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Quando finisco di lavorare è sempre tardissimo. Non a caso,
conosco tutti i fornai del quartiere. Arrivo sempre in
questo bar, che è l’unico aperto tutta la notte, e mi prendo
un caffè che mi dia la forza per arrivare a casa ed un
panino da mangiarmi appena mi sveglio, nel pomeriggio. Da
cinque anni, immancabilmente, ogni notte mi fermo qui. Entro
con i miei stivali, la maglietta aderente e la gonna
rigorosamente corta (mi domando per quanto tempo me la potrò
ancora permettere...). Adesso nessuno mi guarda più con
sospetto o malizia. Del resto a quell’ora c’è sempre la
stessa gente: quattro ubriachi e qualche tardona delusa
dalla serata in discoteca. Tutti amici miei, naturalmente.
Al bancone ci sono Samuele, il gestore, e Matteo. Samuele è
il classico quarantenne piacente, tutto lampade e palestra,
che la sa molto lunga. Mi ha sempre trattata con un certo
riguardo, spesso ci attardiamo a bere qualcosa insieme o ci
divertiamo a sfidare a poker gli ubriachi. Più di una volta
ha provato a portarmi a letto, ma l’ho sempre liquidato
magistralmente con una battuta. La parola non mi manca, devo
dire la verità. Matteo in vece è uno studente più giovane di
me e mi ha sempre suscitato una certa tenerezza. Ha questi
buffi capelli rossicci ed uno sguardo molto dolce.
Solitamente silenzioso, con me parla parecchio, con quel suo
irresistibile difetto di pronuncia. Da sempre ho
l’impressione che abbia una cotta per me e quando mi guarda
con i suoi occhi intensi ed ammirati vorrei tanto dirgli
ma non mi vedi? Tu sei un bravo ragazzo, lascia perdere.
Non credo che ce la farei, nemmeno una volta, anche
solamente per deontologia professionale. Già, la
professione. Che poi molti di quelli che vengono da me non
sono mica così diversi da lui. Magari un po’ più vecchi, ma
alla fine tutti ti gettano addosso lo stesso sguardo quasi
supplichevole, che a volte mi sento pure in colpa a
prendergli i soldi. A volte a prendergliene pochi.
Dovrebbero darmi la laurea honoris causa in
Antropologia, che qui se ne vedono più che a fare i taxisti
a New York.
Bocca di Rosa,
mi chiamano, e non per il mio modo di esprimermi o per le
fattezze delle mie labbra. Nel mio ambiente è come un
attestato di garanzia, una sorta di medaglia al valore. A me
dapprima dispiaceva che mi chiamassero così, adesso in vece
ne vado fiera, chè vuol dire che anni di esperienza ed
applicazione non sono andati sprecati. Ultimamente ho
cominciato ad usare questo nomignolo anche sul mio sito
internet, al posto dei soliti nomi scemi. Da quando mi sono
messa in rete i guadagni sono più cospicui, anche se in
questa città funziona ancora molto il passaparola.
Tanto il meccanismo è sempre lo stesso: un appuntamento, un
albergo. In casa mia non porto nessuno, né sono così stupida
da andare in casa loro. Che poi la cosa avvenga per
telefono, via mail o in qualunque altra maniera, il
risultato non cambia, tutti vogliono sempre la stessa cosa:
la considerazione, nelle sue varie manifestazioni.
Coi tempi che corrono, nessuno sarebbe disposto a pagare
così tanto per una bocca, per delle belle gambe. La gente
vuole essere considerata e, quella più ambiziosa, amata.
