10 gennaio 2007

Riforma Rai: innovazione, autonomia, diversità, efficienza?

Il Ministro Paolo Gentiloni ha presentato le Linee guida per la riforma della RAI. Solo buoni propositi o soluzioni possibili. Una cosa è certa: nessuno nei palazzi del potere vuole farsi scappare il controllo sulla RAI.

Archivio Televisione

1) 7 aprile 2006 - Il Caimano

2) 14 novembre 2006 - Legge Gasparri e Riforma Gentiloni

3) 1 dicembre 2006 - News: Auditel e Contratto RAI

4) 18 dicembre - Preoccupante revisione della direttiva "Tv senza frontiere"

 

 

Il Ministro Paolo Gentiloni ha presentato ieri (9 gennaio 2007) alla stampa le Linee guida per la riforma della RAI. Passaggio molto importante che era stato preannunciato nella proposta di riforma del sistema televisivo di ottobre che prevedeva di avviare le consultazioni pubbliche sul tema del servizio pubblico entro novembre. Con un leggero ritardo è arrivato il momento.

Anche in quest’ambito il nuovo governo sembra voler agire nel segno della rottura, come già avvenuto con il ddl Gentiloni  (ma, si è visto, la rottura è dichiarata più che effettiva) e con il nuovo Contratto di servizio RAI operativo dal primo gennaio di quest’anno.

Nell’affrontare il riassestamento della RAI e delle televisione pubblica, il Ministro parte da tre interrogativi fondamentali e con i quali la RAI non si era ancora confrontata:

Nella Tv del futuro ci sarà ancora spazio per il servizio pubblico? Quale sarà il suo ruolo? E quali le sue dimensioni?

Le idee di fondo della proposta di riforma sono quindi una presa di coscienza del mutato panorama audiovisivo. Anche la tv pubblica deve fa fronte alle novità degli ultimi anni. Oltre al digitale, la banda larga, la tv multicanale e multippiattaforma.

La tv pubblica deve rispondere ad una tendenza che si muove verso la personalizzazione dell’oferta televisiva, il suo ridursi a una dimensione individuale in un futuro in cui il palinsesto potrà esser scelto dal singolo utente. Non va dimenticata infatti la funzione sociale che la televisione ha ricoperto in questi decenni, come momento di aggregazione, di riunione e di scambio: L’esperienza condivisa degli eventi televisivi rappresenta un formidabile antidoto alla solitudine contemporanea e un significativo fattore di eguaglianza e di coesione sociale. Difficile privarsene, per una società democratica.

La sfida con la tv commerciale si deve inoltre giocare su un campo diverso da quello dell’audience e degli introiti pubblicitari per tornare ad una tv pubblica come parametro positivo, che in un certo senso obbliga le tv commerciali a mantenere un buon livello e ad investire anche su informazione e programmazione di qualità.

Sono cinque i traguardi che la riforma si pone per rispondere ai cambiamenti ed uscire dallo stato di degrado incontrollato a cui la RAI è stata portata dalla rincorsa alla televisione commerciale.

Innanzitutto riaffermare la propria diversità, appunto, dalla tv commerciale.  Importante è il riconoscimento esplicito nel testo della proposta di riforma del regresso e dell’omologazione della RAI, ormai quasi indistinguibile sia nei fatti che nella percezione della popolazione da Mediaset.

Per muoversi in questa direzione è fondamentale svincolarsi dai ricatti della mercato pubblicitario (che comunque hanno sempre visto gli spazzi RAI svalutati rispetto agli equivalenti Mediaset, nonostante il maggior audience RAI). Si riafferma la necessita di un finanziamento ibrido, come già aveva auspicato un anno fa dalle pagine del “Corriere della Sera” Romano Prodi (30 dicembre 2005). Per raggiungere una maggiore indipendenza dalla pubblicità sarà comunque necessario, secondo il ministro, un maggior sostegno pubblico. Esso infatti ammonta attualmente a circa la metà dei finanziamenti alla RAI. Le altre rei pubbliche europee invece comprono con il canone fette ben maggiori delle proprie spese (fino al caso estremo della BBC, che vive per il 100% del finanziamento pubblico).

Innovazione è la terza parola chiave. La RAI deve essere in grado di cogliere le opportunità che le nuove tecnologie offrono. Viene additata nell’incapacità di muoversi in questo senso fino ad ora dimostrata, come causa della perdita di audience nelle fasce più giovani della popolazione. La RAI si propone addirittura coma avanguardia e motore dell’innovazione.

La riforma tocca anche il problema più spinoso per la televisione pubblica italiana. Si tratta della piaga della lottizzazione, il sistema vizioso che lega politica e televisione: La Rai deve conquistare il massimo di autonomia e di autentico pluralismo.

Un rinnovamento societario, del funzionamento del Cda, del sistema di assunzioni dovrà, infine, essere la base per una maggiore efficienza della RAI.

In che modo il Ministero pensa di raggiungere questi ambiziosi obiettivi?

