Mercoledì 23 e
giovedì 25 gennaio il violoncellista David Geringas
ed il pianista Ian Fountain (che ha sostituito
la signora Tat’jana Schatz –moglie di D. Geringas- assente
per motivi di salute) hanno presentato un programma
completo, di grande importanza storica ed artistica.
La produzione
che Beethoven dedica al violoncello –sempre
in duo con il pianoforte, mai in veste solistica- è
costituita da cinque sonate e tre serie di variazioni (su
temi di G. F. Händel e W. A. Mozart); pochi numeri d’opera
distribuiti e distanziati negli anni, dal 1795 al 1815, che
rappresentano un importante campo di ricerca.
Il
violoncello, strumento tradizionalmente deputato a
reggere il basso continuo, assunse -dalla fine del ‘600- a
poco a poco responsabilità solistica; prima di Beethoven
altri compositori come Bach, Haydn e Boccherini portarono
all’emancipazione di questo strumento scrivendo per esso
suite, sonate e concerti. Nessuno di loro si spinse però
fino alle audaci sperimentazioni beethoveniane che si
possono trovare nell’op. 69 o 102.
Il duo
Geringas – Fountain ha saputo interpretare
magnificamente le varie composizioni riuscendo a
caratterizzarle stilisticamente. Seguendo l’evoluzione
della scrittura e l’aumento di tensione, che arriva al
culmine negli ultimi brani, i musicisti sono passati da un
carattere “mozartiano” a dure e violente sonorità.
L’impressione era che anche l’affiatamento degli esecutori
si collocasse in questo climax.
Le due
Sonate op. 5 (1775-96) sono il primo esempio sonatistico
per la formazione di duo pianoforte-violoncello; anche se
con soluzioni originali il compositore si rifà ad Haydn.
Strutturate allo stesso modo riguardo al numero e alla
successione di movimenti ( Adagio-Allegro-Rondò) si
caratterizzano per grande ricchezza di idee.
Passeranno dieci
anni prima che Beethoven scriva ancora per questa
combinazione. Tra il 1807 e l’anno successivo realizzerà l’op.
69, diventato un caposaldo della letteratura del genere:
un vero capolavoro. Creata in un periodo particolarmente
fecondo in cui videro la luce anche la Quinta e la Sesta
sinfonia, questa sonata approfondisce il dialogo tra i due
strumenti. Non è possibile stabilire una gerarchia tra il
pianoforte e il violoncello, non vi è solista né
accompagnatore: si tratta di un gioco alla pari.
Le due
Sonate op.102 (1815) fanno parte dei più significativi
esempi dell’ultimo stile beethoveniano, in cui il recupero
del contrappunto e della variazione, in sostituzione alla
forma-sonata, portarono a risultati personali di grande
coerenza musicale. A differenza dei lavori “di mezzo”,
caratterizzati da ricchezza di temi e cantabilità, nell’op
102 troviamo elementi scarni, essenziali con vertiginosi
salti di registro ed esplorazioni di sonorità estreme in
entrambi gli strumenti, un dialogo difficile, spesso ostico.
Le
Variazioni, a differenza delle Sonate, sono opere
accademiche legate al rapporto con l’editoria ed il
pubblico; brillanti e leggere possono considerarsi come
omaggi ai maestri del passato. La prima serie è del 1797 ed
è costruita sul tema di un’aria dall’oratorio Judas
Maccabeus di Händel, la seconda e la terza , rispettivamente
del 1798 e del 1802, sono variazioni ispirate a passi del
celebre Singspiel di Mozart: il “Flauto
Magico”.
Molto apprezzato
è stato il bis della breve Lirica di Riccardo Zandonai
(originale per voce e pianoforte), omaggio all’operista e
alla sua città.