Il Ministro
Paolo Gentiloni ha presentato ieri (9 gennaio 2007)
alla stampa le Linee guida per la riforma della RAI.
Passaggio molto importante che era stato preannunciato nella
proposta di riforma del sistema televisivo di ottobre che
prevedeva di avviare le consultazioni pubbliche sul tema del
servizio pubblico entro novembre. Con un leggero ritardo è
arrivato il momento.
Anche in
quest’ambito il nuovo governo sembra voler agire nel segno
della rottura, come già avvenuto con il ddl Gentiloni
(ma, si è visto, la rottura è dichiarata più che effettiva)
e con il nuovo Contratto di servizio RAI operativo dal primo
gennaio di quest’anno.
Nell’affrontare il
riassestamento della RAI e delle televisione pubblica, il
Ministro parte da tre interrogativi fondamentali e con i
quali la RAI non si era ancora confrontata:
Nella Tv del
futuro ci sarà ancora spazio per il servizio pubblico? Quale
sarà il suo ruolo? E quali le sue dimensioni?
Le idee di fondo
della proposta di riforma sono quindi una presa di coscienza
del mutato panorama audiovisivo. Anche la tv pubblica deve
fa fronte alle novità degli ultimi anni. Oltre al digitale,
la banda larga, la tv multicanale e multippiattaforma.
La tv pubblica
deve rispondere ad una tendenza che si muove verso la
personalizzazione dell’oferta televisiva, il suo ridursi a
una dimensione individuale in un futuro in cui il palinsesto
potrà esser scelto dal singolo utente. Non va dimenticata
infatti la funzione sociale che la televisione ha
ricoperto in questi decenni, come momento di aggregazione,
di riunione e di scambio: L’esperienza condivisa degli
eventi televisivi rappresenta un formidabile antidoto alla
solitudine contemporanea e un significativo fattore di
eguaglianza e di coesione sociale. Difficile privarsene, per
una società democratica.
La sfida con la tv
commerciale si deve inoltre giocare su un campo diverso da
quello dell’audience e degli introiti pubblicitari per
tornare ad una tv pubblica come parametro positivo, che
in un certo senso obbliga le tv commerciali a mantenere un
buon livello e ad investire anche su informazione e
programmazione di qualità.
Sono cinque i
traguardi che la riforma si pone per rispondere ai
cambiamenti ed uscire dallo stato di degrado incontrollato a
cui la RAI è stata portata dalla rincorsa alla televisione
commerciale.
Innanzitutto
riaffermare la propria diversità, appunto, dalla tv
commerciale. Importante è il riconoscimento esplicito nel
testo della proposta di riforma del regresso e
dell’omologazione della RAI, ormai quasi indistinguibile sia
nei fatti che nella percezione della popolazione da Mediaset.
Per muoversi in
questa direzione è fondamentale svincolarsi dai ricatti
della mercato pubblicitario (che comunque hanno sempre visto
gli spazzi RAI svalutati rispetto agli equivalenti Mediaset,
nonostante il maggior audience RAI). Si riafferma la
necessita di un finanziamento ibrido, come già aveva
auspicato un anno fa dalle pagine del “Corriere della Sera”
Romano Prodi (30 dicembre 2005). Per raggiungere una
maggiore indipendenza dalla pubblicità sarà comunque
necessario, secondo il ministro, un maggior sostegno
pubblico. Esso infatti ammonta attualmente a circa la metà
dei finanziamenti alla RAI. Le altre rei pubbliche europee
invece comprono con il canone fette ben maggiori delle
proprie spese (fino al caso estremo della BBC, che vive per
il 100% del finanziamento pubblico).
Innovazione è la terza parola
chiave. La RAI deve essere in grado di cogliere le
opportunità che le nuove tecnologie offrono. Viene additata
nell’incapacità di muoversi in questo senso fino ad ora
dimostrata, come causa della perdita di audience nelle fasce
più giovani della popolazione. La RAI si propone addirittura
coma avanguardia e motore dell’innovazione.
La riforma tocca
anche il problema più spinoso per la televisione pubblica
italiana. Si tratta della piaga della lottizzazione, il
sistema vizioso che lega politica e televisione: La Rai
deve conquistare il massimo di autonomia e di
autentico pluralismo.
Un rinnovamento
societario, del funzionamento del Cda, del sistema di
assunzioni dovrà, infine, essere la base per una maggiore
efficienza della RAI.
In che modo il
Ministero pensa di raggiungere questi ambiziosi obiettivi?
Innanzitutto con
il già varato Contratto di servizio e l’inserimento in esso
del criterio del valore pubblico da affiancare ai
rivelamenti auditel nel giudicare un programma. Il
significato di valore pubblico non è ancora definito con
chiarezza e affidato alla responsabilità editoriale RAI.
