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L'Impegnato, l'Impiegato, il "Non so"

diMartina Manescalchi

 

Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè: uno sguardo sul crollo delle ideologie. Tra partecipazione e disincanto.

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Un poeta ed un filosofo. Uno cantastorie con la chitarra al braccio, l’altro uomo di teatro in senso totale e totalizzante. Uno descrive persone e situazioni in rapporto metaforico con la realtà sociale, l’altro vi si riferisce in maniera più diretta. Entrambi mal si prestano ad esaurirsi in una definizione.
Faber e Gaber: in sostanza, due uomini liberi. Liberi di guardare aldilà delle categorie, dunque al mondo reale che delle categorie inventate dall’uomo si beffa ogni momento rimescolandole, confondendole. Perchè il mondo reale è quello pieno di sfumature, dove il confine fra bene e male, fra giustizia ed ingiustizia, fra destra e sinistra, non è sempre ben marcato. Anzi, lo è sempre meno. Per questo la realtà necessiterebbe sempre maggiormente di essere commentata dai liberi pensatori, dalle voci fuori dal coro. Questo hanno rappresentato Gaber e De Andrè: due portavoce di nessuno se non della propria arte ed onestà intellettuale, portatori soltanto di un sentire puro, scevro di orpelli propagandistici e di miti ideologizzati.

La politica, intesa come tensione civile e sociale, mai come corporativismo, è presente in ogni singolo testo. Parlare dei due artisti è già, di per sé, un parlare di politica. Una politica che non trova mai una sua rappresentanza, una sua faccia. Una politica vera e deduttiva, critica verso le classi dirigenti quanto verso il consenso, troppo spesso pedissequo, cieco e senza coscienza. O con troppa coscienza. Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin (Qualcuno era comunista, Il Teatro Canzone, 1992 – vedi filmato sottostante). La partecipazione è il distinguo fondamentale. Non lo stare dalla parte di qualcuno, nemmeno l’atto del voto, che sembra aver perso la sua forza ed il cui unico valore è sublimato in una matita ben temperata, ma la partecipazione intesa come incidenza, passione, coinvolgimento.
Del resto, se De Andrè si dichiarerà sempre anarchico, Gaber, per sua ammissione, smetterà di recarsi alle urne dopo il referendum sul divorzio, nel 1975. Eppure sarà proprio all’inizio di quegli anni Settanta che entrambi canteranno la partecipazione come atto supremo del vivere civile, diviso fra adesione a nobili ideali ed autocoscienza.



Giorgio Gaber ha da poco abbandonato la sua veste di cantante popolare dopo un decennio di successi televisivi ed una discografia in cui, insieme al grande successo di pubblico, era riuscito a mettere insieme significative atmosfere da bar tra barbera, champagne e partite a biliardo, dei veri e propri spaccati sociali. Quando, nel 1972, porta in scena Dialogo tra un impegnato e un non so, non è più il chitarrista di Celentano né l’entertainer di Canzonissima, ma già da due anni è il Signor G. , una figura nuova nel teatro e nel panorama culturale.

L’anno successivo Fabrizio De Andrè incide Storia di un Impiegato e partendo dal Maggio Francese racconta la contestazione interiorizzata, quella che nasce (o muore) a livello puramente emozionale, nel cuore e nella pancia prima ancora che nella testa. Le due opere hanno il pregio di mostrare crudamente la solitudine come dimensione esistenziale che non potrà risolversi in alcuna condivisione. La dimensione pubblica e quella privata si alternano in un gioco delle parti che condurrà alla finale, doverosa conoscenza di sé stessi, indispensabile per raggiungere anche solo il desiderio di cambiamento.

In Dialogo tra un impegnato e un non so sono proprio i dubbi sull’appartenenza a farla da padrone; dubbi che l’artista riproporrà nel corso degli anni, forse senza mai scioglierne definitivamente i nodi se non nella perentoria affermazione, spettacolo teatrale ed ideale punto di partenza nella decostruzione, La mia generazione ha perso (2001).
Ma chi sono l’impiegato e l’impegnato? Chi è il non so? Come si inseriscono politicamente nel sanguinario decennio che vanno ad inaugurare e, in certi casi, a presagire?


