Massimo Bubola: il musicista folk-rock che ama curvare le parole
di Antonella Fontanella

In occasione dell’esibizione tenutasi nella sala conferenze della Biblioteca civica di Mestre, Massimo Bubola, uno dei più grandi cantautori italiani, nel corso di un’intervista ha presentato la sua ultima opera : La neve sugli aranci (2006), e ha delineato i contorni della sua poetica sottolineando l’importanza di un recupero della  tradizione popolare.

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Ha lo sguardo fiero e sognante del poeta legato alle sue origini popolari, la fisicità energica e decisa del cantautore folk- rock: è Massimo Bubola, uno dei più grandi artisti italiani, personaggio dotato di una singolare versatilità creativa che schiaffeggia ogni tentativo di definizione univoca e coinvolge in un affascinante viaggio lungo i sentieri confinanti della poesia e della musica, per visitare quei paesaggi dell’anima  mai svincolati da un contesto che affonda  le radici nella storia, nella tradizione e, talvolta, nella memoria.

In oltre trenta anni di carriera, Bubola, ha svolto,in modo parallelo, l’attività artistica di musicista folk- rock e di poeta, avvalendosi di svariati modi espressivi per comunicare ed esprimere  le sue emozioni.

 Da solista, ha scritto canzoni di autentica bellezza come Il cielo d’Irlanda, Johnny lo zingaro, Rosso su Verde, Dostoevskij, Dino Campana.

 Attraverso il suo disco di esordio: Nastro giallo (1976) fu notato e apprezzato dal grande Fabrizio De Andrè, con cui collaborò per l’album Rimini( 1978) e con cui  realizzò canzoni meravigliose e capolavori assoluti come Andrea, Hotel Supramonte, Fiume Sand Creek, Don Raffaè.

 Pur avendo collaborato con molti altri artisti tra i quali Milva, Mauro Pagani, Fiorella Mannoia,  non ha mai interrotto il suo percorso artistico individuale realizzando dischi come Marabel (1979), Tre rose (1981), Massimo Bubola (1982), Vita , morte, e miracoli (1989), Doppio lungo addio (1994), Amore e guerra (1996), Mon trésor, (1997), Diavoli e farfalle(1999), Il cavaliere elettrico(2001), Niente passa invano(2003), Segreti trasparenti (2004), Quel lungo treno(2005).

 In occasione dell’esibizione tenutasi il  9 agosto 2007 nella sala conferenza della Biblioteca civica di Mestre, nel corso di un’intervista  ha presentato la sua ultima opera La neve sugli aranci (2006), ha rievocato alcuni frammenti degli anni Settanta e ha delineato i contorni della sua poetica, sottolineando l’importanza delle radici storico- culturali e la bellezza della poesia popolare.

La neve sugli aranci è un’opera costituita da otto poesie, tre lettere  accompagnate da musica, due canzoni  e un racconto irlandesi. Differenti  linguaggi artistici per dipingere da angolazioni diverse i paesaggi dell’anima: che significato ha avuto per te la realizzazione di quest’opera?

Sai, la poesia l’ho sempre coltivata simmetricamente alla canzone. In realtà non sono due generi così distanti, penso che sia un percorso abbastanza simile. Viviamo in un’epoca in cui ci si specializza troppo. Basta pensare al Rinascimento: c’erano scultori che facevano gli architetti, o ingegneri che facevano i militari.

Il titolo “La neve sugli aranci” a cosa si riferisce?

La neve sugli aranci  è una delle poesie musicate dedicate a Palermo. C’è questa visione della città stranamente coperta di neve che è una cosa un po’ inusuale, è stata narrata e immaginata così: la poesia crea delle associazioni particolari. 

La neve sugli aranci pone in primo piano la poesia, la letteratura. La musica fa da contorno e riveste prevalentemente un ruolo di sfondo. Le uniche canzoni incluse sono I venti del cuore e Sotto un cielo così, una ballad soul rock. Come mai hai scelto di inserire  proprio queste canzoni? Come si sposano con il libro? 

Quasi tutte le poesie sono sulla reminescenza, sui ricordi, su piccole cartoline del passato. Ci sono dei piccoli frammenti, c’è il traghetto Olbia- Livorno, la Sardegna, la salita alla Macella. Le due canzoni che avevo dato ad altri, una alla Mannoia, una ad un gruppo Blues, hanno questa caratteristica, di essere due canzoni sulla reverie, sulla reminescenza. 

L’Irlanda, con i suoi paesaggi e la su storia è abbastanza presente nella tua produzione artistica:Il cielo  di Irlanda , canzone che hai scritto per Fiorella Mannoia, una delle più belle canzoni italiane, come è nata… ?  

