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Un
poeta ed un filosofo. Uno cantastorie con la chitarra al
braccio, l’altro uomo di teatro in senso totale e
totalizzante. Uno descrive persone e situazioni in rapporto
metaforico con la realtà sociale, l’altro vi si riferisce in
maniera più diretta. Entrambi mal si prestano ad esaurirsi
in una definizione.
Faber e Gaber: in sostanza, due uomini liberi. Liberi
di guardare aldilà delle categorie, dunque al mondo reale
che delle categorie inventate dall’uomo si beffa ogni
momento rimescolandole, confondendole. Perchè il mondo reale
è quello pieno di sfumature, dove il confine fra bene e
male, fra giustizia ed ingiustizia, fra destra e sinistra,
non è sempre ben marcato. Anzi, lo è sempre meno. Per questo
la realtà necessiterebbe sempre maggiormente di essere
commentata dai liberi pensatori, dalle voci fuori dal coro.
Questo hanno rappresentato Gaber e De Andrè: due portavoce
di nessuno se non della propria arte ed onestà
intellettuale, portatori soltanto di un sentire puro, scevro
di orpelli propagandistici e di miti ideologizzati.
La politica, intesa come tensione civile e sociale, mai come
corporativismo, è presente in ogni singolo testo. Parlare
dei due artisti è già, di per sé, un parlare di politica.
Una politica che non trova mai una sua rappresentanza, una
sua faccia. Una politica vera e deduttiva, critica verso le
classi dirigenti quanto verso il consenso, troppo spesso
pedissequo, cieco e senza coscienza. O con troppa coscienza.
Qualcuno era comunista perché aveva scambiato il
materialismo dialettico per il Vangelo secondo Lenin (Qualcuno
era comunista, Il Teatro Canzone, 1992 –
vedi filmato sottostante). La partecipazione è il
distinguo fondamentale. Non lo stare dalla parte di
qualcuno, nemmeno l’atto del voto, che sembra aver perso la
sua forza ed il cui unico valore è sublimato in una
matita ben temperata, ma la partecipazione intesa come
incidenza, passione, coinvolgimento.
Del resto, se De Andrè si dichiarerà sempre anarchico,
Gaber, per sua ammissione, smetterà di recarsi alle urne
dopo il referendum sul divorzio, nel 1975. Eppure sarà
proprio all’inizio di quegli anni Settanta che entrambi
canteranno la partecipazione come atto supremo del vivere
civile, diviso fra adesione a nobili ideali ed
autocoscienza.
L’anno successivo Fabrizio De Andrè incide
Storia di un Impiegato e partendo dal
Maggio Francese racconta la contestazione
interiorizzata, quella che nasce (o muore) a livello
puramente emozionale, nel cuore e nella pancia prima ancora
che nella testa. Le due opere hanno il pregio di mostrare
crudamente la solitudine come dimensione esistenziale che
non potrà risolversi in alcuna condivisione. La dimensione
pubblica e quella privata si alternano in un gioco delle
parti che condurrà alla finale, doverosa conoscenza di sé
stessi, indispensabile per raggiungere anche solo il
desiderio di cambiamento.
In Dialogo tra un impegnato e un non so sono proprio
i dubbi sull’appartenenza a farla da padrone; dubbi che
l’artista riproporrà nel corso degli anni, forse senza mai
scioglierne definitivamente i nodi se non nella perentoria
affermazione, spettacolo teatrale ed ideale punto di
partenza nella decostruzione,
La mia generazione ha perso (2001).
Ma chi sono l’impiegato e l’impegnato? Chi è il non so?
Come si inseriscono politicamente nel sanguinario decennio
che vanno ad inaugurare e, in certi casi, a presagire?
Il dialogo gaberiano mette a confronto il militante munito
di slogan e falsi miti con un uomo qualunque, più
disincantato che disinteressato. Non un qualunquista,
nemmeno definibile come borghese, atteggiamento
foriero di immobilismo ed insensibilità, adagiato sul quieto
vivere.
Non è ancora diventato conformista, l’uomo nuovo che
aderisce a tutti gli ismi al ritmo del refrain ero
marxista- leninista e dopo un po,’ non so perché, mi son
trovato cattocomunista (Il
conformista, Gaber 96-97, 1996). Il non so
di inizio anni Settanta non è privo di ironia, a tratti
involontaria, fatta scaturire dall’atteggiamento spiazzato
dell’impegnato, sulle cui certezze si insinua il tarlo del
dubbio. Il Signor G. veste i panni ora dell’uno ora
dell’altro, in un dialogo che è soprattutto interiore,
scandito dalle parole arrabbiate e disilluse di
canzoni-manifesto come
La libertà ,
L’ingranaggio ,
Il mestiere del padre ,
Un’idea (se potessi mangiare un’idea avrei
fatto la mia rivoluzione) fino all’avvolgente, effimera,
inutile schiuma bianca della democrazia ne
Lo shampoo e all’amore consolatorio,
conformista, borghese del sabato sera descritto in
È sabato.