Il dialogo gaberiano mette a confronto il militante munito di slogan e falsi miti con un uomo qualunque, più disincantato che disinteressato. Non un qualunquista, nemmeno definibile come borghese, atteggiamento foriero di immobilismo ed insensibilità, adagiato sul quieto vivere.
Non è ancora diventato conformista, l’uomo nuovo che aderisce a tutti gli ismi al ritmo del refrain ero marxista- leninista e dopo un po,’ non so perché, mi son trovato cattocomunista (Il conformista, Gaber 96-97, 1996). Il non so di inizio anni Settanta non è privo di ironia, a tratti involontaria, fatta scaturire dall’atteggiamento spiazzato dell’impegnato, sulle cui certezze si insinua il tarlo del dubbio. Il Signor G. veste i panni ora dell’uno ora dell’altro, in un dialogo che è soprattutto interiore, scandito dalle parole arrabbiate e disilluse di canzoni-manifesto come La libertà , L’ingranaggio , Il mestiere del padre , Un’idea (se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione) fino all’avvolgente, effimera, inutile schiuma bianca della democrazia ne Lo shampoo e all’amore consolatorio, conformista, borghese del sabato sera descritto in È sabato.


I valori che spingevano alla rivoluzione sono stati prontamente rimpiazzati da una classe politica autoreferenziale e narcisista. Il non so è confuso e diffida del radicalismo dell’impegnato, che ha sognato tanto la rivoluzione da trasformarla in un modus vivendi, un atteggiamento che non ha più niente di concreto. In questa, a tratti inquietante, conversazione c’è tutto il senso dell’opera dell’Adorno del Giambellino, l’ironia demistificante e la lucida capacità di analisi. C’è il germe della futura incapacità di distinguere la destra dalla sinistra, del capire perché qualcuno era comunista. La difficoltà a digerire idee e valori abbandonati troppo presto, ma che ancora albergano nella coscienza collettiva. Fino al colpo di coda caratterizzato dal ritorno alla propria dimensione, per capire prima di tutto sé stessi, le emozioni e quelli che in futuro definirà i mostri che abbiamo nel nostro cervello (I mostri che abbiamo dentro, Io non mi sento italiano, 2003). In questa dimensione anche farsi uno shampoo, ripiegandosi nel proprio io, diventa un atto politico.


Per l’impiegato di De Andrè la dimensione privata non è un’alternativa dalle vaghe connotazioni salvifiche. È invece il contesto in cui maturano sentimenti di rivalsa malati e morbosi, come in un nuovo salotto ibseniano, dove, fra le pieghe delle tende, prendono forma le angosce più devastanti. C’è la rabbia convulsa di una lotta di classe che non riesce più ad indirizzarsi verso un nemico ben preciso. Così il bombarolo furioso, invece del Parlamento, fa saltare in aria un misero chiosco di giornali. E sarà di nuovo il sentimento privato, quello che lo aveva corroso fino a quel momento, a riportarlo alla realtà, incarnato dalla donna amata che esplode dalle pagine patinate lontana dal ridicolo in cui lo lasciò solo. Solo, perché l’impiegato non può che essere un individualista, così codardo da far esplodere le sue bombe solo in sogno. La sua posizione medio-bassa lo pone in un conflitto continuo e frustrante con il resto della società: non accettato dall’alta borghesia e diffidato dai proletari. Vorrebbe unirsi ai cortei di studenti, ma non ha la stessa rabbia, la stessa primavera dei cuccioli del Maggio.

La sua ribellione diventa allora personalissima e nasce dalla bomba in testa di un uomo qualunque, che vive un’esistenza solo apparentemente ordinaria, tra collezioni di francobolli ed estenuanti, normalissime quotidianità, ma che nella testa cova solo la vendetta verso l’autorità di chi lo ha sempre oppresso. Così in Al ballo mascherato sogna di gettare la bomba in mezzo agli odiati borghesi dal volto coperto e di vederli morire tutti, liberandosi dalla frustrazione e dall’angoscia nell’ultimo, fatale gesto contestatorio. In Sogno numero due un fantomatico giudice lo ringrazierà per l’atto di rinnovamento compiuto e gli conferirà pieno potere. Ma una volta che si troverà a muovere i fili, il potere tra le sue mani prenderà la forma dell’incubo nel flusso di coscienza inquietante che è Canzone del padre. Qui il piccolo impiegato sogna di prendere il posto del padre, anch’esso ucciso dalla bomba. Nel calderone di ricordi ed emozioni la sua meschinità viene amplificata: anche in un posto di comando è l’aberrante individualismo ad avere la meglio e la sensazione di angoscia permane. È il fallimento del gesto del singolo, scorporato da una seppur ideale comunità di ideali. Sono i rivoluzionari che, una volta preso il potere, diventano amministratori. Come ne L’inserimento (Libertà obbligatoria, 1976) di Giorgio Gaber, in cui ora Attila è consigliere regionale. Paradossalmente, solo fra le mura di una galera l’impiegato riuscirà a sentirsi parte di un tutto condiviso, a pluralizzarsi: venite adesso alla prigione, state a sentire sulla porta la nostra ultima canzone che vi ripete un’altra volta “per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti” (Nella mia ora di libertà).