Innanzitutto non l’ho scritta per Fiorella Mannoia, l’ho scritta dieci anni prima durante un viaggio irlandese. L’Irlanda è una delle tante fonti di ispirazione. Senz’altro, quando l’ho visitato io era un paese ben diverso da quello che è attualmente, un paese che oramai ha avuto un boom economico straordinario. Era invece un paese molto povero, dove esisteva una grande cultura popolare molto condivisa, mi sembrava di vedere un po’ i volti e i luoghi della mia infanzia che ho passato nella bassa veronese. Zona di grandi argini, di grandi campi, campi di meli. Ed era un ritorno a quel tipo di valori: persone curiose degli altri, una vita un po’ da pub dove andavo da piccolo con mio padre e tutti quanti ridevano, si prendevano in giro, giocavano a carte, c’era un bel clima… Per cui l’Irlanda è stato uno di quei paesi che m’ha entusiasmato di più negli anni Settanta. 

E come è nato il racconto irlandese che hai inserito in La neve sugli aranci?

Io ho fatto il contrario, ho prima scritto la canzone, poi l’ho messa in prosa. È stato un esperimento che ho fatto per un libro che era una sorta di vademecum per i viaggi irlandesi, quindi l’ho tradotta in prosa.

Quindi il racconto è una sorta di traduzione  della canzone Il cielo d’Irlanda

È un’estensione. Perché la canzone vive di grandi sintesi, di salti logici, quindi m’è piaciuto illustrarla. 

Hai tradotto Bob Dylan ,Patty Smith, Leonard Cohen. L’incontro con il mondo  di ognuno di questi grandi artisti degli anni Settanta t’ha arricchito molto?

Senz’altro. Io sono un anglista, traducevo già. Era una mia passione. Qualche volta si è concretizzata in canzoni come Avventura a Durango. La passione entra in un’altra logica se fai il traduttore, soprattutto se devi riprodurre in lingua italiana delle metriche e delle immagini di una lingua come l’inglese che è molto diversa. Tradurre le lingue neolatine è relativamente facile, però l’inglese è una lingua molto più breve. Quando andiamo nei musei c’è la spiegazione in inglese che è sempre la metà ,come volume, di quella italiana. È un po’ una sfida, a volte riesce. 

In che modo ognuno di questi grandi artisti ti ha arricchito?

Sarebbe lunga… Dylan è come Shakespeare, ha inventato un linguaggio dei sentimenti nuovo. Patty Smith è stata la più grande poetessa della letteratura rock, letteratura che in Italia non ha molto attecchito. È una poetica femminile, e quindi molto affascinante. Cohen è il più grande poeta intimista in assoluto. Poi ci sarebbe moltissimo da dire. Non a caso due di loro sono di cultura ebraica, quindi attingono ad un patrimonio di simbolismi, di riferimenti che a volte noi cattolici non abbiamo. Conosciamo poco la Bibbia, molto di più il Vangelo. Per esempio se si pensa alla frase: una dura pioggia cadrà. In italiano una metafora così potente sarebbe un po’ indigesta, metafora attinta dalla grande poesia biblica. 

Agli anni Settanta risale anche l’omicidio di Pier Paolo Pasolini. Cosa  rappresentò per la vostra generazione?

Pasolini è stato soprattutto una coscienza critica di questo paese. Era scomodo un po’ a tutti, anche ai suoi grandi fans, è stato scomodo al suo partito che lo ha espulso perché omosessuale, era scomodo anche alla sinistra perché diceva cose a volte un po’ antipatiche. Come quando disse che i veri proletari erano i poveri soldati calabresi che vivevano in caserma mentre i figli della buona borghesia erano gli studenti contestatori. Diceva a volte cose sgradite. E poi mi ricordo i suoi interventi, i suoi scritti corsari. Come poeta non mi ha mai entusiasmato personalmente perché lo trovo prosaico, troppo legato a dei contenuti precisi. Per me la poesia dovrebbe essere qualcosa di ancora un po’ oscuro.

Nel 1978  iniziò il tuo sodalizio artistico con il grande Fabrizio De Andrè. L’album si intitolava Rimini. Cosa rappresentò  e rappresenta tuttora per te  quell’ incontro?  

Fu quell’incontro che decise che io facessi questo mestiere, che mi diede la coscienza di essere capace di scrivere…Perché Fabrizio m’ha dato molte sicurezze in questo senso.