 Innanzitutto con il già varato Contratto di servizio e l’inserimento in esso del criterio del valore pubblico da affiancare ai rivelamenti auditel nel giudicare un programma. Il significato di valore pubblico non è ancora definito con chiarezza e affidato alla responsabilità editoriale RAI. Quel che è certo è che non si tratta di concentrarsi esclusivamente su alcuni generi considerati comunemente di qualità (dai telegiornali, ai documentari, talk show, ecc…), ma, invece, si tratterò di esprimere valore pubblico in tutti i generi e in tutte le piattaforme.

La riforma propone anche un rivoluzionario riassestamento societario.

Ma l’azionista principale della RAI non sarà più direttamente il Governo ma una Fondazione che rappresenta i cittadini-telespettatori, dei quali tutela i diritti. I compiti della Fondazione dovranno essere i seguenti:

  1. assicurare il rispetto del contratto di servizio da parte  della Rai.

  2. verificare il valore pubblico della programmazione,

  3. garantire l’autonomia della Rai dal potere politico ed economico

  4. verificare l’attuazione degli indirizzi della Commissione parlamentare di Vigilanza in materia di pluralismo

  5. nominare i Consigli di amministrazione delle società Rai

  6. approvare gli statuti delle società Rai

Per quanto riguarda il Consiglio di amministrazione, il Ministro presenta alcune proposte, con l’intento, come già ricordato, di renderlo il più autonomo possibile dalla politica. È proprio a causa di questo sporco gioco che in questi giorni la RAI è in gravi difficoltà e rischia di dover pagare una multa milionaria all’autorità per le comunicazioni, a causa delle spregiudicate nomine politiche dell’attuale Cda designato dal governo di centro-destra, in primis la nomina a presidente di Alfredo Meocci nell’agosto 2005, nonostante l’evidente incompatibilità. Questo sì un atto di vero banditismo per usare le parole che Silvio Berlusconi ha rivolto al ddl Gentiloni, che peserà sulle nostre tasche per più di 14milioni di euro.

Innanzitutto è previsto che le personalità candidate rispondano a dei requisiti professionali e di autonomia e siano compatibili con la carica che sono chiamati a ricoprire (il Ministro non è più preciso su questo punto).

La prima proposta del Ministro prevede un’elezione a maggioranza qualificata del parlamento, su candidati proposti dal Parlamento e dalla Conferenza dei presidi delle Regioni. Due dei sei canditati potrebbero essere eletti dalle Regioni. Anche il Presidente dovrebbe essere eletto con una maggioranza qualificata, su proposta del Presidente della Camera e del Senato.

In alternativa a questa prima ipotesi, il Ministro prevede la possibilità che il consiglio sia nominato da diversi organi: Parlamento, Regioni, le principali rappresentanze sociali, proffesionali, accademiche e degli enti territoriali.

Ulteriore elemento per affermare l’autonomia dei vertici RAI, potrebbe essere la rielezione di un terzo del consiglio ogni due anni.

 Ma il maggior cambiamento della riforma è il nuovo assetto organizzativo. Nasceranno tre distinte società (viene prospettata anche la creazione di una quarta società che si occupi della radio), che opereranno in ambiti ben precisi:

  1. una società per gestire gli impianti della rete, per separare le funzioni di operatore di rete da quelle produttive e editoriali.

  2. una società finanziata dal canone, affrancata dalla dipendenza della pubblicità. L’affollamento pubblicitario dovrà progressivamente ridursi sui due canali generalisti in mano a questa società.

  3. una società che vive solo di pubblicità, aperta anche a partecipazioni private (sempre con quota di maggioranza nelle mani dello Stato).

Prima di giungere al disegno di legge (previsto per febbraio), il Ministro ha deciso di sottoporre la sua proposta di riforma ad una consultazione pubblica che, si legge sul sito del ministero delle comunicazioni, coinvolgerà tutte le componenti politiche, economiche, sociali e culturali interessate ed avverrà attraverso confronti pubblici, incontri bilaterali, contributi indirizzati via Internet. Probabilmente non sono ancora state decise nello specifico le modalità, visto che nel sito non si trovano ulteriori indicazioni.

Sempre imbarazzanti le reazioni dell’opposizione. Che davanti a questi timide proposte di cambiamento urla allo scandalo e al banditismo.

Anche questa riforma è ricca di buoni propositi, anche se in molti punti lascia la porta aperta per un eventuale ripiegamento sulla situazione attuale.

Ancora una volta resta disattesa la speranza di un profondo intervento sulla maggiore anomalia del nostro sevizio pubblico: il legame politica-televisione (che, tra l’altro, ha come tragicomici frutti vicende come vallettopoli). La volontà di sciogliersi dalla politica è solo proclamata e perseguita superficialmente. Si conoscono le sporche logiche del potere, ed è prevedibile il mercanteggiare che girerà intorno a queste nomine. La maggioranza qualificata non garantisce indipendenza dalla politica, anzi, loschi scambi di voti tra i partiti.

18 dicembre 2006

Tommaso Martini (tommasomartini@sindromedistendhal.com)

Sito curato da Tommaso Martini (spleen85@yahoo.it;)
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