I valori che spingevano alla rivoluzione sono stati
prontamente rimpiazzati da una classe politica
autoreferenziale e narcisista. Il non so è confuso e
diffida del radicalismo dell’impegnato, che ha sognato tanto
la rivoluzione da trasformarla in un modus vivendi,
un atteggiamento che non ha più niente di concreto. In
questa, a tratti inquietante, conversazione c’è tutto il
senso dell’opera dell’Adorno del Giambellino,
l’ironia demistificante e la lucida capacità di analisi. C’è
il germe della futura incapacità di distinguere la destra
dalla sinistra, del capire perché qualcuno era comunista.
La difficoltà a digerire idee e valori abbandonati troppo
presto, ma che ancora albergano nella coscienza collettiva.
Fino al colpo di coda caratterizzato dal ritorno alla
propria dimensione, per capire prima di tutto sé stessi, le
emozioni e quelli che in futuro definirà i mostri che
abbiamo nel nostro cervello (I
mostri che abbiamo dentro, Io non mi sento
italiano, 2003). In questa dimensione anche farsi uno
shampoo, ripiegandosi nel proprio io, diventa un atto
politico.
Per l’impiegato di De Andrè la dimensione privata non
è un’alternativa dalle vaghe connotazioni salvifiche. È
invece il contesto in cui maturano sentimenti di rivalsa
malati e morbosi, come in un nuovo salotto ibseniano, dove,
fra le pieghe delle tende, prendono forma le angosce più
devastanti. C’è la rabbia convulsa di una lotta di classe
che non riesce più ad indirizzarsi verso un nemico ben
preciso. Così il bombarolo furioso, invece del Parlamento,
fa saltare in aria un misero chiosco di giornali. E sarà di
nuovo il sentimento privato, quello che lo aveva corroso
fino a quel momento, a riportarlo alla realtà, incarnato
dalla donna amata che esplode dalle pagine patinate
lontana dal ridicolo in cui lo lasciò solo. Solo, perché
l’impiegato non può che essere un individualista,
così codardo da far esplodere le sue bombe solo in sogno. La
sua posizione medio-bassa lo pone in un conflitto continuo e
frustrante con il resto della società: non accettato
dall’alta borghesia e diffidato dai proletari. Vorrebbe
unirsi ai cortei di studenti, ma non ha la stessa rabbia, la
stessa primavera dei cuccioli del Maggio.
La sua ribellione diventa allora personalissima e nasce
dalla bomba in testa di un uomo qualunque, che vive
un’esistenza solo apparentemente ordinaria, tra collezioni
di francobolli ed estenuanti, normalissime
quotidianità, ma che nella testa cova solo la vendetta verso
l’autorità di chi lo ha sempre oppresso. Così in
Al ballo mascherato sogna di gettare la
bomba in mezzo agli odiati borghesi dal volto coperto e di
vederli morire tutti, liberandosi dalla frustrazione e
dall’angoscia nell’ultimo, fatale gesto contestatorio. In
Sogno numero due un fantomatico giudice lo
ringrazierà per l’atto di rinnovamento compiuto e gli
conferirà pieno potere. Ma una volta che si troverà a
muovere i fili, il potere tra le sue mani prenderà la forma
dell’incubo nel flusso di coscienza inquietante che è
Canzone del padre. Qui il piccolo
impiegato sogna di prendere il posto del padre, anch’esso
ucciso dalla bomba. Nel calderone di ricordi ed emozioni la
sua meschinità viene amplificata: anche in un posto di
comando è l’aberrante individualismo ad avere la meglio e la
sensazione di angoscia permane. È il fallimento del gesto
del singolo, scorporato da una seppur ideale comunità di
ideali. Sono i rivoluzionari che, una volta preso il potere,
diventano amministratori. Come ne
L’inserimento (Libertà obbligatoria, 1976)
di Giorgio Gaber, in cui ora Attila è consigliere
regionale. Paradossalmente, solo fra le mura di una
galera l’impiegato riuscirà a sentirsi parte di un tutto
condiviso, a pluralizzarsi: venite adesso alla prigione,
state a sentire sulla porta la nostra ultima canzone che vi
ripete un’altra volta “per quanto voi vi crediate assolti,
siete lo stesso coinvolti” (Nella
mia ora di libertà).
L’importanza di Dialogo tra un impegnato e un non so
e di Storia di un impiegato è quindi tutta riassunta
nell’anticipazione di una crisi valoriale che da lì a
poco investirà tutto il Paese. Il piccolo uomo che non si
sente più rappresentato, l’integralista che rimane
aggrappato alle sue parole, l’odio che non ha più canali
precisi da imboccare. Il dramma tutto interiore che porterà
al collasso ideologico.