L’importanza di Dialogo tra un impegnato e un non so e di Storia di un impiegato è quindi tutta riassunta nell’anticipazione di una crisi valoriale che da lì a poco investirà tutto il Paese. Il piccolo uomo che non si sente più rappresentato, l’integralista che rimane aggrappato alle sue parole, l’odio che non ha più canali precisi da imboccare. Il dramma tutto interiore che porterà al collasso ideologico.

Questo è soltanto l’esempio più eclatante di come i due autori siano riusciti a leggere fra le righe della storia mettendo in fila non tanto i fatti concreti, quanto i sentimenti che generano l’indignazione di chi subisce il potere e si trova nell’infelice condizione di doverlo elaborare per farsene una ragione, per continuare, in qualche modo, la sua partecipazione.


A fronte di analisi sociali ed opere di introspezione, non mancano nel repertorio dei due cantautori brani con riferimenti politici più diretti, quelli che hanno nomi e cognomi pronunciati con tono di invettiva. Vale la pena citare la censuratissima Io se fossi Dio, canzone che Gaber ha scritto nel 1980 e mille volte rivisitato, ma che nella sua versione originale è sempre stata bandita dalla televisione e dalla radio e che il Signor G. fu costretto ad autoprodurre, non trovando alcuna casa discografica che volesse distribuirla. Si tratta di un j’accuse lungo un quarto d’ora scagliato in faccia a tutti i partiti politici e alle istituzioni, ai terroristi come alle loro vittime, strutturato in maniera da apparire volutamente impopolare. Io se fossi Dio, quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio, c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di vent'anni di cancrena italiana. Io se fossi Dio, un Dio incosciente enormemente saggio, avrei anche il coraggio di andare dritto in galera, ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora quella faccia che era! Questa la parte che generò maggior scalpore, prontamente tagliata in una versione più recente. Il testo non ha bisogno di commenti, esplicitando molto chiaramente il sentimento gaberiano di quegli anni, lontano dalla pungente ironia che lo ha sempre contraddistinto. Estremamente tagliente, quasi sgradevole nello spudorato coraggio delle proprie idee. E dire che, proprio in quegli anni, Gaber ed il collaboratore Luporini venivano tacciati di qualunquismo da certi ambienti della sinistra.


Molto interessante, da questo punto di vista, il sottotesto di Coda di lupo (Rimini, 1978) in cui, usando la terminologia tipica delle tribù degli Indiani d’America, De Andrè muove una forte accusa al sindacalismo di sinistra e ridisegna i contorni del grande conflitto in atto all’interno del Partito Comunista e del decennio di lotte che volge alla conclusione. Nel testo dai forti richiami simbolici, che cita un dio per ogni evenienza, spicca la strofa ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little Big Horn, capelli corti generale ci parlò all'università dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce, ma non fumammo con lui, non era venuto in pace; e a un dio fatti il culo non credere mai, riferita alla contestazione avvenuta il 17 febbraio 1977 presso l’Università di Roma ai danni di Luciano Lama, dove il dio fatti il culo è l’universo valoriale di cui veniva investito un mondo del Lavoro oramai rassegnato al proprio destino, non esortato dai propri leader che avevano a suo avviso, appunto, sepolto le asce.

Nell’epica La domenica delle salme (Le Nuvole, 1990) l’autore affronta invece direttamente il processo che ha portato alla vittoria del capitalismo. Lo scenario apocalittico disegnato da De Andrè si estende a tutta l’Europa di quel periodo, scossa dal crollo della piramide di Cheope, minacciata dalla scimmia del Quarto Reich. Milano e Trento, città del futuro (Tangentopoli) e di un irrisolto passato di movimenti (Brigate Rosse).

L’amputazione della gamba di Renato Curcio come disappunto verso la sua carcerazione e insieme spunto di riflessione sulle condizioni sanitarie delle carceri. I polacchi che inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime. Tutto in questa amara e corale riflessione su una nuova ed illusoria pace terrificante, predisposta e portata avanti ad ogni costo. Quella che viene chiamata democrazia. Quella che a farle i complimenti ci vuole fantasia (Giorgio Gaber, Io non mi sento italiano, 2003).


NOTE:

La foto di Fabrizio De André è tratta dal sito www.viadelcampo.com, come anche la copertina del disco Storia di un impiegato, la cui pubblicazione è stata autorizzata dai proprietari del sito stesso.
La foto di Giorgio Gaber è di Raffaella Cavalieri per concessione della Fondazione Giorgio Gaber, come anche la locandina dello spettacolo Dialogo tra un impiegato e un non so.

Martina Manescalchi

per lalente.net

 

 

Periodico registrato il 30 gennaio 2007 presso il Tribunale di Rovereto con n.268
Editore Tommaso Martini Direttore responsabile Edoardo Semmola