Il film è quasi sempre lo stesso, due o tre volte a sera. Si
arriva in albergo, il portiere amico mio mi regala una
bottiglia che aiuta sempre, in camera e via. Dapprima sono
tutti belli aggressivi, prima ti mettono i soldi sopra il
comodino e poi la mano, decisa, sulla testa. La mano sulla
testa è una cosa che ho sempre detestato – sono qui per
questo, imbecille, non devi convincermi – Eppure quelle
mani me le sento ormai ogni istante fra i capelli e
ricorrono, spingendo, in tutti i miei sogni. Vorrei non
averle mai sentite, ma è troppo tardi. La parte più
spiacevole arriva dopo, però. Dopo lo scaricamento, le
parole oscene, dopo averti portata a dirgli quanto siano
bravi arriva il peggio. Lui è disteso ansimante e tu osservi
quegli stivali orribili, ed i vestiti sbattuti per terra ti
sembrano più indecenti che mai. Raccogli le forze per
alzarti, che il soffitto di quella camera ti fa più schifo,
se possibile, dell’uomo sudato che allunga la mano verso di
te – fatti abbracciare da tua madre, cretino – e non
vedi l’ora di tornare a casa. Ti siedi dolorante e stanca e
fai per indossare quelle autoreggenti di pizzo che ogni due
giorni ti costringi a comprare, ma per fortuna nel prezzo ci
sono comprese anche le strizzatine d’occhio dei commessi, ed
arrivano le domande a raffica – ma non eri stanco? Perché
non ti fumi una sigaretta e non ti addormenti come fai con
la disgraziata di tua moglie? – Le domande sono davvero
cretine. Vogliono sapere se ti è piaciuto – duecento euro
per fare quello che nessuna vuole farti gratis, mon amour,
cosa dovrei risponderti? – il tuo vero nome, quando hai
cominciato e minchiate del genere. Io sono bravissima e me
ne invento sempre una nuova. Il problema è che poi
cominciano a parlarti degli affari loro, alcuni ti chiedono
addirittura consigli! – Sono una puttana, ricordi? Non è
così che mi chiami quando parli di me con gli amici al bar
sotto casa? Cosa vuoi che ne sappia? – I primi tempi
cercavo di evitare discorsi del genere, poi ho scoperto di
poter accumulare ulteriori guadagni dalle frustrazioni
gravitazionali del puttaniere medio. Il segreto è farli
sentire importanti. Il fatto di essere italiana non mi aiuta
molto: preferirebbero un bell’accento di qualche paese
povero e sfruttato. Più il Pil è basso, più si sentono
potenti. Ma mi arrangio comunque. La formula standard è
quella di farli sentire i più grandi amatori del mondo –
te lo dice una che ne ha visti a migliaia – e poi
proseguire su questa linea, che vale più o meno sempre. Le
doti di psicologa che ho sviluppato facendo questo mestiere
sono impressionanti, mi basta uno sguardo per capire da
quale problema è afflitto il coglione di turno. Diciamo che
la crisi di coppia fa la parte del leone e allora io sfodero
un sacco di discorsi appresi chi sa dove, ma molto
convincenti, pare. Questo aspetto del lavoro fa perdere un
po’ di tempo, ma rende bene nel lungo periodo. Li rassicuri,
ti sforzi di abbracciarli, gli fai credere che se tu avessi
la fortuna di essere al posto delle loro donne sì che
sapresti apprezzarli e puttanate varie. Se sei brava se la
bevono alla grande e tornano. È un modo, diciamo, di
fidelizzare il cliente, che tanto ognuno ha il suo
tallone d’Achille, basta essere in grado di individuarlo.
Quando va bene, ti coprono di regali. Peccato che per prima
cosa tutti ti regalino un telefono cellulare. Cosa dovrebbe
farsene una puttana di tanti telefoni? Bah.
Poi ci sono i residui dei night-club, quelli che rendono di
più. Ti corteggiano, ti regalano fiori, ti coprono di
attenzioni. Ti portano a cena fuori per esibirti in pubblico
e ti trattano come una regina, ma nello sguardo mellifluo
c’è sempre un rigurgito di dominio. Non devi mai dimenticare
chi sei. Devi comunque stare al tuo posto. Questi patetici
individui sono solitamente degli sfigati di professione col
porta fogli gonfio, e non solo. Il loro obiettivo non è
tanto il sesso quanto la rivalsa sociale. Ti fanno conoscere
sempre qualche amico incontrato per caso, ti portano
a passeggiare in centro. Cioè, il sesso gli interesserebbe
pure, ma sono così abituati ad andare in bianco che già il
fatto di farsi vedere in giro con una ragazza appariscente
li appaga, fornendogli inesauribile materiale per la
masturbazione. Se potessero ti scoperebbero in pubblico,
questo sì. I più audaci si cimentano in qualche improbabile
acrobazia e pretendono che tu urli come una forsennata e
finga orgasmi multipli. Non è difficile, a dire la verità.
