Ha
lo sguardo fiero e sognante del poeta legato alle
sue origini popolari, la fisicità energica e decisa
del cantautore folk- rock: è Massimo Bubola,
uno dei più grandi artisti italiani, personaggio
dotato di una singolare versatilità creativa che
schiaffeggia ogni tentativo di definizione
univoca e coinvolge in un affascinante viaggio lungo
i sentieri confinanti della poesia e della musica,
per visitare quei paesaggi dell’anima mai
svincolati da un contesto che affonda le radici
nella storia, nella tradizione e, talvolta, nella
memoria.
In oltre trenta anni di carriera,
Bubola, ha svolto,in modo parallelo, l’attività
artistica di musicista folk- rock e di poeta,
avvalendosi di svariati modi espressivi per
comunicare ed esprimere le sue emozioni.
Da solista, ha scritto canzoni di
autentica bellezza come Il cielo d’Irlanda,
Johnny lo zingaro, Rosso su Verde, Dostoevskij, Dino
Campana.
Attraverso il suo disco di esordio:
Nastro giallo (1976) fu notato e apprezzato
dal grande Fabrizio De Andrè, con cui collaborò per
l’album Rimini( 1978) e con cui
realizzò canzoni meravigliose e capolavori assoluti
come Andrea, Hotel Supramonte, Fiume Sand Creek,
Don Raffaè.
Pur avendo collaborato con molti
altri artisti tra i quali Milva, Mauro Pagani,
Fiorella Mannoia, non ha mai interrotto il suo
percorso artistico individuale realizzando dischi
come Marabel (1979), Tre rose (1981), Massimo
Bubola (1982), Vita , morte, e miracoli (1989),
Doppio lungo addio (1994), Amore e guerra (1996),
Mon trésor, (1997), Diavoli e farfalle(1999), Il
cavaliere elettrico(2001), Niente passa
invano(2003), Segreti trasparenti (2004), Quel lungo
treno(2005).
In occasione dell’esibizione
tenutasi il 9 agosto 2007 nella sala
conferenza della Biblioteca civica di Mestre, nel
corso di un’intervista ha presentato la sua ultima
opera La neve sugli aranci (2006),
ha rievocato alcuni frammenti degli anni Settanta e
ha delineato i contorni della sua poetica,
sottolineando l’importanza delle radici storico-
culturali e la bellezza della poesia popolare.
La neve sugli aranci è un’opera costituita da otto poesie, tre
lettere accompagnate da musica, due canzoni e un
racconto irlandesi. Differenti linguaggi artistici
per dipingere da angolazioni diverse i paesaggi
dell’anima: che significato ha avuto per
te la realizzazione di quest’opera?
Sai, la poesia l’ho sempre
coltivata simmetricamente alla canzone. In realtà
non sono due generi così distanti, penso che sia un
percorso abbastanza simile. Viviamo in un’epoca in
cui ci si specializza troppo. Basta pensare al
Rinascimento: c’erano scultori che facevano gli
architetti, o ingegneri che facevano i militari.
Il titolo “La neve sugli aranci” a cosa si
riferisce?
La neve sugli aranci
è una delle poesie musicate dedicate a Palermo. C’è
questa visione della città stranamente coperta di
neve che è una cosa un po’ inusuale, è stata narrata
e immaginata così: la poesia crea delle associazioni
particolari.
La neve sugli aranci
pone in primo piano la poesia, la letteratura. La
musica fa da contorno e riveste prevalentemente un
ruolo di sfondo. Le uniche canzoni incluse sono
I venti del
cuore
e
Sotto un cielo così,
una ballad soul rock. Come mai hai scelto di
inserire proprio queste canzoni? Come si sposano
con il libro?
Quasi tutte le poesie sono sulla
reminescenza, sui ricordi, su piccole cartoline del
passato. Ci sono dei piccoli frammenti, c’è il
traghetto Olbia- Livorno, la Sardegna, la salita
alla Macella. Le due canzoni che avevo dato ad
altri, una alla Mannoia, una ad un gruppo Blues,
hanno questa caratteristica, di essere due canzoni
sulla reverie, sulla reminescenza.
L’Irlanda, con i suoi paesaggi e la su storia è
abbastanza presente nella tua produzione artistica:Il
cielo
di Irlanda
, canzone che hai scritto per Fiorella Mannoia, una
delle più belle canzoni italiane, come è nata… ?