Questo è soltanto l’esempio più eclatante di come i due
autori siano riusciti a leggere fra le righe della storia
mettendo in fila non tanto i fatti concreti, quanto i
sentimenti che generano l’indignazione di chi subisce il
potere e si trova nell’infelice condizione di doverlo
elaborare per farsene una ragione, per continuare, in
qualche modo, la sua partecipazione.
A fronte di analisi sociali ed opere di introspezione, non
mancano nel repertorio dei due cantautori brani con
riferimenti politici più diretti, quelli che hanno nomi e
cognomi pronunciati con tono di invettiva. Vale la pena
citare la censuratissima
Io se fossi Dio, canzone che Gaber ha
scritto nel 1980 e mille volte rivisitato, ma che nella sua
versione originale è sempre stata bandita dalla televisione
e dalla radio e che il Signor G. fu costretto ad
autoprodurre, non trovando alcuna casa discografica che
volesse distribuirla. Si tratta di un j’accuse lungo
un quarto d’ora scagliato in faccia a tutti i partiti
politici e alle istituzioni, ai terroristi come alle loro
vittime, strutturato in maniera da apparire volutamente
impopolare. Io se fossi Dio, quel Dio di cui ho bisogno
come di un miraggio, c'avrei ancora il coraggio di
continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la
Democrazia Cristiana è il responsabile maggiore di vent'anni
di cancrena italiana. Io se fossi Dio, un Dio incosciente
enormemente saggio, avrei anche il coraggio di andare dritto
in galera, ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora quella
faccia che era! Questa la parte che generò maggior
scalpore, prontamente tagliata in una versione più recente.
Il testo non ha bisogno di commenti, esplicitando molto
chiaramente il sentimento gaberiano di quegli anni, lontano
dalla pungente ironia che lo ha sempre contraddistinto.
Estremamente tagliente, quasi sgradevole nello spudorato
coraggio delle proprie idee. E dire che, proprio in quegli
anni, Gaber ed il collaboratore Luporini venivano tacciati
di qualunquismo da certi ambienti della sinistra.
Molto interessante, da questo punto di vista, il sottotesto
di
Coda di lupo (Rimini, 1978) in cui, usando
la terminologia tipica delle tribù degli Indiani d’America,
De Andrè muove una forte accusa al sindacalismo di sinistra
e ridisegna i contorni del grande conflitto in atto
all’interno del Partito Comunista e del decennio di lotte
che volge alla conclusione. Nel testo dai forti richiami
simbolici, che cita un dio per ogni evenienza, spicca la
strofa ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little
Big Horn, capelli corti generale ci parlò all'università dei
fratelli tutte blu che seppellirono le asce, ma non fumammo
con lui, non era venuto in pace; e a un dio fatti il culo
non credere mai, riferita alla contestazione avvenuta il
17 febbraio 1977 presso l’Università di Roma ai danni di
Luciano Lama, dove il dio fatti il culo è l’universo
valoriale di cui veniva investito un mondo del Lavoro oramai
rassegnato al proprio destino, non esortato dai propri
leader che avevano a suo avviso, appunto, sepolto le asce.
Nell’epica
La domenica delle salme (Le Nuvole, 1990)
l’autore affronta invece direttamente il processo che ha
portato alla vittoria del capitalismo. Lo scenario
apocalittico disegnato da De Andrè si estende a tutta
l’Europa di quel periodo, scossa dal crollo della
piramide di Cheope, minacciata dalla scimmia del
Quarto Reich. Milano e Trento, città del futuro
(Tangentopoli) e di un irrisolto passato di movimenti
(Brigate Rosse).
L’amputazione della gamba di Renato Curcio come disappunto
verso la sua carcerazione e insieme spunto di riflessione
sulle condizioni sanitarie delle carceri. I polacchi che
inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle
troie di regime. Tutto in questa amara e corale
riflessione su una nuova ed illusoria pace terrificante,
predisposta e portata avanti ad ogni costo. Quella che viene
chiamata democrazia. Quella che a farle i complimenti ci
vuole fantasia (Giorgio Gaber,
Io non mi sento italiano, 2003).
NOTE:
La foto di Fabrizio De André è tratta dal sito
www.viadelcampo.com, come anche la copertina del
disco Storia di un impiegato, la cui
pubblicazione è stata autorizzata dai proprietari del sito
stesso.
La foto di Giorgio Gaber è di Raffaella Cavalieri per
concessione della
Fondazione Giorgio Gaber, come anche la
locandina dello spettacolo Dialogo tra un impiegato e
un non so.
Martina
Manescalchi
per lalente.net
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