direttiva "Tv senza frontiere"

 

 

La stampa italiana non ne ha praticamente portato notizia, ma nei giorni scorsi a Strasburgo è stata votato la nuova direttiva europea “Tv senza frontiere”, un primo passo verso l’approvazione di un testo che è decisamente un passo indietro rispetto all’originale, che risale al 1989! Nel corso di questi diciassette anni di vita la direttiva ha subito alcuni interventi di ammodernamento, fino all’importante passo della consultazione pubblica nel 2003.

“Tv senza frontiere” è stato il primo tentativo di ordinare giuridicamente in modo omogeneo il panorama europeo dell’audiovisivo. I campi di intervento si possono riassumere nei seguenti:

1. regolamentazione della pubblicità;

2. tutela dei minori;

3. promuovere produzione e distribuzione di programmi europei;

4. tutelare il diritto di risposta;

5. assicurare che gli eventi di grande risonanza nazionale siano visibili liberamente in televisione alla maggior parte della popolazione.

Soprattutto in campo pubblicitario la direttiva era molto precisa, e stabiliva delle regole che tutelavano l’abuso e l’eccessivo affollamento pubblicitario. Il prezioso capitolo IV, ampiamente riveduto nel 1997 e apprezzato anche nel consulto pubblico di tre anni fa. L’intervento in questo ambito deriva da precisi obiettivi che sono stati posti fin dal 1989: tutelare lo spettatore, i detentori dei diritti su trasmissioni e film, e l’integrità di ciò che viene trasmesso. Ma si basava anche sul principio del diritto delle emittenti al sostentamento per mezzo del sistema pubblicitario.

È proprio questo settore ad essere riformato dalla nuova proposta di “Tv senza frontiere”.

 Uno dei punti cardine dell’articolo IV riguardava la durata della pubblicità e la distribuzione nel palinsesto. Il limite massimo di pubblicità è di 12 minuti su 60 minuti. Ma il nuovo testo prevede l’esclusione da questa restrizione di telepromozioni, minispot, programmi sponsorizzati e promozioni di programmi della stessa TV. È evidente che i 12 minuti diventano del tutto vani e simbolici, tanto più che un intervento in tal senso potrebbe anche spingere ad adattare le formule pubblicitarie (favorendo perciò quelle che non sono sottoposte ad alcune regolamentazione).

Le telepromozioni costituiscono un caso particolarmente complesso. Già in passato erano state un campo di aperti dibattiti, ed erano rientrati nel calcolo dell’affollamento pubblicitario in seguito a una sentenza della Corte europea. Esse rientrano nelle “altre forme di pubblicità” e quindi già nella corrente direttiva non erano sottoposte alle stesse regole dei tradizionali messaggi pubblicitari. La loro presenza nel palinsesto giornaliero poteva essere del 20% della programmazione (a fronte di un 15% per i messaggi pubblicitari). Con la nuova direttiva si allargano ancor più le maglie della loro regolamentazione. E ciò ha un particolare peso politico in Italia. Il ddl Gentiloni infatti equiparava all’Art. 2 (comme 4 e 5) le telepromozioni alle altre forme di pubblicità e, in base a ciò, fatte rientrare nella quota massima del 45% del mercato pubblicitario che ogni emittente può detenere (la risibile norma anti-trust della Riforma considerata “atto di banditismo”). I parlamentari europei di Forza Italia hanno quindi annunciato che Gentiloni “marcia contro l’Europa” (Mario Mauro) o hanno addirittura proposto di vedere la famosa anomalia italiana all’inverso (come se fosse in Italia che le leggi sulla televisione sono più restrittive e severe!).  

 Altra modifica alla direttiva riguarda le interruzioni pubblicitarie in quelle che sono considerate trasmissioni sensibili, come quelle rivolte a un pubblico minorenne o i telegiornali, e nei film (da tutelare invece per impedire il disintegro dell’opera stessa, come Federico Fellini aveva a suo tempo denunciato). Il lasso di tempo minimo che può trascorrere tra un’interruzione pubblicitaria e l’altra è sceso da 45 minuti a 30 minuti.

 Infine viene introdotto il product placement, che era vietato dall’Art. 10 paragrafo 4 della normativa. In Italia il product placemente (cioè l’inserimento di prodotti e di marchi dietro compenso) è stato un tabù fino al gennaio 2004, cioè fino alla “Riforma della disciplina  in materia di attività cinematografiche” (Decreto legislativo  n.28 del 22 gennaio 2004). Il decreto permetteva il suo utilizzo nei film, secondo una logica corretta. Infatti nei film italiani era vietato pubblicizzare prodotti alle aziende italiane (privando il cinema di una fonte potenzialmente consistente di entrate), mentre nei film americani che inondano le nostre sale se ne potevano riconoscere moltissimi (essendo il product placement permesso negli Stati Uniti). Un doppio danno quindi, al cinema e alle aziende italiane che si vedevano private di questo canale pubblicitario per forza di cose concesso alle aziende americane. Nelle televisione però probabilmente le cose dovrebbero funzionare in modo diverso, visto la sua diffusione, il suo potere e la sua fruizione da parte di un pubblico vastissimo e eterogeneo. Ciò che viene infatti criticato è la concessione del product placement senza una regolamentazione più specifica. In particolare in riferimento alle trasmissioni rivolte ai minori.

 Si deve invece a Lilli Gruber la presentazione di un emendamento positivo e approvato che prevede l’inserimento nella direttiva di un richiamo alla necessità della pluralità dell’informazione.

 Non si hanno notizie su eventuali altre modifiche di “Tv senza frontiere” soprattutto nei campi in cui erano state più forti le critiche della consultazione pubblica del 2003. Appunto, ciò che scandalizza maggiormente è il totale silenzio che ha accompagnato il passaggio al Parlamento europeo di una normativa così importante per la vita quotidiana di tutti i cittadini europei.

In Italia solo “Il Giornale” se n’è occupato. L’articolo di Alessandro Caprettini è imbarazzantemente celebrativo. La nuova direttiva viene presentata come uno smacco a Gentiloni e alla sua legge anti-Mediaset. Le dichiarazioni degli eurodeputati riportate tremendamente idiote: “La caccia all’uomo non esportabile in Europa” esulta Mario Zappalà. (L’articolo è consultabile on-line, per chi ne ha il fegato, sul sito del quotidiano della famigliavai-).

L’altro organo di informazione che se ne è occupato è Articolo21, uno dei più validi strumenti di democrazia nel panorama dell’informazione Italia. Un collettivo di importanti giornalisti che operano sul sito www.articolo21.info per difendere l’Articolo 21 della Costituzione (libertà della manifestazione del pensiero). Articolo21 cerca anche di analizzare i motivi per cui i parlamentari della sinistra italiana sono stati lasciati soli dalla sinistra europea: una vasta indifferenza e ignoranza dell’argomento, pressing delle lobby televisive, vino a voci che denunciano una lista di voto messa in circolazione per volontà di Mediaset.

 La speranza è che la normativa, dopo il passaggio ai singoli ministeri dell’Unione, torni a Strasburgo depurata di queste gravi regressioni.

18 dicembre 2006

Sito curato da Tommaso Martini (spleen85@yahoo.it;)
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