È chiaro, io ho influenzato De Andrè perché io ho scritto per lui e lui non ha mai scritto per me. Se vai a casa di qualcuno, gli dai una mano ad arredare, sei tu che influenzi con il tuo gusto. C’è a volte un po’ di psicolabilità tra tanti giornalisti che chiedono in cosa mi abbia influenzato. È chiaro che una cosa del genere influenza sotto tanti aspetti, ma in realtà la poetica che lui sposò fu, fondamentalmente, la mia. 

Con De Andrè hai scritto canzoni splendide come Andrea, Hotel Supramonte, Quello che non ho, Fiume Sand Creek. C’è qualche aneddoto particolare relativo alla stesura di alcune canzoni?

Di aneddoti ce ne sarebbero tanti. Per quanto riguarda la scrittura: Volta la carta , per esempio, è una filastrocca veneta che avevo pescato su quelli che potevano essere anche i riferimenti con la musica folk. E quindi il mio percorso successivo è stato legato a tanta scrittura popolare. All’Italia manca questo contatto con la scrittura popolare, a volte si scrivono canzoni che non stanno né in cielo né in terra, io preferisco fare delle canzoni che abbiano un seguito e anche delle radici.

 Cosa ti è rimasto impresso di De Andrè?

Sono molte le cose. Io ho fatto un percorso di folk rock, per cui diciamo che per quei dischi lì L’indiano e Rimini, lui ha scelto le mie sonorità, il mio mondo. Io ho proseguito per la mia strada e ho continuato a scrivere.

Una cosa che mi è rimasta impressa di Fabrizio è che era una persona molto umile, come tutte le persone molto intelligenti era molto umile, disposto a mettersi in discussione, una persona molto disposta al dubbio. Per esempio, l’ultima cosa che abbiamo fatto insieme, Don Raffaè. Lui aveva dubbi fino all’ultimo che la canzone andasse bene. Un approccio per niente sicuro, per niente tronfio. Questa è una lezione importante. A volte esagerava anche coi dubbi. Sì, un po’ tormentato.

 Pur avendo collaborato con molti altri musicisti, non hai mai smesso di lavorare da solista. Al 2005 risale l’album Quel lungo treno , in cui sono riarrangiati canti alpini in chiave folk rock. Cos’è che più ti affascina della tradizione, della storia?

 In un mondo meno incivile del nostro dal punto di vista musicale- letterario, un percorso come il mio l’avrebbero fatto già trenta - quaranta artisti. Il fatto che mi trovi a farlo per primo, cioè a riportare della poesia popolare come sono le canzoni della Prima guerra mondiale che nascono, comunque, da musiche preesistenti, da testi preesistenti modificati per l’uso guerresco, è un modo per affrontare una tradizione e anche per ridare una sorta di visione individuale e poetica a canzoni che quasi sempre sono cantate in maniera corale. Quando spesso senti i canti alpini che purtroppo sono anche sovrarrangiati, a volte fanno delle cose alla Gershwin addirittura, perdi un po’ di vista il senso del testo. Quindi riportarlo ad una sorta di visione individuale per me è come dargli un peso nuovo, far capire che c’è tanta musica, poesia di qualità che non ha un’estrazione letteraria. A volte la gente pensa che la cultura sia solo quella accademica, ma ci sono canzoni bellissime scritte da non letterati, da contadini come Ponte de Priula, La notte che pioveva…

Purtroppo la poesia, in Italia, ha un imprinting molto cortense, molto da salotto, da ambienti chiusi. E poi confondiamo, per noi la cultura è solo quella accademica, invece c’è tutta un’altra cultura. È importante fare un percorso di questo tipo.

 Che rapporto hai con le tue radici venete?

Beh, un rapporto profondo perché io sono nato da una famiglia contadina, patriarcale, dove si cantavano queste canzoni, dove la musica era importante e dove comunque ho respirato poesia, musicalità. Anche nelle cose che non erano iconografate per questo.

Sciascia disse che noi siamo quello che viviamo nei nostri primi dieci anni di vita, è quello il nostro imprinting. Mi sento fondamentalmente veneto perché è questa la mia cultura. Come un bretone è bretone prima di essere francese, e un catalano è catalano prima di essere spagnolo. La nostra cultura è questa, una cultura che ha mille anni,. Ha tanti aspetti, tanti riflessi: la cultura veneta è di mare, di montagna e di pianura.

 Prossime date dei concerti:

 17/08/07: Seren Del Grappa (BL)

18/08/07: Castel di Ieri (AQ)

19/08/07: Nardo di Pace (VV)

04/09/07: Ravenna

08/09/07: Alessandria

09/09/ 07: Verona

 

14 agosto 2007

Antonella Fontanella

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
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