Da Beethoven a… Beethoven

 

Alla Filarmonica di Rovereto due serate dedicate all’opera completa per violoncello e pianoforte del compositore di Bonn con David Geringas e Ian Fountain.


Filarmonica di Rovereto

23 e 25 gennaio 2007 - 20.45

 

“Noi esseri finiti, personificazioni di uno spirito infinito, siamo nati per avere insieme gioie e dolori; e si potrebbe quasi dire  che i migliori di noi raggiungano la gioia attraverso la sofferenza”

(lettera di Beethoven alla contessa Anne Marie von Erdödy, dedicataria dell’op.102

 

Mercoledì 23 e giovedì 25 gennaio il violoncellista David Geringas ed il pianista Ian Fountain (che ha sostituito la signora Tat’jana Schatz –moglie di D. Geringas- assente per motivi di salute) hanno presentato un programma completo, di grande importanza storica ed artistica.

   La produzione che Beethoven dedica al violoncello –sempre in duo con il pianoforte, mai in veste solistica- è costituita da cinque sonate e tre serie di variazioni (su temi di G. F. Händel e W. A. Mozart); pochi numeri d’opera distribuiti e distanziati negli anni, dal 1795 al 1815, che rappresentano un importante campo di ricerca.

   Il violoncello, strumento tradizionalmente deputato a reggere il basso continuo, assunse -dalla fine del ‘600- a poco a poco responsabilità solistica; prima di Beethoven altri compositori come Bach, Haydn e Boccherini portarono all’emancipazione di questo strumento scrivendo per esso suite, sonate e concerti. Nessuno di loro si spinse però fino alle audaci sperimentazioni beethoveniane che si possono trovare nell’op. 69 o 102.

   Il duo Geringas – Fountain ha saputo interpretare magnificamente le varie composizioni riuscendo a caratterizzarle stilisticamente. Seguendo l’evoluzione della scrittura e l’aumento di tensione, che arriva al culmine negli ultimi brani, i musicisti sono passati da un carattere “mozartiano” a dure e violente sonorità. L’impressione era che anche l’affiatamento degli esecutori si collocasse in questo climax.

   Le due Sonate op. 5 (1775-96) sono il primo esempio sonatistico per la formazione di duo pianoforte-violoncello; anche se con soluzioni originali il compositore si rifà ad Haydn. Strutturate allo stesso modo riguardo al numero e alla successione di movimenti ( Adagio-Allegro-Rondò) si caratterizzano per grande ricchezza di idee.

Passeranno dieci anni prima che Beethoven scriva ancora per questa combinazione. Tra il 1807 e l’anno successivo realizzerà l’op. 69, diventato un caposaldo della letteratura del genere: un vero capolavoro. Creata in un periodo particolarmente fecondo in cui videro la luce anche la Quinta e la Sesta sinfonia, questa sonata approfondisce il dialogo tra i due strumenti. Non è possibile stabilire una gerarchia tra il pianoforte e il violoncello,  non vi è solista né accompagnatore: si tratta di un gioco alla pari.

   Le due Sonate op.102 (1815) fanno parte dei più significativi esempi dell’ultimo stile beethoveniano, in cui il recupero del contrappunto e della variazione, in sostituzione alla forma-sonata, portarono a risultati personali di grande coerenza musicale. A differenza dei lavori “di mezzo”, caratterizzati da ricchezza di temi e cantabilità, nell’op 102 troviamo elementi scarni, essenziali con vertiginosi salti di registro ed esplorazioni di sonorità estreme in entrambi gli strumenti, un dialogo difficile, spesso ostico.

   Le Variazioni, a differenza delle Sonate, sono opere accademiche legate al rapporto con l’editoria ed il pubblico; brillanti e leggere possono considerarsi come omaggi ai maestri del passato. La prima serie è del 1797 ed è costruita sul tema di un’aria dall’oratorio Judas Maccabeus di Händel, la seconda e la terza , rispettivamente del 1798 e del 1802, sono variazioni ispirate a passi del celebre Singspiel di Mozart: il “Flauto Magico”.

  Molto apprezzato è stato il bis della breve Lirica di Riccardo Zandonai (originale per voce e pianoforte), omaggio all’operista e alla sua città.

31 gennaio 2007

Mauro Tonolli maurotonolli@sindromedistendhal.com 

 

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