Innanzitutto non l’ho scritta per
Fiorella Mannoia, l’ho scritta dieci anni prima
durante un viaggio irlandese. L’Irlanda è una delle
tante fonti di ispirazione. Senz’altro, quando l’ho
visitato io era un paese ben diverso da quello che è
attualmente, un paese che oramai ha avuto un boom
economico straordinario. Era invece un paese molto
povero, dove esisteva una grande cultura popolare
molto condivisa, mi sembrava di vedere un po’ i
volti e i luoghi della mia infanzia che ho passato
nella bassa veronese. Zona di grandi argini, di
grandi campi, campi di meli. Ed era un ritorno a
quel tipo di valori: persone curiose degli altri,
una vita un po’ da pub dove andavo da piccolo con
mio padre e tutti quanti ridevano, si prendevano in
giro, giocavano a carte, c’era un bel clima… Per cui
l’Irlanda è stato uno di quei paesi che m’ha
entusiasmato di più negli anni Settanta.
E come è nato il racconto irlandese che hai inserito
in
La neve sugli aranci?
Io ho fatto il contrario, ho prima
scritto la canzone, poi l’ho messa in prosa. È stato
un esperimento che ho fatto per un libro che era una
sorta di vademecum per i viaggi irlandesi, quindi
l’ho tradotta in prosa.
Quindi il racconto è una sorta di traduzione
della canzone
Il cielo d’Irlanda…
È un’estensione. Perché la canzone
vive di grandi sintesi, di salti logici, quindi m’è
piaciuto illustrarla.
Hai tradotto Bob Dylan ,Patty Smith, Leonard Cohen.
L’incontro con il mondo di ognuno di questi
grandi artisti degli anni Settanta t’ha arricchito
molto?
Senz’altro. Io sono un anglista,
traducevo già. Era una mia passione. Qualche volta
si è concretizzata in canzoni come Avventura a
Durango. La passione entra in un’altra logica se
fai il traduttore, soprattutto se devi riprodurre in
lingua italiana delle metriche e delle immagini di
una lingua come l’inglese che è molto diversa.
Tradurre le lingue neolatine è relativamente facile,
però l’inglese è una lingua molto più breve. Quando
andiamo nei musei c’è la spiegazione in inglese che
è sempre la metà ,come volume, di quella italiana. È
un po’ una sfida, a volte riesce.
In che modo ognuno di questi grandi artisti ti ha
arricchito?
Sarebbe lunga… Dylan è come
Shakespeare, ha inventato un linguaggio dei
sentimenti nuovo. Patty Smith è stata la più grande
poetessa della letteratura rock, letteratura che in
Italia non ha molto attecchito. È una poetica
femminile, e quindi molto affascinante. Cohen è il
più grande poeta intimista in assoluto. Poi ci
sarebbe moltissimo da dire. Non a caso due di loro
sono di cultura ebraica, quindi attingono ad un
patrimonio di simbolismi, di riferimenti che a volte
noi cattolici non abbiamo. Conosciamo poco la
Bibbia, molto di più il Vangelo. Per esempio se si
pensa alla frase: una dura pioggia cadrà. In
italiano una metafora così potente sarebbe un po’
indigesta, metafora attinta dalla grande poesia
biblica.
Agli anni Settanta risale anche l’omicidio di Pier
Paolo Pasolini. Cosa rappresentò per la vostra
generazione?
Pasolini è stato soprattutto una
coscienza critica di questo paese. Era scomodo un
po’ a tutti, anche ai suoi grandi fans, è stato
scomodo al suo partito che lo ha espulso perché
omosessuale, era scomodo anche alla sinistra perché
diceva cose a volte un po’ antipatiche. Come quando
disse che i veri proletari erano i poveri soldati
calabresi che vivevano in caserma mentre i figli
della buona borghesia erano gli studenti
contestatori. Diceva a volte cose sgradite. E poi mi
ricordo i suoi interventi, i suoi scritti corsari.
Come poeta non mi ha mai entusiasmato personalmente
perché lo trovo prosaico, troppo legato a dei
contenuti precisi. Per me la poesia dovrebbe essere
qualcosa di ancora un po’ oscuro.
Nel 1978 iniziò il tuo sodalizio artistico con il
grande Fabrizio De Andrè. L’album si intitolava
Rimini. Cosa rappresentò e rappresenta tuttora per
te quell’ incontro?
Fu quell’incontro che decise che io
facessi questo mestiere, che mi diede la coscienza
di essere capace di scrivere…Perché Fabrizio m’ha
dato molte sicurezze in questo senso.