Fingere mi riesce bene, modestamente. Non hanno esigenze
particolari se non infilare da qualche parte o essere
toccati. E poi non durano più di tre minuti. Alla fine ti
complimenti per la prestazione, per le dimensioni (questo
è fondamentale!) e quelli ti coprono di soldi. Di solito
mi danno fino al triplo della mia tariffa tradizionale senza
che io gli chieda niente. Già, perché questa categoria di
clienti non vuole ammettere di trovarsi in presenza di una
mestierante. È come un tacito accordo in cui tu devi fingere
di interessarti seriamente a loro. Vogliono la dolcezza, le
carezze, ti chiamano col nome della madre, è disgustoso.
Bisogna stare molto attente, però. Se si affezionano troppo
arrivano al punto di chiederti di sposarli!
Una volta uno voleva presentarmi ai genitori…
racconto a Samuele, seduta ad un tavolino del bar, e lui si
fa delle grasse risate. Stanotte ho finito prima del solito
e mi sono chiusa qua dentro. È particolarmente freddo e non
mi va di tornare a casa, non ho sonno. Il locale è semi
vuoto. C’è soltanto il solito tizio spalmato contro il video
poker ed uno che si lamenta della Finanziaria al bancone,
sfruttando la pazienza del povero Matteo. Samuele ed io
siamo stranamente allegri e un po’ bevuti. Lui vuol sapere
tutto del mio lavoro ed io mi spreco in aneddoti esilaranti.
Forse sono felice. Quando riesco a scherzarci su significa
che sto bene. Il mio disincanto colpisce molto gli uomini.
In fondo tutti quelli che conoscono vorrebbero “salvarmi” e
Samuele non fa eccezione. Samuele è il tipo che potrebbe
sposarsi una come me. Ora mi gira la testa. Complici,
ridiamo forte a suon di battutacce quando mi viene in mente
una cosa stupida: è da molto tempo che non scopo gratis. È
buffo, mi fa uno strano effetto. Lo stomaco si contorce in
fastidiosi conati. Un attimo fa ridevo e mi sentivo leggera,
adesso ho la testa affondata nel cesso. Tutto bene?
mi chiede Matteo bussando alla porta. No che non va bene.
Non va bene proprio per un cazzo. Non so com’è che mi esce
dalla bocca questo tono piagnucolante mentre lo imploro
entra, per favore. Ed eccolo lì, a tenermi la testa
mentre vomito molto più di quanto abbia mangiato nell’ultima
settimana. Una mano sulla testa che non spinge, finalmente.
Finito di vomitare i cocktail e la tristezza, mi siedo per
terra con gli occhi doloranti per lo sforzo. Non penso
all’aria sfatta che sicuramente ho, ma mi fisso sulla sua
camicia immacolata. Mi accarezza i capelli fino a che,
sfinita, non mi addormento con la testa contro il muro.
Il sole filtra piano dalle veneziane socchiuse, chi sa che
ore sono. Un insolito calore addosso a me. Un uomo addosso a
me. Matteo. Mi abbraccia. Dio, che bella sensazione. Deve
avermi portata a casa sua, penso. E a giudicare dal profumo
della mia pelle deve avermi anche lavata. E chi sa
cos’altro. Ma no, me lo ricorderei. Sono stranita, ma non
voglio muovermi. Lo guardo mentre dorme. Sono anni che non
vedo un uomo dormire. Scosto piano il piumone colorato ed
osservo il suo torace acerbo e bianco. Dorme a bocca chiusa,
con le braccia lentigginose avvinghiate a me e la sua mano
grande appoggiata sulla mia pancia. Ha un respiro
leggerissimo e profuma di bucato. La camera è confortevole e
piena di libri e cd. Che strano, questa incresciosa
situazione non mi imbarazza affatto. Nemmeno questa
maglietta troppo grande mi imbarazza. Mi sento a casa. Come
se non mi fossi mai mossa da questo letto, da queste
braccia. Mi alzo. In cucina c’è molta luce, odore di buono.