Quel che è certo è che non si tratta di concentrarsi
esclusivamente su alcuni generi considerati comunemente di
qualità (dai telegiornali, ai documentari, talk show, ecc…),
ma, invece, si tratterò di esprimere valore pubblico in
tutti i generi e in tutte le piattaforme.
La riforma propone
anche un rivoluzionario riassestamento societario.
Ma l’azionista
principale della RAI non sarà più direttamente il Governo ma
una Fondazione che rappresenta i
cittadini-telespettatori, dei quali tutela i diritti. I
compiti della Fondazione dovranno essere i seguenti:
-
assicurare il
rispetto del contratto di servizio da parte della Rai.
-
verificare il
valore pubblico della programmazione,
-
garantire
l’autonomia della Rai dal potere politico ed economico
-
verificare
l’attuazione degli indirizzi della Commissione
parlamentare di Vigilanza in materia di pluralismo
-
nominare i
Consigli di amministrazione delle società Rai
-
approvare gli
statuti delle società Rai
Per quanto
riguarda il Consiglio di amministrazione, il Ministro
presenta alcune proposte, con l’intento, come già ricordato,
di renderlo il più autonomo possibile dalla politica.
È proprio a causa di questo sporco gioco che in questi
giorni la RAI è in gravi difficoltà e rischia di dover
pagare una multa milionaria all’autorità per le
comunicazioni, a causa delle spregiudicate nomine politiche
dell’attuale Cda designato dal governo di centro-destra, in
primis la nomina a presidente di Alfredo Meocci
nell’agosto 2005, nonostante l’evidente incompatibilità.
Questo sì un atto di vero banditismo per usare le
parole che Silvio Berlusconi ha rivolto al ddl
Gentiloni, che peserà sulle nostre tasche per più di
14milioni di euro.
Innanzitutto è
previsto che le personalità candidate rispondano a dei
requisiti professionali e di autonomia e siano compatibili
con la carica che sono chiamati a ricoprire (il Ministro non
è più preciso su questo punto).
La prima proposta
del Ministro prevede un’elezione a maggioranza qualificata
del parlamento, su candidati proposti dal Parlamento e dalla
Conferenza dei presidi delle Regioni. Due dei sei canditati
potrebbero essere eletti dalle Regioni. Anche il Presidente
dovrebbe essere eletto con una maggioranza qualificata, su
proposta del Presidente della Camera e del Senato.
In alternativa a
questa prima ipotesi, il Ministro prevede la possibilità che
il consiglio sia nominato da diversi organi: Parlamento,
Regioni, le principali rappresentanze sociali, proffesionali,
accademiche e degli enti territoriali.
Ulteriore elemento
per affermare l’autonomia dei vertici RAI, potrebbe essere
la rielezione di un terzo del consiglio ogni due anni.
Ma il maggior
cambiamento della riforma è il nuovo assetto
organizzativo. Nasceranno tre distinte società (viene
prospettata anche la creazione di una quarta società che si
occupi della radio), che opereranno in ambiti ben precisi:
-
una società
per gestire gli impianti della rete, per
separare le funzioni di operatore di rete da quelle
produttive e editoriali.
-
una società
finanziata dal canone, affrancata dalla dipendenza
della pubblicità. L’affollamento pubblicitario dovrà
progressivamente ridursi sui due canali generalisti in
mano a questa società.
-
una società
che vive solo di pubblicità, aperta anche a
partecipazioni private (sempre con quota di maggioranza
nelle mani dello Stato).
Prima di giungere
al disegno di legge (previsto per febbraio), il Ministro ha
deciso di sottoporre la sua proposta di riforma ad una
consultazione pubblica che, si legge sul sito del ministero
delle comunicazioni, coinvolgerà tutte le componenti
politiche, economiche, sociali e culturali interessate ed
avverrà attraverso confronti pubblici, incontri bilaterali,
contributi indirizzati via Internet. Probabilmente non
sono ancora state decise nello specifico le modalità, visto
che nel sito non si trovano ulteriori indicazioni.
Sempre
imbarazzanti le reazioni dell’opposizione. Che davanti a
questi timide proposte di cambiamento urla allo scandalo e
al banditismo.
Anche questa
riforma è ricca di buoni propositi, anche se in molti punti
lascia la porta aperta per un eventuale ripiegamento sulla
situazione attuale.
Ancora una volta
resta disattesa la speranza di un profondo intervento sulla
maggiore anomalia del nostro sevizio pubblico: il legame
politica-televisione (che, tra l’altro, ha come tragicomici
frutti vicende come vallettopoli). La volontà di
sciogliersi dalla politica è solo proclamata e perseguita
superficialmente. Si conoscono le sporche logiche del
potere, ed è prevedibile il mercanteggiare che girerà
intorno a queste nomine. La maggioranza qualificata non
garantisce indipendenza dalla politica, anzi, loschi
scambi di voti tra i partiti.
18
dicembre 2006
Tommaso Martini
(tommasomartini@sindromedistendhal.com)