È chiaro, io ho influenzato De
Andrè perché io ho scritto per lui e lui non ha mai
scritto per me. Se vai a casa di qualcuno, gli dai
una mano ad arredare, sei tu che influenzi con il
tuo gusto. C’è a volte un po’ di psicolabilità tra
tanti giornalisti che chiedono in cosa mi abbia
influenzato. È chiaro che una cosa del genere
influenza sotto tanti aspetti, ma in realtà la
poetica che lui sposò fu, fondamentalmente, la mia.
Con De Andrè hai scritto canzoni splendide come
Andrea, Hotel Supramonte, Quello che non ho, Fiume
Sand Creek. C’è qualche aneddoto particolare
relativo alla stesura di alcune canzoni?
Di aneddoti ce ne sarebbero tanti.
Per quanto riguarda la scrittura: Volta la carta
, per esempio, è una filastrocca veneta che avevo
pescato su quelli che potevano essere anche i
riferimenti con la musica folk. E quindi il mio
percorso successivo è stato legato a tanta scrittura
popolare. All’Italia manca questo contatto con la
scrittura popolare, a volte si scrivono canzoni che
non stanno né in cielo né in terra, io preferisco
fare delle canzoni che abbiano un seguito e anche
delle radici.
Cosa
ti è rimasto impresso di De Andrè?
Sono molte le cose. Io ho fatto un
percorso di folk rock, per cui diciamo che per quei
dischi lì L’indiano e Rimini, lui ha scelto
le mie sonorità, il mio mondo. Io ho proseguito per
la mia strada e ho continuato a scrivere.
Una cosa che mi è rimasta impressa
di Fabrizio è che era una persona molto umile, come
tutte le persone molto intelligenti era molto umile,
disposto a mettersi in discussione, una persona
molto disposta al dubbio. Per esempio, l’ultima cosa
che abbiamo fatto insieme, Don Raffaè. Lui
aveva dubbi fino all’ultimo che la canzone andasse
bene. Un approccio per niente sicuro, per niente
tronfio. Questa è una lezione importante. A volte
esagerava anche coi dubbi. Sì, un po’ tormentato.
Pur
avendo collaborato con molti altri musicisti, non
hai mai smesso di lavorare da solista. Al 2005
risale l’album
Quel lungo treno ,
in cui sono riarrangiati canti alpini in chiave folk
rock. Cos’è che più ti affascina della tradizione,
della storia?
In un mondo meno incivile del
nostro dal punto di vista musicale- letterario, un
percorso come il mio l’avrebbero fatto già trenta -
quaranta artisti. Il fatto che mi trovi a farlo per
primo, cioè a riportare della poesia popolare come
sono le canzoni della Prima guerra mondiale che
nascono, comunque, da musiche preesistenti, da testi
preesistenti modificati per l’uso guerresco, è un
modo per affrontare una tradizione e anche per
ridare una sorta di visione individuale e poetica a
canzoni che quasi sempre sono cantate in maniera
corale. Quando spesso senti i canti alpini che
purtroppo sono anche sovrarrangiati, a volte fanno
delle cose alla Gershwin addirittura, perdi un po’
di vista il senso del testo. Quindi riportarlo ad
una sorta di visione individuale per me è come
dargli un peso nuovo, far capire che c’è tanta
musica, poesia di qualità che non ha un’estrazione
letteraria. A volte la gente pensa che la cultura
sia solo quella accademica, ma ci sono canzoni
bellissime scritte da non letterati, da contadini
come Ponte de Priula, La notte che pioveva…
Purtroppo la poesia, in Italia, ha
un imprinting molto cortense, molto da salotto, da
ambienti chiusi. E poi confondiamo, per noi la
cultura è solo quella accademica, invece c’è tutta
un’altra cultura. È importante fare un percorso di
questo tipo.
Che
rapporto hai con le tue radici venete?
Beh, un rapporto profondo perché io
sono nato da una famiglia contadina, patriarcale,
dove si cantavano queste canzoni, dove la musica era
importante e dove comunque ho respirato poesia,
musicalità. Anche nelle cose che non erano
iconografate per questo.
Sciascia disse che noi siamo quello
che viviamo nei nostri primi dieci anni di vita, è
quello il nostro imprinting. Mi sento
fondamentalmente veneto perché è questa la mia
cultura. Come un bretone è bretone prima di essere
francese, e un catalano è catalano prima di essere
spagnolo. La nostra cultura è questa, una cultura
che ha mille anni,. Ha tanti aspetti, tanti
riflessi: la cultura veneta è di mare, di montagna e
di pianura.
Prossime date dei concerti:
17/08/07: Seren Del Grappa (BL)
18/08/07: Castel di Ieri (AQ)
19/08/07: Nardo di Pace (VV)
04/09/07: Ravenna
08/09/07: Alessandria
09/09/ 07: Verona