Preparo il caffè e mi sembra una qualunque domenica mattina
dell’ ’84. Matteo, svegliati! Apre gli occhi e
sorride vedendomi seduta al bordo del letto con la tazzina
in mano. Le corde vocali semi addormentate riescono a farsi
uscire un grazie tenero e rauco. Si siede sul letto
assonnato. Lo sguardo è quello del bambino che ha appena
visto la neve fuori dalla finestra e no, oggi non si va a
scuola. Mamma mia come sei bella, ed appoggia
delicatamente la mano sulla mia testa. La mia mano sul suo
fianco destro, caldo da non crederci. Caldo del torpore
mattutino o forse, chi sa, pomeridiano, che qui il tempo non
conta più niente. La sua bocca sa di caffè bollente che si
mischia alla mia saliva, a me, in un bacio casto che nemmeno
nell’ ’84. La mano allungata a trattenermi, e non ce ne
sarebbe bisogno, ma le labbra sono paralizzate dal calore e
non riescono ad aprirsi. E allora niente. E allora Ciao.
La primavera sta arrivando, dicono. Si sente, dicono. Io
sento soltanto il freddo e le mani che spingono la mia
testa. Sono quasi le diciotto e Maria dorme ancora.
Stamattina era così stanca che si è accasciata sul divano.
Il trucco sfatto, il vestitino scomposto. Eppure è
bellissima. Le invidio il corpo perfetto, il viso regolare.
Mi accosto a lei e mi basta un minimo contatto con la sua
pelle morbida per sentirmi in soggezione. Cerco di
svegliarla ma non c’è verso. Fra un’ora ha un appuntamento a
cui non può mancare, così ha detto. Sarà uno di quegli
stronzi, stronzissimi pezzi grossi che frequenta lei. Ti
butti via, le ripeto continuamente. Credo sul serio che
le basterebbe molto meno per fare i soldi per davvero. Io
vedo gli sguardi che le lanciano gli uomini quando cammina
per strada, comunque sia vestita. La sua è una bellezza
vera, genuina. Di quelle che si riconoscono subito, fin dal
momento in cui si sveglia. Niente riesce ad intaccarla.
Anche quando ha l’aria stanca le basta guardarti con quegli
enormi occhi per farti innamorare letteralmente. E a
guardare il suo volto bambinesco non immagineresti mai che …
Sono sicura che nessuno qui nel quartiere immagina il modo
in cui si guadagna da vivere. A me si legge negli occhi, nel
modo di parlare e di camminare. I miei fianchi e la mia
bocca la dicono molto lunga. Lei no, lei è di una dolcezza
che non è di questo mondo. Lei gioca ancora con le bambole e
sogna il principe azzurro. Come cavolo sia finita in questo
downtown di mattonelle malferme, termosifoni
ingialliti e chiazze sui muri non si riesce bene a capire. E
lavora come una pazza e trova pure il tempo di entrare nel
letto del padrone di casa per pagare l’affitto ad entrambe.
Conosco quasi tutti i suoi clienti, gente che in un mondo
normale dovrebbe pagare oro per un suo sguardo incidentale.
Ogni volta li guardo e mi domando con che coraggio persone
del genere mettano la mano sulla testa di Maria, della
mia Maria. Lo fanno perché non sanno. Lo fanno perché,
come tutti, pensano che con qualche soldo tutto sia dovuto.
Lo fanno perché non vedono la sua vera bellezza, non sanno
di ciò che sia capace. Le dico sempre che dovrebbe farsi
mantenere da qualcuno di questi stronzi e smetterla di fare
questa vita che non le si addice. Non sono mica una
puttana, mi risponde.
Già, questa vita. Stasera non mi è andata malissimo. Non è
nemmeno mezza notte ed ho già guadagnato un bel po’. Il
cretino mi ha dato appuntamento alle dieci e si è presentato
con mezz’ora di ritardo, che naturalmente ho incluso nel
prezzo. Il classico quarantenne insoddisfatto. Un copione
che conosco a memoria. Nemmeno brutto, ad essere sincera.
Giorgio, diceva di chiamarsi. Una furia. Mi ha strappato i
vestiti di dosso (anche quelli inclusi nel prezzo, né anche
a dirlo). Ha cominciato a mordermi e succhiarmi che sembrava
volesse fare chi sa che e poi niente. Naturalmente Scusa,
non mi era mai successo, e certo. A nessuno è mai
successo, guarda un po’. Stupidi uomini. Io lo assecondo,
cerco di consolarlo ma non mi impegno nemmeno più di tanto,
chissenefrega. Non sono professionale, lo so. A questo punto
dovrei cercare di risolvere il problema con i miei
infallibili sistemi, ma sinceramente non ne ho molta voglia
e lo lascio lì a leccarsi le ferite di maschio umiliato che
non riesce nemmeno con la prima incontrata per strada. O al
meno questo è ciò che pensa lui. Io ho altre teorie in
merito, ma che importa? Mica sono qui per dare lezioni, io.
Sono pagata per fare altro. E allora sia. Peccato che quello
non voglia nemmeno essere avvicinato. È da mettere in conto
anche questo, ok. O sono al top o non vogliono saperne, va
bene. Ma che addirittura mi pagasse lo stesso e se ne
andasse a testa bassa non me lo sarei mai aspettata! Una
volta sarei stata più onesta e non li avrei presi. Adesso
non me ne importa più niente. Altro giro, altra corsa.
Fra poco ho appuntamento con un altro, sempre nello stesso
albergo. Mi ha chiamata dieci giorni fa, anticipo non
usuale. Aveva una voce giovane e dolce. Speriamo sia carino,
così chiudo la serata in allegria. Mi rimetto un po’ a
posto, sistemo i capelli ed il trucco, tiro su le calze. Con
cinque minuti di anticipo sento bussare alla porta. Avanti,
e in tanto mi stendo sul letto improvvisando una faccia
voluttuosa, che se mi va bene ci sbrighiamo presto e me ne
vado a dormire. La porta si apre e rimango di stucco. No,
credo che non ci sbrigheremo presto. Il cliente dell’ultima
ora è un cliente particolare. Ha un mazzo di rose in mano.
Non riesco a dissimulare la sorpresa, mentre cerco di
coprirmi con le lenzuola, in un impeto di ingiustificato
pudore. E tu cosa ci fai qui?, la domanda più
intelligente che riesco a farmi uscire dalla bocca. Sorride
come un bambino davanti ai regali sotto l’albero. Appoggia
le rose sopra il tavolo e si siede sul bordo del letto. Ha
la barba rossa lunga qualche giorno. La sua camicia azzurra
leggermente aperta mi sembra eccitante come niente mai.
Sorride ancora e di fronte a quel sorriso io vorrei non
avere addosso questo abbigliamento imbarazzante. Vorrei che
il letto fosse più comodo. Che le coperte non avessero
questo colore grigiastro. Che l’imbiancatura non si
scrostasse dalle pareti. Che la finestra aperta non
mostrasse l’insegna del distributore di benzina. Tira giù le
lenzuola scoprendo il mio corpo ridicolizzato dagli orpelli
e deglutisce. Piano, pianissimo, mi fa scivolare tutto di
dosso fino a che, finalmente, non rimango nuda. Che strano,
mi sento agitata come se fosse la prima volta. È lui che
prende l’iniziativa in tutto. Appoggia timidamente la lingua
sulla mia, che risponde altrettanto timidamente. Mi
accarezza insistentemente il viso a fior di pelle. Mi stende
di nuovo sul letto e mi osserva per un bel po’. Non so che
espressione abbia adesso il mio volto. Molto stupida, temo.
So soltanto che in quel momento vorrei essere molto più
bella. Si stende sopra di me ancora vestito, ma posso
sentire l’odore della sua pelle, che mi sembra di conoscere
benissimo. È l’odore di mia madre e della neve dell’’84. Si
libera velocemente dei vestiti ed ho paura delle mie
reazioni. Cerco di trattenermi e lascio fare a lui. Percorre
impacciato il mio corpo. Avvicinandosi al seno la sua mano
comincia a tremare ed io, chiudendo gli occhi, ne sfioro il
dorso con la mia fino a che si intrecciano con naturalezza,
come se non avessero mai fatto altro. Lui mi respira in
faccia. Anche le altre due mani si intrecciano. Ci guardiamo
negli occhi. Sento il suo cuore contro il mio. Non so cosa
mi stia succedendo. So soltanto che non ci stiamo muovendo
di un millimetro eppure dopo un secondo lo sento dentro di
me. Non ci stiamo baciando, non ci stiamo toccando. Eppure è
lì, si muove piano, ed ho l’impressione che non sia mai
stato altrove. Non provo piacere. Non in senso fisico, al
meno. Sento la dolcezza lieve di una consuetudine che non
credevo esistesse. Un corpo che conosco da cinque minuti ma
che mi abita da trent’anni. Un senso di pienezza che rischia
di provocarmi un orgasmo veloce ed intenso. Sento che sta
per succedere. E questo non va bene. Fingere sempre e mai
perdere il controllo. Non per così poco, quanto meno. Non
per una penetrazione da quattro soldi, cavolo. Senza ritmo,
senza preliminari, senza impegno. Allora cerco di sforzarmi,
ma oramai sto già accarezzandogli i capelli, sto già
sussurrando cose senza senso. Come se fosse il mio uomo,
come se fosse vero. Affonda la testa sulla mia spalla ed io
mi lascio andare in un abbraccio protettivo. Lo stomaco è la
capocchia di uno spillo. Non so dire quanto tempo sia
passato. Non se ne va. Rimane qui dentro, perché è così che
deve essere. Il suo odore è ancora più intenso e sul suo
volto è sbocciato un sorriso soddisfatto, bello senza
precedenti. Il caldo è insopportabile ed il suo corpo
abbastanza pesante, ma non possiamo che addormentarci così,
vicini come un frutto alla sua buccia.
Il sole nasce più lento del solito. Come se avesse paura di
disturbare, come se si sentisse di troppo. Non ci siamo
ancora mossi. Non vorrei ci muovessimo mai. Lui dorme
ancora. Io guardo il soffitto e per la prima volta in vita
mia non penso. Sfioro le sue spalle e rallento il mio
respiro per paura di svegliarlo. Passano così le ore che
avrei voluto non passassero mai. E, naturalmente, arrivano
le dieci, l’ora più indiscreta. La donna delle pulizie bussa
forte alla porta. Lei non si sente di troppo. Lei fa il suo
lavoro e che ne sa. Che ore sono? mi chiede
staccandosi ed uscendo bruscamente da me. Lo chiede senza
attendere risposta, che già guarda l’orologio. Cazzo!
esclama. Si alza cercando i vestiti, io ancora stordita,
immobile. Cerco il suo sguardo, ma oramai i suoi occhi si
muovono veloci verso il nuovo giorno e le tante cose da
fare. Si è già infilato i jeans. Non riesco a muovermi e
forse è soltanto un modo per prolungare quella notte. Lui,
in vece, è frenetico. Non voglio pensarci, voglio dormire
ancora, vorrei sentirlo ancora e, chi sa perché, per un
attimo mi illudo che accada ancora e ancora. È già vestito
di tutto punto quando, finalmente, getta uno sguardo sul mio
corpo inerte e mezzo scoperto. Sorride, ma in maniera del
tutto diversa. Più che un sorriso è una specie di ghigno.
Vieni qui, mi dice. Come un automa, mi inginocchio sul
letto appoggiandomi sui talloni e faccio per baciarlo. Non
mi preoccupo nemmeno dell’aspetto che ho appena sveglia, non
è da me. Mentre mi avvicino lui si sbottona i pantaloni.
Allungo le braccia verso il suo collo ed è in quel momento
che sento di nuovo ciò che per una notte mi ero riuscita a
dimenticare: la sensazione fredda e brutale della mano sulla
testa che spinge verso il basso.
Trecento euro sul comodino, in pezzi da cinquanta. Il
resto è mancia.
Martina
Manescalchi
per Alteredo.org |